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Sul corpo di Matteotti, le falsità di Vespa

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di MARIO GIANFRATE

La tesi riproposta dal giornalista era stata denunciata in passato dallo storico Caretti


Nuovo tentativo di distorcere la verità storica sull’assassinio di Giacomo Matteotti, deputato e segretario del Partito Socialista Unitario, ucciso dalla Ceka, un’organizzazione criminale alle dirette dipendenze di Mussolini, di cui era capo Amerigo Dumini. Matteotti, in un discorso alla Camera nella seduta del 30 aprile 1924, aveva accusato senza mezzi termini e con un discorso che la stampa fascista definì “provocatorio” i brogli e le violenze con cui il fascismo aveva vinto le elezioni. Nella seduta fissata per l’11 giugno, si era sparsa voce che avrebbe fatto un intervento accusando Mussolini di aver presentato un bilancio fasullo ma, soprattutto, avrebbe denunciato un giro di tangenti legate all’affare Sinclair, la società petrolifera americana che, per ottenere il monopolio dello sfruttamento del petrolio in Italia, aveva elargito “mazzette” al Re e al fratello di Mussolini, Arnaldo, direttore del Popolo d’Italia.

Il 10 giugno, però, giorno prima della prevista seduta parlamentare, Matteotti è rapito e assassinato dagli squadristi di Mussolini.

Ora è Bruno Vespa ha riproporre una vecchia e menzognera tesi secondo la quale il Duce, dopo l’assassinio del martire socialista, avrebbe aiutato la famiglia di Matteotti con elargizione di soldi.

Una tesi antistorica – ma da Vespa non si poteva pretendere altro – e che tenta ignominiosamente di trasformare Javert, il truce poliziotto de I Miserabili di Victor Hugo, da persecutore di Jean Valijean in una sorta di Madonna delle Grazie.

Su questo aspetto su cui la canea fascista tenta a più riprese di speculare, ha già risposto qualche tempo addietro lo storico Stefano Caretti, già docente di Storia Contemporanea all’Università di Siena, Presidente dell’Associazione Pertini e vicepresidente della Fondazione Turati (che conserva l’Archivio Matteotti), è curatore dell’opera omnia matteottiana, con una decina di volumi già pubblicati da Nistri-Lischi. In una intervista rilasciata qualche anno fa al Corriere della Sera, a firma di Marzio Breda, il prof. Caretti fa chiarezza sull’argomento, smentendo con prove inconfutabili la tesi secondo la quale Velia, consorte del Martire, chiede denaro “macchiato dal sangue del marito” a Mussolini. “Bisogna riandare agli anni dopo il delitto – precisa Caretti nell’intervista. Al momento della morte, i beni di Matteotti furono stimati in 1.203.000 lire: un grosso patrimonio, insomma. Che fu presto danneggiato da incendi, devastazioni, avvelenamento di bestiame compiuti da una famiglia di fittavoli fascisti. La crisi precipitò alla morte di Isabella, la madre di Giacomo che reggeva le sorti della proprietà; Velia dovette chiedere all’Istituto Sanpaolo di Torino un mutuo che era ampiamente garantito dalla tenuta di 2.700 pertiche e da numerose proprietà edilizie. All’inizio il prestito non fu concesso, fino a quando tutto si sbloccò grazie a una campagna internazionale sensibilizzata da Oda Olberg e da Sylvia Pankhurst”. Insomma: Mussolini era intervenuto o no, a favore dei Matteotti? – interroga il giornalista: “Suggerirlo fu una mossa propagandistica, e infatti il Duce fece pubblicare la notizia su un giornale parigino, per sopire quella campagna di stampa e condizionare la vedova. Poco dopo, comunque, Velia si affidò a un nuovo amministratore al posto di quello che le era stato messo in casa come spia del regime, e vendette le proprietà per 3.240.000 lire. Il mutuo fu estinto insieme ad altre pendenze e, con il ricavato, la vedova acquistò nel 1936 una tenuta di 300 ettari in Friuli, lasciando ai figli una liquidità di 1.621.000 lire. C’è un rapporto del prefetto di Rovigo, a confermare questi dettagli e a fare giustizia di qualsiasi sospetto di “regali” del dittatore alla famiglia della sua vittima”.