25 Ottobre 2026
L’ultima sera di Lidia Macchi
Il 5 gennaio 1987 una studentessa di 21 anni scompare dopo aver visitato un’amica in ospedale. Due giorni dopo il corpo viene ritrovato in un bosco del Varesotto. Una lettera anonima, reperti biologici distrutti e indagini durate decenni conducono all’arresto di Stefano Binda, condannato all’ergastolo e poi assolto in via definitiva. La storia di un omicidio irrisolto e di uno dei più controversi procedimenti giudiziari italiani

Di Pierdomenico Corte Ruggiero
È lunedì 5 gennaio 1987. Lidia Macchi ha 21 anni, studia Giurisprudenza all’Università Statale di Milano e vive con la famiglia nel quartiere varesino di Casbeno.
Frequenta Comunione e Liberazione, è capo scout. La sua vita comprende tante amicizie, tanti interessi e progetti.
Quel pomeriggio prende in prestito, all’ultimo momento, la Fiat Panda di famiglia per visitare l’amica Paola Bonari, ricoverata all’ospedale di Cittiglio. Il padre Giorgio le consegna diecimila lire per la benzina. Lidia deve rientrare per cena.
La visita si svolge normalmente. Secondo le testimonianze, lascia il reparto tra le 20:15 e le 20:30, dopo essere stata vista scendere le scale. Lidia ha fretta, perché è in ritardo per la cena.
Da quel momento scompare.
Non è stato possibile stabilire che cosa sia accaduto nel parcheggio: se abbia raggiunto l’auto, incontrato qualcuno, accettato un passaggio o conosciuto uno sconosciuto. Sembra però molto difficile che possa aver dato confidenza ad uno sconosciuto.
Intorno alle 22 una donna nota una Fiat Panda ferma con i fari accesi lungo una strada sterrata nella zona di Sass Pinì, nei pressi di Cittiglio. L’avvistamento verrà collegato alla vettura di Lidia, ma non è certo che in quel momento fosse ancora viva.
A casa, intanto, non torna. Cominciano le ricerche. A cui partecipano decine di suoi amici.
Lidia aveva molti amici, perché era impossibile non volerle bene.
Il ritrovamento nel bosco
Il 7 gennaio, poco prima delle 10:30, tre amici impegnati nelle ricerche individuano la Panda lungo la strada sterrata di Sass Pinì. Il corpo di Lidia è vicino all’auto, a faccia in giù e parzialmente coperto da cartoni.

I collant sono indossati al rovescio e i pantaloni sistemati negli stivali in modo apparentemente insolito.
L’autopsia accerta una violenza estrema: Lidia è stata uccisa con ventinove coltellate, distribuite tra testa, collo, torace, schiena e cosce. Una ferita alla mano viene interpretata come possibile lesione da difesa. Il numero dei colpi alla schiena suggerisce un’aggressione proseguita mentre la ragazza cercava di sottrarsi o si trovava in una posizione vulnerabile, ma la medicina legale non consente di ricostruire ogni movimento con certezza.
Gli esami rilevano inoltre segni compatibili con un rapporto sessuale precedente alla morte. Nessun segno di violenza sessuale.
Lidia aveva una profonda religiosità che sicuramente toccava anche la sfera sessuale. Individuare la dinamica psicologica di questo suo primo, ed ultimo, rapporto sessuale avrebbe potuto e potrebbe portare a risolvere il caso.
Per colpire è stato usato un coltello a lama corta. Di marca “Opinel” secondo il medico legale. I coltelli di marca Opinel vengono usati anche dagli scout https://www.cacciaepescabonannini.it/post/coltello-da-scout-guida-alla-scelta-e-usi-pratici.html .
L’omicidio non è avvenuto nel luogo di ritrovamento o nella Fiat Panda.
Gli undici vetrini distrutti
Nel 1987 la genetica forense non dispone ancora delle tecniche oggi comuni. Durante l’autopsia vengono comunque raccolti reperti biologici, tra cui undici vetrini con materiale seminale.
Nel 2000 i vetrini vengono distrutti durante lo smaltimento dei corpi di reato relativi a procedimenti archiviati. Quando le indagini riprenderanno, non saranno più disponibili.
Non è possibile affermare che la loro conservazione avrebbe certamente identificato l’assassino: quantità, qualità, contaminazione e condizioni di conservazione avrebbero inciso sull’analisi. Resta però il fatto che una rilevante possibilità di verifica scientifica è andata perduta.
La poesia anonima
Il 10 gennaio 1987, giorno dei funerali, la famiglia Macchi riceve uno scritto anonimo intitolato In morte di un’amica. È una prosa poetica con immagini religiose e riferimenti alla morte, interpretati molti anni dopo come possibili allusioni al delitto.
L’autore non si identifica. Il linguaggio richiama un ambiente in cui religiosità, letteratura e riflessione spirituale si intrecciano, vicino alla vita di Lidia. Ma non è possibile stabilire se si tratti di un amico, di una persona che elaborava il lutto o dell’assassino.
