02 Agosto 2026
Brasile e Italia, due modelli, due falle: cosa nascondono i numeri dell’HIV quando non guardiamo ai servizi
Minimi storici per l’HIV, ma tagli ai fondi e leggi oppressive minacciano i progressi globali.

Di Marlene Madalena Pozzan Foschiera
Il rapporto UNAIDS mostra nuove infezioni e decessi ai livelli più bassi degli ultimi trent’anni, ma i tagli ai finanziamenti, l’arretramento dei diritti e l’indebolimento dei servizi di prevenzione rischiano di invertire decenni di progressi. Il Brasile è tra i 21 paesi
Nel 2025 il mondo ha registrato 1,2 milioni di nuove infezioni da HIV e 570 mila morti legate all’Aids, i numeri più bassi da oltre trent’anni. A prima vista sembra il ritratto di una vittoria: quattro decenni di scienza hanno trasformato una condanna a morte in una condizione curabile ed evitabile. Ma il rapporto speciale pubblicato dall’UNAIDS il 27 luglio, in apertura della 26esima Conferenza Internazionale sull’Aids a Rio de Janeiro, è netto nell’affermare che questo calo descrive una fotografia, non un film. E il film mostra una risposta globale estremamente fragile, sostenuta da un’architettura di finanziamento che viene smontata in tempo reale.
L’obiettivo di eliminare l’Aids come minaccia alla salute pubblica entro il 2030, fissato dalle Nazioni Unite, rischia concretamente di non essere raggiunto. Non per mancanza di scienza: secondo lo stesso UNAIDS il mondo è alla vigilia di una rivoluzione nella prevenzione, con farmaci iniettabili semestrali che offrono una protezione vicina a quella di un vaccino. Il rischio è politico. Meno fondi, meno servizi, più criminalizzazione.
Il taglio che erode le fondamenta
Il finanziamento internazionale destinato all’HIV è calato del 18% in un solo anno, da 8,8 miliardi di dollari nel 2024 a 7,3 miliardi nel 2025, il livello più basso in quasi vent’anni. L’aiuto allo sviluppo estero è sceso del 23%, il calo più marcato mai registrato, colpendo in pieno i programmi di salute globale. Regioni ad alto carico e basso reddito, come l’Africa occidentale e centrale, dipendono da fonti esterne per oltre il 90% della propria risposta all’HIV.
L’effetto pratico si vede nei servizi che sostengono la parte più delicata della risposta, quelli che raggiungono le popolazioni più vulnerabili:
▸ i finanziamenti per i preservativi sono stati tagliati di oltre il 90% in alcuni paesi;
▸ i servizi comunitari per uomini gay e altri uomini che hanno rapporti sessuali con uomini sono calati dell’85%;
▸ i servizi per le persone che si prostituiscono sono calati dell’82%;
▸ il sostegno alle sopravvissute a violenza di genere è calato del 72%;
▸ l’uso della PrEP (profilassi pre-esposizione) è diminuito del 38% tra il 2024 e il 2025 in 62 paesi che riportano dati all’UNAIDS.
È questo il punto centrale: un calo globale dei nuovi contagi, misurato su 15 anni, può convivere con un collasso recente e acuto dei servizi che sostengono quel calo. I dati del 2025 riflettono ancora, in parte, investimenti fatti prima dei tagli. L’effetto reale dello smantellamento tenderà a manifestarsi nei prossimi anni.
La lista dei 21: quando crescere non è un caso
Mentre la media globale scendeva, 21 paesi hanno registrato un aumento delle nuove infezioni dal 2010: Afghanistan, Algeria, Armenia, Bangladesh, Brasile, Congo, Costa Rica, Egitto, Filippine, Yemen, Madagascar, Niger, Pakistan, Paraguay, Perù, Kirghizistan, Senegal, Sri Lanka, Sudan, Tunisia e Venezuela.
