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02 Marzo 2026

Iran sotto le bombe: anatomia di un’aggressione che ha già cambiato il Medioriente

l’aggressione ai danni dell’Iran e l’assassinio della Suprema Guida Ali Khamenei, i crimini di guerra firmati USA e Israele non passano inosservati

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Aree di crisi nel mondo n. 278 del 1-3-26

L’uccisione di Khamenei, i civili massacrati, la dottrina della «decapitazione della leadership» e gli scenari di una guerra illegale che i suoi ideatori vorrebbero breve ma che potrebbe non esserlo

di Stefano Orsi

Il 28 febbraio 2026: un’aggressione senza mandato internazionale

Alle prime luci del mattino del 28 febbraio 2026, una coalizione militare a guida statunitense e israeliana ha scatenato contro l’Iran quella che già le prime analisi definiscono la più grande operazione militare condotta nella regione dai tempi della Guerra del Golfo del 1991. Nel giro di dodici ore, quasi novecento strike hanno colpito obiettivi disseminati in 24 province iraniane: centri di comando delle Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC), rampe di lancio missilistico, sistemi di difesa aerea e aeroporti militari. Ma anche, come vedremo, scuole e infrastrutture civili.

Va detto con chiarezza, senza il linguaggio asettico con cui troppo spesso si raccontano le guerre degli altri: ciò che è avvenuto il 28 febbraio 2026 è, sul piano del diritto internazionale, un atto di aggressione. L’articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite vieta il ricorso alla forza contro l’integrità territoriale di uno Stato sovrano. L’Iran non aveva attaccato né gli Stati Uniti né Israele. Non esisteva alcun mandato del Consiglio di Sicurezza. Non esisteva alcuna legittima difesa invocabile. C’era soltanto la volontà di due potenze militari di decidere unilateralmente il destino di un altro paese. Non è un caso che il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres, in una seduta di emergenza del Consiglio di Sicurezza, abbia dichiarato di rimpiangere profondamente lo spreco di ogni opportunità diplomatica, avvertendo che l’azione militare rischia di innescare una catena di eventi che nessuno può controllare.

Il colpo più pesante alla leadership iraniana è arrivato con l’uccisione dell’Ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema della Repubblica Islamica da trentasei anni, colpito in un attacco israeliano contro il compound in cui era riunito con i principali comandanti militari. Insieme a lui sono stati uccisi il generale Mohammad Pakpour, capo dell’IRGC, il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh, e Ali Shamkhani, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale. La morte di Khamenei è stata confermata nella notte dall’agenzia di stato iraniana IRNA, dopo ore in cui le agenzie Tasnim e Mehr avevano riportato che la Guida Suprema era «salda e ferma nel guidare il fronte».

I civili: nomi, numeri e una scuola che non esiste più

Si chiamava Shajareh Tayyebeh la scuola elementare femminile di Minab, città costiera nella provincia di Hormozgan, nel sud dell’Iran, affacciata sullo Stretto di Hormuz. Sabato mattina, mentre circa 170 bambine erano sedute ai loro banchi, un attacco israeliano l’ha rasa al suolo. Secondo i dati forniti dal governatore della provincia Mohammad Ashouri e ripresi dall’agenzia di stato IRNA, il bilancio è di 108 morti e almeno 92 feriti. I soccorritori hanno lavorato per ore tra le macerie cercando sopravvissuti. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha scritto sui propri canali social: «Decine di bambini innocenti sono stati assassinati. L’edificio distrutto è una scuola elementare femminile nel sud dell’Iran.»

La scuola di Minab non è stata l’unico istituto scolastico colpito. Un secondo attacco ha riguardato una scuola a est di Teheran, con un bilancio di ulteriori vittime ancora in corso di accertamento. Sono dati riportati sia dall’agenzia Mizan News — organo ufficiale del sistema giudiziario iraniano — sia dall’agenzia Al Jazeera, che ha mandato i propri corrispondenti sul campo.

