16 Febbraio 2026
Ciò che non c’è nei files di Epstein

Di Rosamaria Fumarola
Difficile in questo periodo sottrarsi alla visione dei files di Epstein. Anticipati da un tira e
molla riguardo la loro pubblicazione tra l’amministrazione Trump, l’opposizione e i tanti
sostenitori dello stesso movimento MAGA, hanno creato un eccesso di aspettative, tradite in
un primo momento, ma solo in apparenza. Personalmente ed a causa del nascondimento di
molti dati, maggiore dell’esposizione di quelli fruibili, mi è sembrato di sbirciare tra le foto e le
tracce delle vite delle persone, cosa che mi immalinconisce quando, come in questo caso la
figura principale di cui si cerca di interpretare l’esistenza non è più in vita. Cosa significa
essere un miliardario? Per rispondere a questa domanda tanti di noi si sono avvicinati agli
Epstein files, ricavandone l’impressione di una pienezza nell’ accesso alle esperienze del
mondo, che tutti forse vorremmo avere: luoghi meravigliosi vissuti ed immortali sempre con
gioia, senza nessuna apparente incrinatura. La mole enorme dei documenti è tutta di
questo tenore e lo stesso Epstein, per non parlare di Ghislaine Maxwell, dovunque siano e
con chiunque si accompagnino, appaiono sempre sorridenti. Se di mestiere non si è agenti
dell’ FBI o criminologi, il solo elemento che turba l’idillio dei momenti ritratti è proprio la
narrazione, sempre esaltante e per questo sospetta, innaturale. È una spia macroscopica
del lavoro di redazione che ne ha preceduto la pubblicazione, a cui vanno aggiunte le tante
smagliature di comunicazione da parte dell’ amministrazione Trump, non ultima quella dell’
annuncio della divulgazione di una parte ulteriore dei files, quella più scabrosa, solo però tra
i membri del Congresso. A me pare che avere usato ab origine l’espressione “pubblicazione”
sia stato fuori luogo e contesto, un po’ come nei vecchi fumetti, dove tutto ed il contrario di
tutto poteva essere fatto e detto, in virtù della natura effimera del racconto. Ma la
smagliatura più preoccupante resta quella dell’ ammissione della presenza di contenuti con
cadaveri, ferite e torture che non sarebbero stati pubblicati e che comunque nessuno di
questi documenti poteva considerarsi sufficiente ad adire le vie legali per accertare e punire
le eventuali responsabilità. È dunque di tutta evidenza che le espressioni esatte da usare in
questa triste vicenda siano almeno due: insabbiamento ed impunità, perché non ha senso
alcuno rendere nota l’esistenza di fatti e dei loro autori se non si ha intenzione di perseguirli.
La valutazione morale delle aberrazioni contenute nei files di Epstein non è di mio interesse,
ma quella politica del progetto di un’ Internazionale Nera, guidata da Israele, razzista (tra le
migliaia di giovani abusate non v’è n’è una di pelle scura e questo per ordine espresso dello
stesso Epstein!) e che oggi vediamo integrata nelle amministrazioni di ogni paese, sì. Di
tale Internazionale è peraltro espressione lo stesso governo americano attuale. E se
confesso di essere incapace di collocare nella giusta ottica la violazione delle vite delle
migliaia di donne coinvolte, mi preme ricordare che prescindere dal garantire un’ equa
applicazione della legge alle vittime creerebbe una mostruosità non accessoria a quella
politica, ma una autonoma aberrazione che peserebbe per sempre sulla storia degli USA.
Restano tanti interrogativi a cui noi, considerati sudditi da un impero incapace di migliorare
se stesso, non avremo mai risposta. Tra questi non mi pare peregrino quello di domandarsi
come mai tutti i nomi resi noti siano quelli di personaggi ormai al tramonto, in una fase
discendente della propria carriera, figure che non hanno nessun peso nella congiuntura
attuale. Ecco, se dovessi pormi una domanda, la sola che non mi parrebbe priva di senso
non sarebbe quella riguardante chi c’è nei files di Epstein, quanto quella che si interroga su
chi siano gli assenti, le figure che si è preferito lasciare nell’ ombra, cancellate affinché i loro
nomi non emergessero mai ed in nessun caso.
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