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03 Agosto 2026

L’avvocato Enzo Avino e la dignità della professione: una storia di giustizia negata

Il ricordo dell’avvocato Enzo Avino, ucciso nel 1995: una storia di dignità e giustizia negata

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Di Pierdomenico Corte Ruggiero

Ammettiamolo: abbiamo un rapporto controverso con gli avvocati. Non esitiamo a rivolgerci a loro, ma spesso lo facciamo con diffidenza. Sarà perché associamo la figura dell’avvocato alle controversie e alle lungaggini giudiziarie. Sarà perché lo vediamo come l’Azzecca-garbugli di manzoniana memoria.

Ovviamente, nulla di più sbagliato. L’avvocato o l’avvocatessa è un/una professionista altamente preparato/a, una figura chiave per la giusta applicazione della legge e per la difesa dei diritti. Eppure, per molti, la diffidenza resta. Magistratura e forze dell’ordine sono i “buoni”, mentre gli avvocati vivono in un cono d’ombra.

Anche per questa errata semplificazione si parla poco, ad esempio, dell’avvocato Fulvio Croce, ucciso dalle Brigate Rosse perché voleva semplicemente fare il suo dovere. Si parla poco dell’avvocato Dino Gassani, ucciso dalla camorra perché “non posso perdere ogni dignità”. E si parla poco dell’omicidio dell’avvocato Enzo Avino, ucciso a Mondragone nel novembre 1995.

Il corpo di Avino viene ritrovato sotto la sua auto nei pressi dello stadio di Mondragone, in località Padule. L’assassino o gli assassini hanno dato fuoco sia al corpo che alla macchina. Enzo Avino era un famoso penalista: campano di origine, aveva scelto Cassino come città d’adozione. Le sue giornate erano scandite dall’attività in tribunale a Cassino e dal lavoro presso i suoi studi a Formia, Cassino e Mondragone. A Mondragone aveva anche un’abitazione.

Avino era un professionista molto colto e preparato. Leggeva Proust, Thomas Mann, Gide e Musil; scriveva poesie e libri sulla Ciociaria, terra che amava molto. Era assistente presso l’Università di Napoli e collaborava con giornali locali: una personalità poliedrica, abituata alle luci della ribalta ma schiva nel privato. L’avvocato Enzo Avino era conosciuto a livello nazionale anche per le molte querele avanzate contro personaggi pubblici per le più svariate ipotesi di reato. Antonio Di Pietro, il pool di Mani Pulite, Umberto Bossi, Totò Schillaci sono solo alcuni dei nomi querelati da Avino: denunce che volevano ribadire il primato della legge.

L’avvocato Avino non aveva certo bisogno di pubblicità: aveva molti clienti, tra cui anche esponenti del clan camorristico dei La Torre, che controllava la zona di Mondragone.

Le ipotesi sul movente dell’omicidio furono essenzialmente tre: omicidio di camorra, rapina o vicende legate alla sfera personale. L’omicidio di camorra rimane l’ipotesi principale e le modalità sono tipiche delle esecuzioni camorristiche. Il 9 novembre 1990, il corpo di Giovanni Santonicola venne ritrovato nella sua auto carbonizzata nelle campagne di Spigno Saturnia, a pochi chilometri da Cassino: i processi hanno poi stabilito che Santonicola era stato ucciso dai casalesi di Michele Zagaria per colpire proprio il clan La Torre.

Uccidere Avino in “casa” dei La Torre potrebbe essere stato un messaggio. Ovviamente parliamo di ipotesi: potrebbe anche essersi trattato di un delitto comune in cui le modalità camorristiche sono state usate come staging, ma vista la notorietà della vittima, difficilmente un simile fatto poteva avvenire all’insaputa dei clan.

A prescindere dal movente, l’omicidio dell’avvocato Avino ha lasciato una traccia profonda nell’ambiente criminale. Nel 2004 venne data notizia di presunte dichiarazioni di un pentito sulla sua morte, ma non ci sono stati successivi sviluppi noti.

Da 28 anni l’avvocato Avino attende la sua ultima arringa: quella che chiede giustizia per lui. Diceva Piero Calamandrei: “Gli avvocati non sono né giocolieri da circo, né conferenzieri da salotto. La giustizia è una cosa seria”. Per l’avvocato Avino la giustizia era una cosa seria. Merita la conferma di non essersi sbagliato. In realtà, la meritiamo tutti.