Il bilancio complessivo delle vittime civili dell’aggressione, secondo la Società della Mezzaluna Rossa Iraniana, supera le 200 persone nelle sole prime ore. Si tratta di un dato parziale, destinato ad aggiornamenti: le comunicazioni sono state gravemente perturbate — la connettività internet in Iran è crollata al 4% a causa degli attacchi informatici che hanno paralizzato i media statali, IRNA compresa — e molte aree colpite rimangono inaccessibili ai soccorritori. L’ufficio del Central Command americano ha dichiarato di stare «esaminando i rapporti sui danni civili risultanti dalle operazioni militari in corso», senza fornire ulteriori dettagli. Né Washington né Tel Aviv hanno rilasciato dichiarazioni specifiche sulle scuole colpite.

Questi fatti mettono sotto seria pressione le dichiarazioni con cui USA e Israele hanno giustificato l’aggressione: quella di prendere di mira esclusivamente obiettivi militari, colpendo il governo ma non il popolo iraniano. Il corrispondente di Al Jazeera da Teheran, Mohammed Vall, ha osservato come gli attacchi alle scuole contraddicano apertamente quelle affermazioni, aggiungendo che «è qualcosa su cui il governo iraniano insisterà come violazione del diritto internazionale e come aggressione contro il popolo iraniano».

“Epic Fury”: la dottrina della decapitazione totale

L’aggressione, denominata in codice “Epic Fury” dal Pentagono e “Roaring Lion” dall’esercito israeliano, non è nata per caso né si è improvvisata. Settimane di pianificazione congiunta tra i comandi militari americani e israeliani l’hanno preceduta, con un livello di integrazione operativa senza precedenti: per la prima volta nella storia, caccia F-22 Raptor dell’USAF sono stati dispiegati operativamente in territorio israeliano, basati sull’aeroporto militare di Ovda nel Negev.

Gli obiettivi dichiarati, secondo le analisi del JINSA (Jewish Institute for National Security of America), vanno ben oltre la neutralizzazione nucleare che aveva guidato le operazioni del giugno 2025. La strategia è esplicitamente «massimalista»: distruzione dell’arsenale missilistico, annientamento della marina iraniana, eliminazione fisica della leadership e creazione delle condizioni per un cambio di governo a Teheran. Lo stesso Trump, nelle ore successive all’inizio degli attacchi, ha dichiarato: «Distruggeremo i loro missili e raderemo al suolo la loro industria missilistica. Annientaremo la loro marina. E, come ho detto per tutta la vita, l’Iran non avrà mai un’arma nucleare.»

Dal punto di vista operativo, la coalizione si è mossa su tre pilastri simultanei. Il primo è la superiorità aerea schiacciante: circa 200 velivoli dell’IAF israeliana — F-35I Adir, F-15I Ra’am e F-16I Sufa — si sono affiancati a circa 270 aeromobili americani, tra cui i bombardieri strategici B-2 Spirit equipaggiati con le GBU-57 Massive Ordnance Penetrator, le bombe bunker-buster capaci di penetrare decine di metri di cemento armato. Il secondo pilastro è la guerra elettronica e l’intelligence, con sistemi come l’EA-18G Growler, i satelliti spia KH-11 a risoluzione decimetrica e la raccolta SIGINT in tempo reale. Il terzo è la precisione nell’eliminazione della leadership, resa possibile dall’integrazione tra CIA e Mossad.

Un paese in lutto: il popolo iraniano intorno alla sua Guida

Mentre le bombe cadevano e i canali diplomatici si paralizzavano, nelle strade delle principali città iraniane accadeva qualcosa che la narrativa bellica occidentale ha quasi completamente ignorato: milioni di persone si riversavano in piazza per piangere la Guida Suprema. Le immagini trasmesse dai media iraniani e da osservatori internazionali mostrano folle vastissime a Teheran, Mashhad, Isfahan, Qom. Il governo ha proclamato quaranta giorni di lutto nazionale. Il presidente Masoud Pezeshkian ha dichiarato che l’Iran considera «un diritto e un dovere legittimo» la vendetta contro gli autori di quello che ha definito «un crimine storico».

