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19 Ottobre 2026

IL FRENO PATRIARCALE ALLA RIVOLUZIONE: LA MISOGINIA A SINISTRA COME IL PIÙ GRANDE OSTACOLO AL CAMBIAMENTO SISTEMICO IN ITALIA

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Di Maddalena Celano

  1. INTRODUZIONE: L’INCIPIT DI UN INCUBO IDEOLOGICO E LA RIDICOLAGGINE DEI “TEORICI DEL BAR”
    Come intellettuale e militante mi trovo ormai quotidianamente costretta a leggere e
    scorrere, con profondo sconcerto, esternazioni e post di una bassezza teorica
    disarmante. Post pubblicati da personaggi che si pretendono “di sinistra”, ma le cui
    argomentazioni rasentano il ridicolo grottesco.
    Leggere che il suffragio femminile avrebbe “distrutto la maggioranza maschile”, o
    che senza il voto alle donne “oggi vivremmo in un Paradiso” dove tutto sarebbe
    perfetto, farebbe quasi sorridere per la sua sconcertante infantilità, se non
    nascondesse un veleno politico ben più gravido di conseguenze. Siamo di fronte a
    un’involuzione caricaturale: sedicenti pensatori che, non avendo mai aperto un libro

di storia dei movimenti operai, si improvvisano esegeti del socialismo riducendo la
lotta di classe a una sorta di rivendicazione da dopolavoro aziendale per soli uomini.
La recente proliferazione di post in cui si teorizza l’emarginazione della donna, o in
cui si giunge persino a definire “fascistissime” le leggi contro il femminicidio
accusandole di “abolire le prove”, svela la vera natura di un certo sovrannazionalismo
e social-sciovinismo nostalgico: l’incapacità patologica di concepire la
trasformazione sociale al di fuori dei confini di un “club privato” per soli uomini.

  1. ANALISI SOCIOLOGICA E PSICODINAMICA: INFILTRAZIONE REAZIONARIA E RIMOSSO PATRIARCALE
    Dal punto di vista strettamente sociologico e politico, questo fenomeno non è casuale
    né spontaneo. Ci troviamo di fronte a una vera e propria infiltrazione ideologica di
    matrice reazionaria e di destra, un’operazione culturale (e potenzialmente di guerra
    ibrida o di intossicazione informativa, vicina a strategie di settori deviati o apparati di
    intelligence esteri) volta a paralizzare e sfaldare dall’interno qualsiasi potenziale
    riorganizzazione della sinistra anticapitalista.
    Immettere il germe del sospetto contro le donne, spaccare il fronte popolare
    addossando alle lavoratrici la colpa dei fallimenti politici del Novecento e mascherare
    la reazione da “ortodossia di classe” è la strategia perfetta per mantenere la sinistra
    italiana in uno stato di perenne impotenza e irrilevanza. È la destra più reazionaria
    che veste i panni del proletariato per distruggere la possibilità stessa di
    un’alternativa.

Sul piano psicodinamico e socioculturale, inoltre, questo accanimento contro il
genere femminile rivela una struttura profonda e inelaborata:
● Misoginia e paura dell’autonomia femminile: La figura della donna libera,
istruita e politicamente consapevole viene percepita come un nemico mortale
o una minaccia castrante.
● Omosessualità inconscia e omoerotismo di gruppo: L’ossessione per la
conservazione di uno spazio politico ed esistenziale esclusivamente maschile,
un “club di soli uomini” dove il proletario ideale è solo ed esclusivamente
l’uomo virile e muscolare, tradisce una proiezione omoerotica mai elaborata.
L’incapacità di relazionarsi con l’alterità femminile porta questi soggetti a
rifugiarsi in un’idealizzazione del cameratismo maschile, sublimando
nell’odio per le donne la propria repulsione o attrazione inconscia non risolta.

  1. L’ARMA DELLA MALAFEDE: GENESI DEL FEMONAZIONALISMO ED ERRORE STRUMENTALE DELLE SINISTRE REAZIONARIE
    Un altro elemento che svela la totale malafede, il dolo ideologico e la crassa ignoranza
    di questi personaggi è la consapevole confusione che essi operano tra il femminismo
    e il fenomeno del femonazionalismo.

Come nasce il Femonazionalismo
Il termine femonazionalismo è stato coniato e teorizzato dalla sociologa Sara Farris
per descrivere una convergenza opportunistica esplosa nei primi anni Duemila nei
contesti neoliberali occidentali. Esso nasce dall’incontro tra i partiti di destra
xenofoba, le forze neoliberali e alcune frange del femminismo cooptato dal capitale:
queste componenti hanno iniziato a instrumentalizzare la retorica dei “diritti delle
donne” e dell’uguaglianza di genere in chiave apertamente razzista, islamofoba e
neocoloniale. Il femonazionalismo serve alla destra e al capitale per dipingere le
popolazioni migranti e il Sud globale come “intrinsecamente patriarcali e retrogradi”,
e l’Occidente neoliberale come “terra di emancipazione”, giustificando così guerre
d’aggressione, politiche d’asilo restrittive e la chiusura delle frontiere.

