02 Marzo 2026
Forze dell’Ordine: tra “mele marce” e “limoni spremuti”
Dai casi di cronaca nera (“mele marce”) alle condizioni sistemiche di disagio che affliggono le Forze dell’Ordine (“limoni spremuti”).

Di Pierdomenico Corte Ruggiero
Dai fatti di Rogoredo alla vicenda degli ammanchi presso il negozio COIN alla Stazione Termini; dai drammatici eventi della caserma Levante di Piacenza fino ai casi di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi. Sono esempi di cronaca in cui uomini e donne in divisa hanno commesso — o si ipotizza abbiano commesso — dei reati.
In questi frangenti si parla spesso di “mele marce”, una definizione necessaria per non gettare discredito sulle migliaia di servitori dello Stato. È una precisazione ovvia, quasi banale: la stragrande maggioranza degli appartenenti alle Forze dell’Ordine è composta da persone oneste, capaci e a disposizione dei cittadini spesso oltre i propri doveri. D’altronde, la responsabilità penale è personale.
Tuttavia, mentre il dibattito sulle mele marce resta acceso, si parla troppo poco dei tanti “limoni spremuti” attualmente in servizio.
Il peso della divisa: stress e logorio professionale
Carenza di personale, turni massacranti, stipendi non proporzionati al rischio, equipaggiamenti obsoleti ed età media avanzata. Sono questi i fattori di stress che logorano quotidianamente chi serve nella Polizia di Stato, nei Carabinieri, nella Guardia di Finanza o nella Polizia Penitenziaria.
Spesso i servizi vengono portati a termine solo grazie allo spirito di abnegazione del personale, un sacrificio che, alla lunga, presenta il conto. È inutile rimpiangere i “tempi andati” dell’ordinamento militare assoluto, con turni di guardia di 24 ore e discipline rigide: oggi i sindacati esistono anche nelle Forze Armate e il personale ha diritti che, però, restano spesso difficili da garantire.
L’allarme suicidi e il tabù del supporto psicologico
Il numero dei suicidi nelle Forze dell’Ordine aumenta in modo preoccupante, colpendo anche chi ha pochi anni di servizio. Sebbene siano stati attivati percorsi di supporto psicologico, persiste una paura radicata: essere etichettati come “non idonei” e perdere il lavoro. Per questo molti scelgono il silenzio.
Liquidare la questione con un “noi eravamo forti, i giovani di oggi sono deboli” è una semplificazione dannosa. Sebbene disciplina e addestramento siano imprescindibili, i metodi devono adattarsi al materiale umano di oggi. Le difficoltà economiche, le difficoltà personali, il peso dei turni e a volte la sensazione di non essere adatti a una vita a lungo sognata, possono creare crepe fatali.
Oltre la propaganda: servono interventi concreti
Le Forze dell’Ordine vengono troppo spesso usate come strumento di propaganda politica. Parlare di “sicurezza” non costa nulla, ma le soluzioni concrete richiedono investimenti che nessuno sembra voler sostenere.
Le donne e gli uomini in divisa non sono la “ramazza sociale” con cui spazzare via il degrado; sono professionisti con dei diritti. Quando vediamo passare una pattuglia, tendiamo a vederci degli eroi: impariamo a vederci anche delle persone che portano pesi enormi. È tempo che la politica tenda loro la mano con interventi strutturali, oltre alla nostra doverosa fattiva riconoscenza.
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