Lo schema non è casuale. Tre intere regioni hanno registrato un aumento dei nuovi contagi dal 2010: Europa orientale e Asia centrale, Medio Oriente e Nord Africa, e America Latina, dove la crescita ha raggiunto il 25% nel periodo. In ciascuna, la spiegazione combina gli stessi ingredienti in proporzioni diverse: dipendenza da finanziamenti esteri che ora scompaiono, sistemi sanitari con scarsa capillarità per PrEP e screening, e leggi che allontanano le popolazioni chiave (persone trans, lavoratori del sesso, consumatori di droghe, uomini che hanno rapporti sessuali con uomini) dai servizi sanitari per paura della criminalizzazione.
L’era della dipendenza dagli aiuti internazionali è finita. I paesi non possono aspettare, e non possono arretrare. Winnie Byanyima, direttrice esecutiva dell’UNAIDS
Diritti in arretramento, virus in avanzata
Per la prima volta da quando l’UNAIDS monitora questi dati, la criminalizzazione delle popolazioni vulnerabili all’HIV è aumentata. Nel 2025 Burkina Faso e Niger hanno introdotto la criminalizzazione delle relazioni tra persone dello stesso sesso, e il Senegal ha inasprito le pene per lo stesso tipo di relazione nel 2026. Oggi 168 paesi criminalizzano ancora il lavoro sessuale, 152 criminalizzano il possesso di piccole quantità di droghe, 66 criminalizzano le relazioni tra persone dello stesso sesso e 14 criminalizzano le persone transgender.
La logica è diretta e comprovata da decenni di epidemiologia: quando una persona teme di essere arrestata, aggredita o esposta nel cercare un servizio sanitario, si allontana da quel servizio. I diritti umani non sono un tema parallelo alla risposta all’HIV. Sono parte dell’ingegneria che fa funzionare quella risposta.
Il paradosso brasiliano
Il Brasile occupa un posto ambiguo e istruttivo in questo rapporto. Da un lato resta un riferimento internazionale: l’Organizzazione Panamericana della Sanità ha certificato il paese, nel dicembre 2025, per l’eliminazione della trasmissione verticale dell’HIV (da madre a figlio), e il paese ha ampliato del 41% l’accesso ai farmaci di prevenzione nell’ultimo anno, con circa 230 mila utenti di PrEP, equivalenti a 5,2 persone in profilassi per ogni nuova diagnosi, sopra l’obiettivo dello stesso Ministero della Salute.
Dall’altro lato, il paese è tra i 21 con aumento delle nuove infezioni, salite di oltre il 20% tra il 2010 e il 2025, in controtendenza rispetto al calo globale di circa il 43% nello stesso periodo. L’UNAIDS segnala un rischio strutturale specifico per le economie a reddito medio come quella brasiliana: il costo degli schemi antiretrovirali di seconda linea sale in modo marcato man mano che il paese perde l’idoneità ai finanziamenti esteri, mettendo sotto pressione i bilanci nazionali proprio nel momento in cui l’aiuto internazionale scompare.
C’è anche un episodio concreto di questa tensione. Pur avendo partecipato alle sperimentazioni cliniche del lenacapavir (la nuova iniezione preventiva semestrale con un’efficacia vicina a quella di un vaccino), il Brasile non ha ricevuto dal produttore Gilead la licenza volontaria che permetterebbe prezzi accessibili o la produzione di generici. Il paese sta ora valutando il ricorso alla licenza obbligatoria, meccanismo che prescinde dall’autorizzazione dell’azienda farmaceutica in nome dell’interesse pubblico.
Italia ed Europa: due fragilità diverse
Nel rapporto l’Europa appare divisa in due quadri opposti. L’Europa orientale e l’Asia centrale fanno parte del gruppo delle tre regioni con infezioni in aumento dal 2010, trainate soprattutto dalla Russia, che da sola ha registrato 28.249 nuove diagnosi nel 2024, il volume più alto del continente, seguita da Ucraina e Turchia. Armenia e Kirghizistan sono tra i 21 paesi della lista.