Khamenei non era soltanto una figura istituzionale: per una larga parte della popolazione iraniana rappresentava il simbolo di una sovranità nazionale conquistata con la rivoluzione del 1979 e difesa per decenni contro pressioni esterne, sanzioni economiche e minacce militari. La sua morte per mano di potenze straniere — agli occhi di molti iraniani — non è la liberazione auspicata da Washington e Tel Aviv, ma un atto di guerra contro l’intera nazione. Il lutto di piazza, reale e documentato, è un dato politico di primaria importanza che contraddice la premessa strategica centrale dell’aggressione: che la popolazione avrebbe accolto le bombe come una benedizione.

L’Iran non era impreparato: la dottrina della «mano morta»

Sarebbe un errore analitico leggere la scena iraniana come un collasso improvviso. Khamenei, nei mesi precedenti all’attacco, aveva lavorato con determinazione alla costruzione di un sistema di sopravvivenza istituzionale. Secondo quanto riportato dal New York Times e confermato dal Jerusalem Post, la Guida Suprema aveva emanato direttive esplicite per meccanismi di successione a quattro livelli: per ogni posizione chiave — militare e politica — fino a quattro successori designati in ordine di priorità, ciascuno con l’obbligo di nominare a sua volta quattro vice.

Questo meccanismo, che gli analisti paragonano al “dead hand” nucleare sovietico, garantisce la continuità del comando anche in caso di decapitazione del vertice. Sul piano operativo, i piani militari predisposti non richiedono ordini continui dall’alto: i comandanti locali possono eseguire direttive preconfezionate per tre fasi distinte — risposta immediata e dimostrazione di forza; guerra asimmetrica e logoramento; gestione della stabilità interna tramite IRGC, polizia e milizie Basij.

La figura emergente in questa fase di transizione è Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, investito da Khamenei di poteri eccezionali nei mesi precedenti il conflitto. Non è detto che diventi il successore formale nella carica di Guida Suprema — la designazione richiede il Consiglio degli Esperti — ma nei fatti costituisce il punto di raccordo tra i centri di potere della Repubblica Islamica.

La risposta iraniana: reazione riflessiva o strategia deliberata?

Nonostante la perdita del proprio vertice, l’Iran non si è fermato. L’IRGC ha comunicato via IRNA di aver condotto sei ondate successive di attacchi missilistici e con droni contro Israele e contro basi americane in Qatar, Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Iraq. L’Iran ha dichiarato di aver preso di mira 27 basi americane nella regione. Gli Houthi yemeniti hanno annunciato la ripresa degli attacchi alla navigazione nel Mar Rosso. La Russia, in Consiglio di Sicurezza, ha esplicitamente condannato l’aggressione chiedendo la cessazione immediata delle ostilità.

Lo Stretto di Hormuz, secondo quanto riferito dall’agenzia Tasnim, è chiuso al traffico commerciale. Il passaggio attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale è diventato un’arma nelle mani di Teheran con effetti immediati sui mercati energetici globali. È la dimensione asimmetrica del conflitto che preoccupa maggiormente gli strateghi occidentali: l’Iran non può vincere la guerra combattuta con gli stessi strumenti della coalizione avversaria, ma può rendere il costo della vittoria insostenibile.

Il nodo irrisolvibile: vincere la guerra, perdere la pace

È qui che si apre la contraddizione più profonda della strategia della coalizione. “Epic Fury” è stata concepita per essere breve: l’amministrazione Trump ha bisogno di una vittoria rapida e visibile, non di un pantano. Israele, per la sua struttura economica e la sua posizione geografica, non può sostenere una guerra prolungata su più fronti. Il piano puntava a un effetto shock nelle prime 48-72 ore: neutralizzazione delle difese aeree, eliminazione della leadership, paralisi della catena di comando.