Anche individuare l’autore non significherebbe automaticamente identificarlo con il responsabile dell’omicidio. Sarebbe necessario dimostrare che il testo contiene conoscenze riservate all’autore del delitto o che esistono ulteriori prove di collegamento.
Le prime indagini
Gli investigatori esaminano amicizie, relazioni, frequentazioni religiose e spostamenti di Lidia. Viene valutata anche una pista relativa a un sacerdote, senza risultati. L’attenzione agli ambienti cattolici serve a ricostruire il contesto della vittima e non implica un coinvolgimento del movimento.
Rimane possibile anche un incontro con una persona estranea alla sua cerchia. Il luogo appartato di Sass Pinì rende l’ipotesi plausibile, ma non emergono elementi decisivi. Non viene identificato l’uomo coinvolto nel rapporto sessuale né chiarito perché Lidia abbia raggiunto quella zona.
Il fascicolo resta senza soluzione per decenni.
Patrizia Bianchi e l’arresto di Binda
Nel 2015 Patrizia Bianchi, che conosceva Lidia e Stefano Binda, vede riprodotta la lettera sulla stampa e riconosce, a suo avviso, la grafia di Binda. Consegna agli investigatori quattro cartoline ricevute dall’uomo per un confronto grafologico.
Una consulenza individua corrispondenze tra la poesia e gli scritti attribuiti a Binda. Gli investigatori ritengono così possibile non solo attribuirgli la lettera, ma anche interpretarne alcuni passaggi come prova di una conoscenza diretta del delitto.
Il 15 gennaio 2016 Binda viene arrestato. Ex compagno di liceo di Lidia e appartenente allo stesso ambiente di frequentazioni religiose, è descritto come una persona colta e interessata alla letteratura. L’accusa costruisce il quadro su conoscenza della vittima, contesto comune, poesia, grafologia e testimonianze.
La tesi può essere riassunta così: l’autore della poesia conoscerebbe il delitto dall’interno; Binda sarebbe l’autore; dunque Binda sarebbe l’assassino. La conclusione, però, dipende dalla prova di ciascuna premessa.
Binda nega sia l’omicidio sia la paternità della lettera. Nel dicembre 2016 viene rinviato a giudizio e nell’aprile 2017 inizia il processo davanti alla Corte d’assise di Varese.
Il processo e la condanna
Il procedimento è prevalentemente indiziario. La grafologia occupa un ruolo centrale, ma non equivale a un’identificazione genetica e il suo valore dipende da campioni, metodologie e attendibilità delle conclusioni.
Nel luglio 2017 depone Patrizia Bianchi, spiegando il rapporto con Binda e le ragioni della segnalazione. La Procura considera anche una possibile violenza sessuale, ma non esiste una prova genetica che colleghi Binda all’uomo coinvolto nel rapporto rilevato dall’autopsia.
La Corte d’assise ritiene comunque gli indizi gravi, precisi e concordanti.
Il 24 aprile 2018 Stefano Binda viene condannato all’ergastolo. Per la famiglia Macchi sembra arrivata una risposta; per Binda e i suoi difensori, Sergio Martelli e Patrizia Esposito, è la condanna di un innocente.
L’appello e l’assoluzione
Nel 2019 il caso arriva alla Corte d’assise d’appello di Milano. Le analisi delle tracce biologiche recuperate dalla busta della poesia non individuano un profilo genetico attribuibile a Binda. Il risultato non dimostra chi abbia scritto la lettera, ma non fornisce il riscontro atteso dall’accusa.
Anche i reperti recuperati dopo l’esumazione del corpo non producono una corrispondenza genetica. La difesa richiama inoltre un alibi che la Corte ritiene non efficacemente smentito.
L’avvocato Piergiorgio Vittorini riferisce poi che un proprio cliente gli avrebbe confidato di essere l’autore della poesia, senza poterne rivelare l’identità per il segreto professionale. La dichiarazione non attribuisce con certezza lo scritto a un’altra persona, ma contribuisce a indebolire la sicurezza dell’accusa.
Il 24 luglio 2019 la Corte d’assise d’appello assolve Binda per non aver commesso il fatto. Viene scarcerato dopo circa tre anni e mezzo di custodia cautelare.
Le motivazioni, depositate nell’ottobre 2019, rilevano che il contenuto della poesia non dimostra la presenza dell’autore al delitto, che l’attribuzione a Binda non è sufficientemente certa, che gli accertamenti genetici non lo coinvolgono e che l’alibi non è stato superato in modo convincente.
Una ricostruzione può essere coerente sul piano narrativo senza essere provata giudiziariamente. Nel processo penale la responsabilità deve risultare oltre ogni ragionevole dubbio.
