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Intervista allo scrittore Carmine Natale sul suo ultimo libro “Le frontiere dell’inquietudine” Schena editore

E’ uscito a Febbraio 2023 l’ultimo libro dello scrittore Carmine Natale “Le frontiere dell’inquietudine (“Schena editore”). L’autore afferma che l’idea di scrivere le storie contenute in questa sorta di diario nasce dopo il ritrovamento, nella soffitta della casa di campagna, di una vecchia scatola di scarpe piena di fotografie d’epoca.

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di Fabia Tonazzi

photo:pressoffice

E’ uscito a Febbraio 2023 l’ultimo libro dello scrittore Carmine Natale “Le frontiere dell’inquietudine” (“Schena editore”). L’autore afferma che l’idea di scrivere le storie contenute in questa sorta di diario nasce dopo il ritrovamento, nella soffitta della casa di campagna, di una vecchia scatola di scarpe piena di fotografie d’epoca.

Questo evento casuale è diventato per me un’imprevista occasione di riflessione, una traccia importante per la scoperta delle radici più profonde della mia esistenza“- afferma Carmine Natale

Cosa hai provato, Carmine, quando hai ritrovato le foto?

La prima sensazione che ho provato guardando queste foto d’epoca in bianco e nero è stata quella di un risveglio improvviso dei ricordi dell’infanzia, una riscoperta del gusto di vivere affascinati dall’immaginazione e dalle emozioni. In quella scatola di scarpe ho trovato, per la prima volta, documenti di valore inestimabile per la storia della mia famiglia e per la storia del territorio in cui sono vissuto. Ho scoperto, infatti, le foto in cui mio nonno, Paolo Amati, pose, un secolo fa, la prima pietra per l’avvio dei lavori di costruzione della chiesa, della sua abitazione e delle prime case dei pescatori di Savelletri di Fasano, un piccolo borgo marinaro situato nella provincia di Brindisi e diventato, oggi, una delle mete più ambite del turismo internazionale.

Ho rivisto le foto della Masseria in cui abitavano i miei nonni, foto dei volti pescatori sulle barche a remi e dei braccianti dell’epoca impegnati nella raccolta del grano, delle olive e nella coltivazione degli ortaggi, foto di auto d’epoca e di carri agricoli. Queste splendide immagini degli anni ’20, descrivono l’atmosfera che si viveva in quel periodo storico e la straordinaria bellezza del territorio pugliese, fortunatamente, ancora oggi, ricco di spiagge stupende e di alberi di ulivo monumentali.

Tra le foto, ho trovato anche una commovente lettera di un ufficiale naufrago fuggito dall’Albania per non cadere in prigionia che scrive ad uno zio di mia madre, Don Ambrogio Palettella, primo parroco del Borgo di Savelletri (lettera riprodotta in Appendice e nel testo del romanzo).

Dopo aver riordinato queste foto in bianco e nero, ho voluto rileggere le vicende di Paolo Amati riportate in un libro di storia del 1936 dal titolo “Puglia d’Oro”, in un servizio giornalistico della rivista “Osservatorio” dell’ottobre 2008 e successivamente in un romanzo pubblicato, qualche anno fa, da uno scrittore fasanese (“Un’estate a Savelletri” di Giovanni Narracci – 2013 – Schena Editore). Ho riscoperto, dagli scritti sopracitati, i tratti salienti della sua personalità. Oggi, chiunque leggesse queste pagine, potrebbe, forse, definire Paolo Amati un volontario o un missionario laico dedito «a fare del bene a quanti ne avessero bisogno per aiutarli a superare le difficoltà della vita», «un propagandista tenace dei vantaggi dell’associazione delle forze» in campo produttivo».

Infatti, secondo le ricostruzioni storiche di “Puglia d’Oro”, Paolo Amati «si prodigò, sempre instancabile, a favore degli ultimi e lottò con energia per evitare loro ingiustizia e soprusi».

Era un uomo che «ebbe sacro il culto dell’amicizia e che stimò, valorizzò l’intelligenza anche dei nemici, facendola rispettare da chiunque».

Il risveglio di questi ricordi mi ha messo molto in sintonia con l’esperienza emotiva vissuta e descritta da Cesare Pavese nel suo racconto “La langa”:

Io ce l’avevo nella memoria tutto quanto, ero io stesso il mio paese: bastava che chiudessi gli occhi e mi raccogliessi… per sentire che il mio sangue, le mie ossa, il mio respiro, tutto era fatto di quella sostanza e oltre me e quella terra non esisteva nulla.

La scoperta di queste tracce del passato mi ha spinto, inoltre, a cercare di comprendere le motivazioni che spinsero Paolo Amati a sacrificarsi «a sollievo degli umili» mettendo a disposizione una parte del suo patrimonio immobiliare affinché i pescatori del piccolo borgo di Savelletri da lui stesso creato avessero «case comode e sicure».

