09 Febbraio 2026
TORINO – Quando la piazza pacifica si scioglie nella violenza: responsabilità, infiltrati e regressione di una manifestazione
Torino, 31 gennaio 2026: la protesta per Askatasuna sfocia in guerriglia urbana. Ma i manifestanti pacifici sono responsabili per i violenti?

Di Pierdomenico Corte Ruggiero
31 gennaio 2026 resterà una data spartiacque nel clima sociale di Torino: quello che doveva essere un corteo di protesta pacifica contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna si è trasformato in una notte di guerriglia urbana tra antagonisti mascherati e forze dell’ordine, con centinaia di feriti, arresti e polemiche che si estendono ben oltre i confini piemontesi.
La giornata: 50.000 in piazza, tensione crescente
Fin dal primo pomeriggio migliaia di persone — secondo gli organizzatori oltre 50.000, secondo fonti istituzionali circa 15.000 — si sono radunate in diverse porzioni del centro cittadino, da Porta Nuova a Palazzo Nuovo, per convergere in un unico grande corteo in difesa di Askatasuna, il centro sociale sgomberato lo scorso dicembre dopo trent’anni di occupazione e fermento politico.
La manifestazione per ore procede senza incidenti significativi: bandiere, cori, slogan contro la repressione, per i diritti sociali e contro la militarizzazione delle piazze. La partecipazione è eterogenea, con giovani, studenti, veterani dei movimenti e famiglie che marciano insieme sotto lo slogan “Askatasuna vuol dire libertà”.
La degenerazione: da corteo a guerriglia urbana
La svolta arriva nel tardo pomeriggio, quando gruppi di manifestanti con volto coperto si distaccano dal corpo principale della protesta e avanzano lungo Corso Regina Margherita. È in quel momento che esplodono gli scontri: lancio di bottiglie, pietre, petardi e bombe carta contro le forze dell’ordine, cassonetti e arredi urbani dati alle fiamme, un mezzo blindato della polizia incendiato.
In uno dei momenti più drammatici un agente del reparto mobile viene circondato, colpito ripetutamente e ferito da un gruppo di individui mascherati, ricoverato con contusioni multiple e ferite da arma impropria.
Le forze dell’ordine rispondono con lanci di lacrimogeni, idranti e cariche d’alleggerimento per disperdere i gruppi violenti, in una tensione che dura oltre un’ora e mezza tra le vie del centro.
Responsabilità penale: luce netta tra pacifici e violenti
La prima questione centrale riguarda la responsabilità giuridica dei partecipanti pacifici per gli atti commessi da chi ha fatto degenerare la protesta in scontro: secondo il diritto penale italiano, la responsabilità per un reato è personale e individuale. Nessuna norma estende automaticamente a tutti i presenti la colpa per comportamenti violenti commessi da una parte dei partecipanti. Perché si configuri una fattispecie penale è necessario provare che un individuo abbia materialmente e consapevolmente partecipato all’atto criminoso. In assenza di questi elementi, chi stava manifestando pacificamente non è imputabile per gli scontri.
Questo approccio non è solo tecnico, ma cruciale per tutelare il diritto di manifestare, un cardine delle democrazie liberali, anche nel mezzo di tensioni sociali profonde.
Narrativa pubblica: il confine si sfuma nella percezione
Nonostante il quadro giuridico sia chiaro, la discussione pubblica si concentra su un altro piano: quello politico e simbolico. Per molti commentatori, politici e istituzioni, la presenza di violenti in una piazza dovrebbe servire da monito e da elemento di riflessione per l’intero movimento.
Il governo e le principali cariche istituzionali — dal presidente del Consiglio a esponenti delle forze politiche — hanno bollato le azioni violente come attacchi allo Stato e alla democrazia stessa, sollevando interrogativi sulla responsabilità collettiva di chi non ha impedito o denunciato gli abusi.
Questo tipo di narrazione, pur potente nei media e nel discorso pubblico, non si traduce automaticamente in responsabilità legale, ma influenza profondamente la percezione sociale del movimento: una piazza che non riesce a isolare i violenti rischia di essere percepita come complice, anche quando formalmente e sostanzialmente non lo è.
Bruno Vespa intervistando il parlamentare Bonelli di AVS chiede perché i manifestanti pacifici non sono intervenuti per isolare i violenti. Il ministro Salvini parla di cauzioni da pagare prima di organizzare manifestazioni.
I recenti fatti di Bologna, con possibili sabotaggi alla rete ferroviaria https://www.rainews.it/articoli/2026/02/tre-i-danneggiamenti-sulle-linee-ferroviarie-sospetti-su-anarchici-ee1feb51-05c2-4dec-82f2-66b0a12eaa55.html, dimostrano che parliamo di gruppi organizzati con tecniche di guerriglia che non possono essere fermati dai “manifestanti pacifici” o da cauzioni da pagare.
Infiltrati e dinamiche interne: una variegata composizione della protesta
Fonti giornalistiche e commentatori sottolineano che la violenza è stata in gran parte opera di gruppi organizzati e incappucciati, distaccatisi dalla massa principale e spesso riconducibili ad aree antagoniste o internazionali, piuttosto che dall’insieme dei manifestanti. Questi gruppi non erano riconoscibili come portavoce ufficiali della protesta e, in molti casi, hanno agito in modo autonomo rispetto agli organizzatori.
Testimonianze raccolte nei social e su piattaforme di discussione confermano la presenza di persone che hanno cercato di mantenere la calma, spingendo altri manifestanti ad allontanarsi dalle zone degli scontri e invitando alla prudenza, segnalando un contrasto interno tra diversi approcci alla piazza.
La risposta alla domanda di Bruno Vespa — i manifestanti pacifici possono essere ritenuti responsabili delle azioni degli infiltrati violenti? — è netta sul piano giuridico: no, non possono essere ritenuti penalmente responsabili per atti commessi da altri. La legge richiede prove individuali di azione e intenzione, e la manifestazione di Torino includeva migliaia di cittadini non coinvolti negli scontri.
Sul piano politico, sociale e mediatico, però, la distinzione diventa sfumata e molto dibattuta: una protesta che implode in violenza pone una questione di governabilità dell’immagine pubblica, rendendo difficile per il pubblico distinguere tra violenza di facinorosi e diritto sacrosanto di dissenso.
In un’epoca in cui i social e i media tradizionali amplificano ogni fotogramma di violenza, la percezione collettiva tende a condensare la piazza in un unico racconto, con tutte le conseguenze che ciò comporta per la legittimazione delle lotte civili e per la tenuta del dibattito democratico.
Manifestare è un diritto fondamentale. Che deve essere garantito. Senza limiti e pretesti.
Lo Stato può, anzi deve, assicurare contemporaneamente la libertà di manifestare e l’incolumità delle Forze dell’Ordine a cui andrebbero anche garantiti aumenti di stipendio, di personale e di dotazioni.
La democrazia e la sicurezza pubblica sono materia che non ammette slogan o tentativi di derive.
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