Ma il governo di Teheran non ha collassato. Ferito gravemente, sì. Disorientato, forse. Ma ancora capace di sparare, di coordinare sei ondate di attacchi, di attivare la propria rete di alleati regionali. Hezbollah, le milizie sciite irachene, gli Houthi yemeniti moltiplicano i fronti e disperdono le forze della coalizione. La guerra cyber è già attiva contro le infrastrutture energetiche e finanziarie dei paesi nemici.

La domanda strategica che nessun analista sa ancora rispondere è: come si trasforma una vittoria militare in una vittoria politica senza occupare il Paese? La coalizione non ha truppe di terra sufficienti né la volontà politica di invadere un territorio di 87 milioni di persone. Se le istituzioni iraniane, pur private della propria guida suprema, mantengono sufficiente coesione, gli attaccanti si troverebbero di fronte a un conflitto senza fine — esattamente come accaduto in Iraq dopo il 2003. I wargame condotti dalle università strategiche americane avvertono inoltre che in un conflitto ad alta intensità alcune categorie di munizioni di precisione potrebbero esaurirsi in meno di una settimana.

Conclusione: la guerra che vuole finire in fretta, ma che potrebbe non farlo

La logica di questo conflitto può essere riassunta in una formula: la coalizione vince se le istituzioni iraniane collassano rapidamente; l’Iran vince se tengono nei primi giorni e riescono a trascinare la guerra verso un logoramento politicamente insostenibile per gli attaccanti. Ogni giorno che passa senza il crollo del governo di Teheran è, paradossalmente, un successo strategico per Teheran stessa.

La morte di Khamenei è un evento storico di proporzioni difficili da misurare a caldo. Per la Repubblica Islamica, è il colpo più duro ricevuto dai tempi della guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta. Ma non è detto che sia il colpo finale. Le istituzioni iraniane hanno costruito la propria continuità con anni di preparazione. E il popolo iraniano — come le piazze in lutto e i quaranta giorni di lutto nazionale dimostrano — non sembra disposto a recitare la parte del popolo liberato che accoglie le bombe come una benedizione.

Rimane, incancellabile, l’immagine delle bambine della scuola Shajareh Tayyebeh di Minab: 108 morti, 92 feriti, un edificio ridotto a macerie mentre le lezioni erano in corso. Quell’immagine non appartiene a nessuna narrativa strategica, a nessun calcolo geopolitico. Appartiene alla storia di ciò che gli esseri umani si fanno gli uni con gli altri quando la guerra viene dichiarata lecita, necessaria, inevitabile. Non lo è. Non lo è mai.

Il Medioriente è entrato in una nuova era. Il problema è che nessuno sa ancora dove conduce — e a quale costo in vite umane.

FONTI E RIFERIMENTI

Le analisi e i dati contenuti in questo articolo si basano sulle seguenti fonti, verificate e consultate in data 1 marzo 2026:

Fonti iraniane

IRNA (Islamic Republic News Agency) — Agenzia ufficiale di stato iraniana — Copertura in tempo reale degli attacchi del 28 febbraio 2026
https://en.irna.ir/ — Fonte primaria per il bilancio delle vittime civili, la conferma della morte di Khamenei, i dati sulla scuola di Minab (108 morti, 63 feriti), i dettagli sulle ondate di attacchi IRGC. Parzialmente irraggiungibile durante i primi ore per via degli attacchi informatici che hanno ridotto la connettività internet in Iran al 4%.

Tasnim News Agency — Agenzia semi-ufficiale vicina all’IRGC — Copertura degli attacchi e delle risposte militari iraniane
https://www.tasnimnews.com/en — Fonte per: conferma chiusura dello Stretto di Hormuz; comunicati IRGC sulle ondate di attacchi missilistici contro le basi USA; dichiarazione iniziale che Khamenei era «salda e ferma nel guidare il fronte».