La Cassazione
La Procura generale e le parti civili impugnano la sentenza. Il 27 gennaio 2021 la prima sezione penale della Corte di Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi, rendendo definitiva l’assoluzione. Le motivazioni, rese note nel marzo successivo, confermano la valutazione della Corte d’appello.
La Suprema Corte ritiene che gli elementi siano stati esaminati individualmente e nel loro insieme e giudica l’impianto accusatorio fondato su presunzioni e congetture non sufficientemente sostenute da dati certi. Vengono riconosciute anche la rilevanza delle risultanze scientifiche e dell’alibi.
Stefano Binda non è dunque il responsabile giudiziariamente accertato dell’omicidio. Il delitto resta senza un colpevole identificato dalla giustizia.
Le agende e l’ingiusta detenzione
Tra i materiali sequestrati figurano agende e appunti personali di Binda. In un foglietto del 1986 compare la frase «Stefano è un barbaro assassino». In un’agenda del gennaio 1987, accanto a una fotografia di Lidia, si trova un altro scritto dal significato oscuro.
Le frasi possono apparire inquietanti, ma non hanno un significato univoco. Non è dimostrato che il primo foglietto sia stato scritto da Binda; il secondo, pur riconosciuto come autografo, resta interpretabile. Un appunto ambiguo non può diventare una confessione senza ulteriori riscontri.
Il 25 settembre 2026 la Corte d’appello di Milano riconosce a Binda un indennizzo di 212.294,16 euro per i 1.286 giorni trascorsi in carcere. È la terza decisione sulla riparazione, dopo due annullamenti con rinvio della Cassazione. La Corte attribuisce a parte dei suoi comportamenti un profilo di colpa lieve per aver contribuito a generare sospetti.
Il procedimento riguarda però la riparazione dell’ingiusta detenzione, non la responsabilità per l’omicidio. L’assoluzione definitiva resta ferma.
Le domande senza risposta
A quasi quarant’anni, non è stato chiarito chi abbia accompagnato Lidia nelle sue ultime ore, chi fosse l’uomo coinvolto nel rapporto sessuale e se fosse anche l’assassino. Restano da comprendere le circostanze che l’hanno portata a Sass Pinì, la dinamica delle ventinove coltellate e l’autore della poesia.
La distruzione degli undici vetrini ha eliminato una possibilità di verifica scientifica potenzialmente importante, ma non significa che ogni altra strada sia chiusa. Servirebbero elementi nuovi, attendibili e verificabili, non interpretazioni arbitrarie o sospetti privi di riscontri.
Partendo da una domanda. Quante persone sapevano che Lidia doveva recarsi in Ospedale a Cittiglio? I genitori di Lidia tornano, inaspettatamente, prima dalle vacanze. Quindi Lidia solo all’ultimo ha disponibilità della Panda. Nel pomeriggio, infatti, era stata vista nella stazione ferroviaria vicino casa consultare orari dei treni. E forse per un viaggio in treno di sera, aveva chiesto compagnia a qualcuno.
Non abbiamo ovviamente certezze ma tutto sembra indicare una persona conosciuta da Lidia, che sapeva della visita a Cittiglio e che era buon conoscitore del luogo di abbandono del corpo. Abituato a muoversi nei boschi e con l’abitudine di portare un coltello.
Persona che forse arriva e lascia Cittiglio in treno. Un viottolo che parte dal luogo dove è stata ritrovata Lidia cadavere, porta alla stazione ferroviaria di Cittiglio.
Due tragedie da non contrapporre
La vicenda riguarda sia l’omicidio di una ragazza di 21 anni sia le conseguenze di una condanna all’ergastolo seguita da un’assoluzione definitiva.
L’assoluzione di Binda non attenua la gravità dell’assassinio di Lidia. Allo stesso tempo, il dolore della famiglia Macchi non può giustificare un’attribuzione di responsabilità che il processo non ha dimostrato.
La presunzione di innocenza non ostacola la ricerca della verità: impedisce che la necessità di trovare un colpevole sostituisca la prova. La famiglia Macchi continua ad attendere una risposta. Nel tempo, il ricordo di Lidia ha alimentato anche iniziative di solidarietà attraverso una fondazione impegnata nel sostegno all’istruzione dei bambini in Uganda.
Quarant’anni dopo
Il prossimo 5 gennaio saranno quarant’anni dalla sera in cui Lidia uscì dall’ospedale e la sua Panda venne ritrovata lungo una strada sterrata.
Sappiamo dove fu trovato il corpo e come venne uccisa. Conosciamo alcuni particolari delle sue ultime ore, ma non chi l’abbia assassinata.
Per anni una poesia è sembrata poter offrire una risposta. Il processo ha mostrato quanto sia rischioso trasformare una suggestione in una certezza giudiziaria.
Restano una ragazza assassinata, un uomo definitivamente assolto e una famiglia in attesa della verità.
Lidia sarebbe tornata per cena.
Non tornò mai.