Di cosa parlano i racconti presenti nel “diario”?

I racconti contenuti in questo diario, pertanto, prendono spunto proprio da questa esperienza concreta di condivisione sociale dei beni per individuare le ragioni profonde che inducono uomini e donne di ogni epoca ad adoperarsi per alleviare le sofferenze altrui, per far crescere economicamente e spiritualmente un’intera collettività. 

La filosofia, la psicologia e, da ultimo, anche le neuroscienze hanno cercato di dare una risposta a questi interrogativi giungendo alla conclusione che questa spinta dell’uomo a sacrificarsi a sollievo del prossimo deriva dalla “compassione radicale” connaturata nell’animo umano. È la compassione che spinge l’uomo, prescindendo pure dalle sue convinzioni religiose, ad alleviare le sofferenze altrui anche contro i propri interessi.

Questo imperativo interiore di cambiare la realtà, al fine di alleviare il dolore degli altri, secondo alcuni filosofi contemporanei come Khen Lampert, è radicato nel profondo della nostra natura umana e non è mediato dalla cultura, è universale e sta alla radice delle rivendicazioni storiche di cambiamento sociale.

Secondo Lampert «la compassione, soprattutto nella sua forma radicale, si manifesta come un impulso. Questa predisposizione, questo stato d’animo si pone in netto contrasto con le teorie di Darwin, che riguardano l’istinto di sopravvivenza, come determinanti il comportamento umano e in netto contrasto anche con la teoria freudiana del principio di piacere che respinge qualsiasi naturale tendenza da parte degli esseri umani ad agire contro i propri interessi» 

La compassione radicale nasce, dunque, da un profondo senso di inquietudine e di disagio per le ingiustizie, per le discriminazioni di ogni tipo e per i profondi squilibri economici generati da una società ripiegata esclusivamente su egoistiche logiche di mercato che provocano l’emarginazione dei soggetti più deboli e vulnerabili.

Esperti di psicologia hanno sostenuto, di recente, che il nostro cervello è programmato per la compassione o empatia. Emerge, infatti, dagli ultimi studi nel campo delle neuroscienze, che noi agiamo tramite un programma atto a percepire, sentire, il dolore dell’altro, così come la gioia e le altre emozioni” (cfr. E. Gius). La compassione diventa, dunque, un autentico aiuto a chi è nella necessità, divenendo anche giustizia riparativa del male, della sofferenza, del dolore, esercizio di responsabilità verso il mondo globale e argine e speranza contro la distruzione della vita.

Qual è il filo conduttore del libro?

In ogni caso, per tornare al filo conduttore del romanzo, posso dire che, come emerge dal titolo, il suo nucleo essenziale è rappresentato proprio dall’inquietudine che anima tutti gli attori del racconto. L’inquietudine è espressione, in questo caso, di un’intensa vitalità dell’anima e si collega ad un profondo stato di disagio per tutte le disuguaglianze e le discriminazioni esistenti nella nostra società complessa e globalizzata. Il protagonista principale del romanzo è Simon Lagarde, un volontario internazionale già incontrato nei miei precedenti romanzi “I recinti del pensiero” e “Commossi dal sogno”.

Simon, dopo un tormentato percorso di ricerca interiore e burrascose vicende sentimentali, scopre, in tutta la sua radicalità, il messaggio evangelico e sceglie di schierarsi, sempre e comunque, a fianco dei poveri e di coloro che non hanno voce e non hanno forza e che nessuno rappresenta o aiuta.

Matura, così, il convincimento della possibilità di ritrovare Dio e se stessi nel semplice e sempre intenso rapporto con la natura. Sente la necessità di trovare un modus vivendi differente, meno superficiale ed avverte il bisogno di momenti di riflessione, di contemplazione, di preghiera profonda per entrare in contatto con il proprio mondo interiore e per rafforzare la sua passione per la “compassione”.

Tale consapevolezza viene sviluppata all’interno di un gruppo di volontari internazionali che si occupano di accoglienza dei migranti e della realizzazione di progetti di assistenza a persone che vivono nelle aree più povere del Terzo mondo. Simon si trova, così, coinvolto in diverse vicende drammatiche che riguardano migranti in fuga dalla guerra e dalla fame e in situazioni che mettono in serio pericolo la sua vita e quella dei suoi amici volontari impegnati in faticose missioni umanitarie. Scopre, però, che chi vive in silenzio davanti a Dio scopre il mondo, la vita, le cose, l’esistenza intera con una luce nuova. Acquista la consapevolezza che «il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi» come dice Marcel Proust.

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