Mehr News Agency — Agenzia semi-ufficiale iraniana — Copertura degli attacchi e dichiarazioni istituzionali
https://en.mehrnews.com/ — Fonte per dichiarazioni istituzionali iraniane nelle prime ore dell’aggressione; conferma congiunta con Tasnim dello status iniziale di Khamenei.

Mizan News Agency — Agenzia ufficiale del sistema giudiziario iraniano — Bilancio vittime attacco alla scuola Shajareh Tayyebeh di Minab
https://www.mizanonline.ir/ — Fonte primaria per il dato di 108 morti nella scuola elementare femminile di Minab (Hormozgan), ripreso da Al Jazeera e CNBC.

IRIB (Islamic Republic of Iran Broadcasting) — Radiotelevisione di stato iraniana — Immagini e copertura degli attacchi alle scuole
https://www.irib.ir/ — Le immagini del sito della scuola di Minab distrutta, diffuse via AFP, provengono dall’IRIB e sono state riprese da media internazionali come Al Jazeera e CNBC.

Ministero degli Esteri iraniano — Dichiarazione ufficiale — Dichiarazione dell’ambasciatore all’ONU Amir-Saeid Iravani e del ministro Araghchi
https://en.mfa.ir/ — Fonte per: qualificazione degli attacchi come «grave violazione della sovranità nazionale» e aggressione contro la popolazione civile; dichiarazione del ministro Araghchi sulle bambine uccise a Minab.

Mezzaluna Rossa Iraniana — Bilancio vittime aggiornato al 28 febbraio 2026
https://en.rcs.ir/ — Fonte del dato di oltre 200 morti civili iraniani nelle prime ore degli attacchi, ripreso da NPR, CNBC e Al Jazeera.

Fonti internazionali non occidentali

Al Jazeera — Copertura completa — attacchi alle scuole, vittime civili, lutto nazionale
https://www.aljazeera.com/news/2026/2/28/israel-strikes-two-schools-in-iran-killing-more-than-50-people — Fonte fondamentale per il bilancio aggiornato: 108 morti alla scuola di Minab, colpita anche una seconda scuola a est di Teheran; 201 vittime civili totali; dichiarazione ONU di Guterres; condanna russa in CdS. Unico grande network con corrispondenti sul campo a Teheran.

Al Jazeera — Liveblog — Iran declares 40 days of mourning and launches retaliatory attacks
https://www.aljazeera.com/news/liveblog/2026/2/28/live-israel-launches-attacks-on-iran-multiple-explosions-heard-in-tehran — Aggiornamenti in tempo reale sulle sei ondate di attacchi iraniani, chiusura dello Stretto di Hormuz, dichiarazione lutto nazionale.

Fonti istituzionali e think tank

Wikipedia — 2026 Israeli–United States strikes on Iran
https://en.wikipedia.org/wiki/2026_Israeli%E2%80%93United_States_strikes_on_Iran — Cronologia completa dell’operazione, province colpite, reazioni internazionali, bilancio vittime aggregato da più fonti.

JINSA — U.S.-Israel Joint Operations Against Iran’s Regime (28 febbraio 2026)
https://jinsa.org/jinsa_report/u-s-israel-joint-operations-against-irans-regime/ — Analisi degli obiettivi strategici massimalisti dell’operazione Epic Fury.

JINSA — Operations Epic Fury and Roaring Lion: 2/28/26 Update
https://jinsa.org/jinsa_report/operations-epic-fury-and-roaring-lion-2-28-25-update/ — Aggiornamento in tempo reale sulle operazioni, incluse le risposte iraniane.

CSIS — Operation Epic Fury and the Remnants of Iran’s Nuclear Program
https://www.csis.org/analysis/operation-epic-fury-and-remnants-irans-nuclear-program — Analisi del programma nucleare iraniano e degli obiettivi dell’operazione.