L’Europa occidentale, dove si trova l’Italia, non fa parte di questo gruppo in crescita. Lì il problema è un altro: una crisi silenziosa di sotto-diagnosi. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, una persona su nove sieropositiva in Europa occidentale non sa ancora di essere infetta, e quasi la metà (48%) delle diagnosi effettuate nel 2024 nello Spazio Economico Europeo sono state tardive, quando la conta dei linfociti CD4 è già scesa sotto le 350 cellule per millimetro cubo, soglia oltre la quale il trattamento perde efficacia.
L’Italia, nello specifico, si è mantenuta stabile: 2.379 nuove diagnosi di HIV nel 2024, pari a 4 casi ogni 100 mila abitanti, un tasso inferiore alla media dell’Europa occidentale (5,9 ogni 100 mila), e sostanzialmente uguale all’anno precedente. Il dato più rivelatore, però, riguarda l’età: l’età mediana alla diagnosi ha raggiunto i 41 anni tra gli uomini e i 40 tra le donne, in crescita costante dal 2012. Questo significa che l’HIV, in Italia, non è più prevalentemente una questione di adulti giovani, ma colpisce in misura crescente persone di mezza età, spesso fuori dal raggio delle campagne di screening rivolte al pubblico giovane. Secondo il Centro Operativo Aids dell’Istituto Superiore di Sanità, la quota di diagnosi tardive cresce in modo continuo dal 2015.
Il contrasto tra Brasile e Italia illustra bene l’argomento centrale di questo testo: due paesi con sistemi sanitari molto diversi, entrambi citati come riferimento per qualche aspetto della risposta all’HIV, ed entrambi con una falla strutturale distinta nascosta dietro numeri apparentemente stabili o persino positivi.
Ciò che i numeri non raccontano da soli
È esattamente questo divario, tra la statistica aggregata e la qualità reale dei servizi, che l’infettivologa Beatriz Grinsztejn, presidente della International AIDS Society e direttrice del Laboratorio di Ricerca Clinica su IST e Aids dell’Instituto Nacional de Infectologia Evandro Chagas (Fiocruz), analizza in un’intervista con il giornalista Victor Boyadjian. Valuta l’impatto dei tagli ai finanziamenti internazionali, l’indebolimento delle politiche di prevenzione, l’avanzata di misure che ampliano la vulnerabilità dei gruppi più esposti al virus, e spiega perché i casi sono tornati a crescere in Brasile nonostante i progressi scientifici in materia di trattamento e prevenzione.
L’UNAIDS riassume il dilemma in una frase che vale come sintesi: la scelta di fronte al mondo è arretrare e rischiare una recrudescenza dell’epidemia, oppure ricostruire e finanziare ciò che, comprovatamente, funziona.
Note di verifica e fonti:
▸ UNAIDS, rapporto speciale “United to End AIDS” e comunicato ufficiale, 27/07/2026 (unaids.org)
▸ UNAIDS, Global HIV & AIDS statistics — Fact sheet, aggiornato il 27/07/2026
▸ UN News, “‘Perilous moment’ threatens to reverse years of gains in HIV/AIDS response”, 12/06/2026
▸ Folhapress/O Tempo e Jornal de Brasília, copertura AIDS 2026, 27-30/07/2026 (dati sul Brasile e lista dei 21 paesi)
▸ Conexão MT, copertura AIDS 2026 con dettaglio della tabella per paese, 29/07/2026
▸ United Nations Western Europe / OMS, “AIDS: 1 in 9 people living with AIDS in Western Europe do not know their status”, 02/12/2025
▸ Istituto Superiore di Sanità (ISS) / Ministero della Salute, Notiziario ISS-CoA vol. 38 n. 11, novembre 2025 (dati sull’Italia)
▸ ANSA e Lila (Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids), copertura dei dati ISS, novembre 2025

