03 Agosto 2026
Ceuta, Schengen e il Sahara Occidentale: la crisi migratoria che l’Europa non vuole spiegare
Crisi a Ceuta: record di ingressi dal Marocco, morti in mare e tensioni diplomatiche in Europa.

Di Marlene Madalena Pozzan Foschiera
Nelle ultime ore di luglio, tra le 40mila e le 60mila persone hanno attraversato il confine tra il Marocco e l’exclave spagnola di Ceuta, via terra e a nuoto, superando di gran lunga il precedente record del maggio 2021, quando circa 10mila persone attraversarono in due giorni. Le autorità non hanno ancora chiuso un bilancio definitivo delle vittime: il presidente di Ceuta, Juan Jesús Vivas, ha parlato di 34 morti, la Reuters ne ha registrate almeno 57, e i bilanci internazionali sono arrivati a 67. La discrepanza non è un errore di cronaca, è il riflesso di una crisi ancora in corso, con le ricerche in mare che proseguono in questo sabato (1°).
Il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, si è recato a Ceuta venerdì (31) e ha definito l’episodio un “attacco” e una “violazione dell’integrità territoriale” della Spagna, elevando quella che poteva essere trattata come un’emergenza umanitaria al livello di questione di sovranità nazionale. L’Italia, sotto il governo di Giorgia Meloni, ha invece colto l’occasione per sospendere temporaneamente l’accordo di libera circolazione dello spazio Schengen con la Spagna, ripristinando i controlli passaporti in aeroporti e porti, pur non condividendo i due paesi un confine terrestre. Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha definito la misura “inevitabile” per “proteggere la sicurezza” dei cittadini europei.
È questa reazione a catena, e non solo il numero di persone che ha attraversato il frangiflutti di Tarajal, a meritare attenzione.
L’innesco giuridico sfruttato dai trafficanti
Le autorità spagnole attribuiscono parte del flusso a una sentenza della Corte Suprema del paese, pubblicata all’inizio di luglio, che ha vietato il respingimento immediato e senza il dovuto processo dei migranti che arrivano via mare a Ceuta e Melilla (la sentenza non si applica a chi entra via terra). Secondo Sánchez, le reti di trafficanti hanno dato di quella sentenza un’interpretazione interessata e l’hanno diffusa come certezza di ingresso legale in Spagna. Il risultato è stato un effetto richiamo su scala inedita, amplificato da messaggi falsi circolati sui social network marocchini.
Una crisi sociale reale, usata come leva
L’inquadramento affrettato dell'”invasione”, ripetuto dal leader di Vox, Santiago Abascal, e appoggiato indirettamente dal presidente del Partito Popolare Europeo, Manfred Weber (che ha chiesto la piena applicazione del Patto europeo sulla migrazione), nasconde più di quanto riveli. Dietro l’attraversamento di massa c’è una crisi sociale concreta in Marocco: disoccupazione, disuguaglianza e mancanza di prospettive per una generazione giovane, in contrasto con la narrazione di prosperità che il governo di Mohamed VI cerca di vendere al mondo.
Ma questa crisi sociale convive con uno schema già noto: il Marocco usa storicamente il controllo del proprio confine con Ceuta e Melilla come strumento di pressione diplomatica su Madrid. Episodi simili si sono verificati nel 2005, nel 2014, nel 2021 (motivato dal ricovero in territorio spagnolo del leader del Fronte Polisario, Brahim Ghali) e nel 2022. Sindacati di polizia spagnoli sostengono pubblicamente che la Guardia Ausiliaria marocchina non avrebbe potuto non accorgersi del movimento di massa verso il frangiflutti, il che suggerisce, quantomeno, una tolleranza deliberata da parte marocchina.
Lo sfondo: Israele, Stati Uniti e Sahara Occidentale
È qui che la lettura strettamente umanitaria risulta incompleta. Dagli Accordi di Abramo, il Marocco ha approfondito il proprio partenariato strategico con gli Stati Uniti e con Israele, sancito dal riconoscimento statunitense della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, territorio che l’Algeria e la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) continuano a rivendicare come Stato indipendente.
Per la lettura saharawi dell’episodio, il movimento di massa di persone verso Ceuta presenta paralleli con la logica della Marcia Verde del 1975, quando il Marocco utilizzò spostamenti di popolazione organizzati per consolidare l’occupazione del Sahara Occidentale.
Quanto più l’Unione Europea dipende dalla cooperazione marocchina per contenere gli attraversamenti, tanto maggiore diventa la capacità di Rabat di trasformare quella cooperazione in merce di scambio diplomatico. È uno schema che si ripete nel Mediterraneo, con la Turchia e la Libia che hanno svolto un ruolo simile in altri momenti.
La disinformazione come carburante extra
Mentre la crisi si sviluppava, esponenti dell’estrema destra europea hanno diffuso video e immagini che presentavano i nuovi arrivati come una minaccia terroristica organizzata, in una valanga di disinformazione ad alto coinvolgimento e nessuna base fattuale. È la stessa pedagogia della disumanizzazione che si ripete ogni volta che un flusso migratorio diventa notizia: prima si cancella il contesto sociale e geopolitico, poi lo si sostituisce con un nemico astratto.
Cosa resta, fino a questo momento
▸ Circa 25mila-48mila persone sono già rientrate volontariamente in Marocco, molte di loro giovani che hanno trascorso la notte all’addiaccio e hanno rinunciato una volta capito che non sarebbero riusciti a regolarizzare la propria posizione.
▸ La Spagna ha installato barriere aggiuntive in mare e ha rafforzato il contingente militare a Ceuta.
▸ L’Italia mantiene la sospensione dello spazio Schengen con la Spagna.
▸ Il dibattito europeo sulle frontiere esterne, che la Commissione Europea spingeva già da mesi, ha trovato il pretesto che mancava.
Resta la domanda a cui la cronaca fattuale, da sola, non risponde: chi trae beneficio dal trasformare le persone in strumento di pressione geopolitica, e perché la risposta europea arrivi sempre più rapida sotto forma di confine chiuso che sotto forma di protezione per chi attraversa il mare fuggendo da qualcosa.