La truffa concettuale e la malafede dei misogini di sinistra
Scambiare il femonazionalismo con la complessa e secolare storia dei movimenti
femministi è una truffa teorica e una manipolazione grottesca. I misogini camuffati
da “ortodossi di classe” usano proprio questa distorsione per sostenere che “il
femminismo è un’invenzione reazionaria al servizio del capitale” o un diversivo
borghese.
Questa sovrapposizione dolo-ideologica è doppiamente grave:

  1. Delegittimazione a buon mercato: Utilizzano la caricatura del
    femonazionalismo per attaccare qualsiasi lotta di emancipazione femminile,
    bollando come “di destra” o “liberale” il diritto delle donne alla sicurezza, alla
    tutela della salute, al lavoro retribuito e alla dignità giuridica.
  2. Copertura del proprio maschilismo: Sfruttano le derive neoliberali per
    nascondere la propria incapacità di formulare un’analisi femminista di classe,
    giustificando la conservazione del proprio privilegio e della propria egemonia
    all’interno della sinistra.
  3. L’ABBAGLIO TEORICO E LA FALSIFICAZIONE DELLA STORIA DEL FEMMINISMO
    Chi sostiene che il femminismo sia stato un’invenzione per dividere l’unità popolare
    dimostra una profonda e radicata ignoranza tanto della teoria quanto della storia
    della lotta di classe. La narrazione schematica che vorrebbe ridurre la secolare storia
    dei movimenti femministi a due sole correnti contrapposte — un ipotetico
    “femminismo dell’uguaglianza” e un “femminismo della differenza” — è una
    banalizzazione grottesca, usata come clava ideologica per liquidare in blocco l’intera
    lotta per la liberazione delle donne.
    La storia del femminismo è sempre stata una storia di viva e profonda lotta teorica e
    materiale:
    ● Il Femminismo di Classe e Proletario: Fin dalle sue origini nell’Ottocento e nel
    primo Novecento, figure del calibro di Clara Zetkin, Aleksandra Kollontaj e
    Rosa Luxemburg hanno dimostrato che l’oppressione femminile non è
    un’appendice secondaria della società, ma un pilastro essenziale della

riproduzione capitalistica. Non è mai esistito un “unico” femminismo liberale
o borghese: il femminismo socialista e comunista ha sempre lottato per
l’emancipazione delle lavoratrici nei luoghi di lavoro e nella società.
● La riproduzione sociale: Il capitalismo non si regge unicamente sullo
sfruttamento del lavoro salariato di fabbrica o di cantiere; si regge
essenzialmente sull’estrazione di valore dal lavoro di riproduzione sociale —
la cura, la gestione della casa, l’accudimento della prole, la tenuta emotiva e
materiale del nucleo familiare — storicamente svolto dalle donne a titolo
gratuito. Pretendere di condurre una battaglia anti-capitalista ignorando la
struttura patriarcale che sostiene il capitale stesso è un’assurdità teorica.

Il Femminismo Contemporaneo: Una Forza Pulviscolare, Invisibile e Inaffondabile
Oggi più che mai, definire o ingabbiare il femminismo attuale in rigide “scuole di
pensiero”, schemi accademici o correnti catalogabili è un’operazione completamente
anacronistica e riduttiva. Il femminismo contemporaneo ha superato la forma-
partito o la forma-scuola per diventare un movimento fortemente pulviscolare,
molecolare, frammentato e trasversale.
E meno male che è così! È proprio grazie a questa sua natura pulviscolare che il
femminismo contemporaneo sopravvive, si riproduce e resiste all’omologazione. In
un’epoca dominata dal co-optamento del marketing neoliberale (che cerca di ridurre
l’emancipazione a “spot pubblicitario” o “commodification”) e dall’attacco violento
dei movimenti misogini e reazionari, il femminismo agisce oggi in modi spesso
invisibili, lavorando in sordina e in silenzio.
Molteplici forme di femminismo militante agiscono nei territori senza bisogno di
proiettori o di slogan d’effetto: sono i collettivi di mutuo soccorso, le reti di supporto
contro la violenza maschile, le pratiche di resistenza comunitaria nei quartieri
popolari, le lotte ecologiste di difesa della terra e dei beni comuni, i nodi di solidarietà
intersezionale tra lavoratrici precarie e migranti. Queste realtà scelgono
consapevolmente di lavorare sottotraccia proprio perché sanno perfettamente quanto
il loro discorso rischi di essere deformato, instrumentalizzato e manipolato sia dalle
logiche del mercato, sia dalla tossicità reazionaria di chi vuole disinnescarne la carica
eversiva.
I tentativi della sinistra conservatrice di ridurlo a “moda liberale” o a “carrierismo per
poche elette” servono unicamente a nascondere la propria incapacità di intercettare
questa enorme forza sociale, carsica ma potentissima. Il femminismo odierno è una
prassi viva e pulviscolare che scardina l’idea stessa del soggetto politico rigido,
ponendo al centro la concretezza dei corpi, della vita e dei diritti di tutti i soggetti
oppressi.