Council on Foreign Relations (CFR) — Gauging the Impact of Massive U.S.-Israeli Strikes on Iran
https://www.cfr.org/articles/gauging-the-impact-of-massive-u-s-israeli-strikes-on-iran — Valutazione dell’impatto strategico, rischio di guerra prolungata, ruolo di Hezbollah.

Council on Foreign Relations (CFR) — After Khamenei: Planning for Iran’s Leadership Transition
https://www.cfr.org/reports/leadership-transition-in-iran — Studio pre-conflitto sulla transizione di potere in Iran.

Atlantic Council — Experts react: The US and Israel just unleashed a major attack on Iran. What’s next?
https://www.atlanticcouncil.org/dispatches/experts-react-the-us-and-israel-just-unleashed-a-major-attack-on-iran-whats-next/ — Panel di esperti su implicazioni operative, legali e strategiche.

Stimson Center — Experts React: What the Epic Fury Iran Strikes Signal to the World
https://www.stimson.org/2026/experts-react-what-the-epic-fury-iran-strikes-signal-to-the-world/ — Analisi critica della dottrina del cambio di governo e dei limiti del potere aereo.

Stimson Center — Iran After Khamenei: Recalibration or Retrenchment?
https://www.stimson.org/2026/iran-after-khamenei-recalibration-or-retrenchment/ — Scenari post-Khamenei, ruolo di Larijani.

Foreign Policy — 6 Questions About Operation Epic Fury (28 febbraio 2026)
https://foreignpolicy.com/2026/02/28/iran-strikes-israel-us-questions/ — Sei quesiti chiave sull’operazione: obiettivi, risorse, exit strategy.

TRT World Research Centre — Weaponising ‘Freedom’: Regime Change Narratives in the 2026 Iran War
https://researchcentre.trtworld.com/publications/analysis/weaponising-freedom-regime-change-narratives-in-the-2026-iran-war/ — Analisi critica della narrativa «libertà» e implicazioni della chiusura dello Stretto di Hormuz.

Fonti giornalistiche occidentali

NPR — Iran’s supreme leader, Ayatollah Ali Khamenei, has been killed
https://www.npr.org/2026/02/28/nx-s1-5730158/israel-iran-strikes-trump-us — Conferma morte Khamenei; dato Mezzaluna Rossa (200+ morti); dichiarazione Foreign Ministry iraniano; reazioni internazionali.

CNBC — Ayatollah Ali Khamenei is dead, state news media confirms
https://www.cnbc.com/2026/02/28/trump-iran-strikes-live-updates.html — Dati governatore Hormozgan sull’attacco alla scuola di Minab; dichiarazione Araghchi; bilancio 108 morti, 92 feriti.

The Jerusalem Post — Khamenei takes steps to ensure succession (New York Times report)
https://www.jpost.com/middle-east/iran-news/article-887492 — Ripresa del reportage NYT sui piani di successione di Khamenei; nomina di Larijani.

The Times of Israel — Feb. 28 liveblog
https://www.timesofisrael.com/liveblog-february-28-2026/ — Conferma morti leadership iraniana; piani di successione Larijani; operazioni IRGC.

Wikipedia — 2026 Iranian Supreme Leader election
https://en.wikipedia.org/wiki/Next_Supreme_Leader_of_Iran_election — Meccanismi costituzionali di successione, candidati alla Guida Suprema.

Tutte le fonti sono state consultate in data 1 marzo 2026. I dati sulle vittime civili, in particolare quelli provenienti da fonti iraniane, sono soggetti ad aggiornamenti data la difficoltà di accesso alle aree colpite e l’interruzione delle comunicazioni. La connettività internet in Iran è scesa al 4% nelle prime ore dell’aggressione, rendendo parziale la raccolta delle informazioni.