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20 Settembre 2026

La grande illusione: come il mantra della bigenitorialità maschera l’attacco all’infanzia e alle donne

La bigenitorialità paritaria tra narrazioni MRA, povertà e tutela delle madri

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Di Maddalena Celano

Il dibattito pubblico è saturo di convegni, editoriali e crociate ideologiche attorno a un dogma
intoccabile: la cosiddetta bigenitorialità obbligatoria e paritaria a tutti i costi. Eppure, a ben
guardare la realtà dei fatti e il vissuto quotidiano nei tribunali, questo principio si rivela per quello che è: una farsa colossale, una narrazione tossica alimentata sistematicamente dai movimenti MRA (Men’s Rights Activists) e dalle frange più reazionarie del maschilismo digitale e giudiziario. Sotto la vernice progressista della “condivisione” si cela in realtà una strategia
reazionaria e patriarcale, il cui obiettivo ultimo è duplice e spietato: cancellare l’autonomia delle
donne, azzerare i diritti dell’infanzia e difendere un ordine di privilegio maschile camuffato da
vittimismo.
La propaganda dei padri separati che dipinge un esercito di uomini finiti in mezzo alla strada a
dormire sulle panchine a causa degli alimenti è una falsità smentita da ogni evidenza empirica.
La vera povertà, quella strutturale, feroce e che fa paura, ha il volto delle madri single e dei loro figli.
Il quadro statistico (Istat e Openpolis): In Italia si contano oltre un milione di famiglie
monogenitoriali con figli minori, e in oltre l’80% dei casi (circa l’86%) il genitore di riferimento è
una donna (madre sola). Il rischio di povertà o esclusione sociale schizza vertiginosamente fino a quasi il 39,1% nei nuclei monogenitore. Le madri separate e le madri sole sono tra i soggetti
in assoluto più esposti alla povertà assoluta e materiale, compresa quella alimentare.
Mariti e partner che spesso si appellano alla retorica della bigenitorialità lo fanno non per un
reale e quotidiano amore filiale, ma come clava giuridica ed economica per non versare il
mantenimento, per tenersi la casa familiare o per esercitare un controllo costante sulla vita
dell’ex compagna. E quando gli alimenti vengono disposti dai giudici, si tratta il più delle volte di cifre irrisorie — come 150 euro mensili, percepiti oltretutto a singhiozzo, un mese sì e due no — trasformati in un’ulteriore umiliazione.
Questa voragine economica non nasce dal nulla, ma è il frutto di un ricatto strutturale: donne
che durante il matrimonio sono state costrette a farsi carico interamente del lavoro di cura
domestico e familiare, dovendo rinunciare alle proprie ambizioni professionali, ad accettare
contratti part-time involontari — una piaga che, sempre secondo i dati Istat, vede il part-time
involontario colpire in stragrande maggioranza le donne — o a lasciare del tutto il lavoro.
Quando la relazione si rompe, queste donne si ritrovano relegate ai margini del mercato del
lavoro, con scarsissime possibilità di ricollocamento e prive di un’autonomia reale.
La cosiddetta bigenitorialità come principio dogmatico da applicare matematicamente,
sradicando i minori da un contesto di stabilità per trascinarli come pacchi postali da un
appartamento all’altro, è una follia avulsa da ogni riscontro.
Primo, perché esistono bambini che rifiutano un genitore per motivi di violenza endofamiliare, o
che scelgono lucidamente di vivere con la figura di riferimento che si è dimostrata più attenta,
costante e presente. La rivendicazione paritaria al minuto non è che l’idea balzana di padri che
usano i tempi paritari da una parte per non cedere la casa e azzerare il mantenimento, dall’altra
come trofeo di soddisfazione in una guerra mossa contro un’ex colpevole di averli lasciati.
Altrimenti, se vi fosse una sincera spinta verso la parità, farebbero lobby per ottenere — come
avviene in diversi Stati europei — congedi di paternità paritari ed effettivi. Invece, preferiscono
continuare a sfruttare il lavoro di cura gratuito di madri costrette a dipendere da partner
immaturi, malcresciuti e imbevuti dell’idea che le donne siano corpi di servizio. Donne che, nel momento della separazione, si sentono persino sputare in faccia l’accusa di essere state
“mantenute”, mentre il marito ha potuto fare carriera e mantenersi esclusivamente a loro spese.
E la cosa più grave è che a legittimare questa narrazione misogina non sono solo questi uomini, ma troppo spesso gli stessi giudici nei tribunali. Perché la misoginia è profondamente
ecumenica.
Basterebbe promuovere una ricerca seria per scoprire quanti padri svaniscono nel nulla,
rifiutando di vedere i figli o scomparendo totalmente dalle loro vite, smentendo il mito dei “papà
bancomat” o senzatetto.
Chi sostiene questa narrazione tossica, in auge da quando gli uomini hanno scoperto con il
divorzio che sono prevalentemente le donne a chiudere le relazioni insoddisfacenti, compie
un’operazione di rimozione collettiva. Si negano i dati strutturali sulla violenza maschile
documentati dal Ministero della Giustizia, ignorando l’orrore quotidiano che attraversa l’Europa
— dai casi emblematici come quello di Pelicot in Francia, fino alle tragedie in Austria, Germania e Inghilterra, dove donne vengono sistematicamente violentate, abusate o uccise da uomini apparentemente “per bene” e inseriti nella società.
Esiste un’emergenza sociale di proporzioni inimmaginabili, eppure si continua a perdere tempo
prezioso a discutere della fuffa ideologica della bigenitorialità, usata come cortina fumogena per coprire l’impoverimento sistemico dell’infanzia e delle donne.