  1. LA STORIA SMENTISCE LA REAZIONE: NESSUNA RIVOLUZIONE SI FA SENZA LE DONNE
    La tesi secondo cui il protagonismo femminile o il voto alle donne indebolirebbe le
    forze rivoluzionarie è smentita in modo categorico da ogni singola pagina della storia
    dei movimenti di liberazione mondiali. In tutti i processi rivoluzionari vincitori, le
    donne non sono state semplici comparse o “sostenitrici”, ma l’avanguardia teorica,
    tattica e combattente.

La Rivoluzione Russa (1917)
Non fu un comitato di soli uomini a innescare il crollo dello zarismo, ma le lavoratrici
tessili di Pietrogrado. Il 23 febbraio (7 marzo) 1917, nella Giornata internazionale
della donna, furono le operaie a incrociare le braccia, scendere in piazza e trascinare i
soldati e gli operai nella protesta che diede vita alla Rivoluzione di Febbraio. Con
l’avvento del potere sovietico, militanti e teoriche come Aleksandra Kollontaj e Inessa
Armand portarono lo Stato socialista ad approvare la legislazione più avanzata del
pianeta: diritto all’aborto gratuito, divorzio no-fault, socializzazione del lavoro
domestico e mense collettive, riconoscendo che senza l’emancipazione materiale
della donna il socialismo non avrebbe mai visto la luce.

La Rivoluzione Cinese
Mao Tse-tung non si limitò a pronunciare la celebre frase “Le donne sostengono la
metà del cielo”, ma strutturò la strategia del Partito Comunista Cinese attorno alla
distruzione del sistema familiare feudale. La prima legge approvata dalla Repubblica
Popolare Cinese nel 1950 fu la Legge sul Matrimonio, che aboliva i matrimoni
combinati, il concubinaggio e la compravendita delle spose. Mao comprese che le
contadine cinesi erano oppresse da quattro sistemi di autorità (politica, clanica,
religiosa e maschile) e che spezzare la catena patriarcale era la condizione sine qua
non per mobilitare la maggioranza della popolazione.

La Rivoluzione Messicana (1910)
Le Soldaderas (o Adelitas) non si limitarono a garantire la logistica nei campi di
battaglia della Rivoluzione Messicana. Donne come Silvia Heredia e la colonnella

Clara de la Rocha imbracciarono i fucili, guidarono battaglioni e imposero nel
dibattito costituzionale la necessità del riconoscimento dei diritti civili, politici e di
proprietà per le contadine e le lavoratrici.

La Rivoluzione Cubana (1959)
L’esperienza della Sierra Maestra vide la nascita del Battaglione Mariana Grajales,
un’unità di combattimento interamente femminile diretta da Fidel Castro e Celia
Sánchez. Dopo la vittoria, la creazione della Federación de Mujeres Cubanas (FMC)
guidata da Vilma Espín trasformò la società cubana, portando all’approvazione del
Código de la Familia, un testo d’avanguardia che sanciva la condivisione obbligatoria
dei compiti domestici tra uomini e donne, ponendo l’uguaglianza di genere al centro
dell’etica socialista.

La Rivoluzione Sandinista in Nicaragua (1979)
Nel Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), le donne costituivano oltre il
30% dei combattenti di prima linea e della struttura di comando militare. Figure
come Dora María Téllez guidarono operazioni tattiche decisive per la caduta della
dittatura di Somoza. Le sandiniste dimostrarono che l’emancipazione femminile non
era un “effetto collaterale” da rinviare a dopo la vittoria, ma il motore stesso
dell’insurrezione popolare.

  1. L’ALLARME: LA MISOGINIA A SINISTRA È IL PIÙ GRANDE OSTACOLO AL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO IN ITALIA
    A fronte di questo quadro storico globale, il panorama italiano appare desolante e
    bloccato. La vera ragione per cui in Italia è oggi impossibile costruire un movimento
    rivoluzionario di massa, capace di parlare alle masse popolari e di spezzare
    l’egemonia neoliberale, sta proprio qui: nella persistente, sistematica e mai recisa
    radice misogina della sinistra italiana.
    Finché la sinistra continuerà a guardare al proletariato con gli occhi di chi vuole
    preservare un “club privato” patriarcale; finché si vedranno i diritti delle donne, le

tutele contro la violenza maschile e l’autodeterminazione di genere come “minacce
alla classe” o “invenzioni liberali”; finché si alimenterà il sospetto verso le donne che
prendono parola, si condannerà qualsiasi progetto politico al fallimento e
all’irrilevanza.
L’arroccamento androcentrico non fa che allontanare le forze più vitali, giovani e
dinamiche del Paese. Non si può fare alcuna rivoluzione se metà della classe
lavoratrice viene considerata un nemico interno o una “massa di manovra”
manovrata dal capitale.
È tempo di lanciare un allarme chiaro e intransigente: senza lo smantellamento
radicale della misoginia nei nostri stessi ambienti, non ci sarà alcuna sinistra, non ci
sarà alcuna alternativa e non ci sarà mai alcuna rivoluzione in Italia. La liberazione
delle donne non è una concessione, è la premessa per la liberazione di tutti.