14 Settembre 2026
In arrivo un super- El Niño: cosa sta accadendo davvero?
El Niño e crisi climatica: cause, impatti estremi e urgenza di agire subito

Di Rossana Vaudo
Partiamo da un principio semplice: i venti che soffiano in maniera più o meno costante sul mare spostano, oltre che l’aria, anche lo strato superficiale dell’acqua. Più è esteso il mare, più accentuato ed evidente sarà il fenomeno.
Per questo motivo, nella zona tropicale dell’Oceano Pacifico, gli alisei, venti costanti che soffiano da nord-ovest verso sud-est nell’emisfero boreale e da sud-est verso nord-ovest in quello australe, gli stessi venti, per capirci, grazie ai quali Cristoforo Colombo ha raggiunto le Americhe, spingono le acque calde superficiali verso le coste dell’Australia e dell’Indonesia. Ciò determina una leggera differenza del livello del mare tra la costa pacifica del Sudamerica e quelle dell’area indonesiana.
Ma non è questa l’unica conseguenza. Affinché si mantenga un certo equilibrio, al flusso dell’acqua calda in superficie corrisponde un flusso profondo di acqua fredda nella direzione opposta. Bisogna immaginare cioè un grande circuito, che vede l’acqua calda immergersi nella zona occidentale del Pacifico e quella fredda risalire nella zona orientale. Andando a determinare condizioni climatiche opposte sui due versanti. Se nella regione australiana e indonesiana la corrente marina porta con sé aria calda e umida, che dà luogo a frequenti e abbondanti precipitazioni, in prossimità delle coste sudamericane l’abbassamento delle temperature riduce l’evaporazione, rendendo il clima arido. In compenso però, la risalita di acqua fredda (upwelling) porta in superficie un’abbondanza di nutrienti, derivanti dalla decomposizione di organismi sul fondale, che rende le coste cilene e peruviane tra le più pescose al mondo.
Ebbene, quanto finora descritto si riferisce a condizioni ordinarie, ovvero a quella che viene definita La Niña.
In condizioni anomale, quando il riscaldamento dell’aria si estende a tal punto da non produrre i gradienti necessari alla formazione dei venti, gli alisei possono fermarsi, o in qualche caso addirittura invertirsi. Così, modificandosi la distribuzione dell’energia nell’atmosfera, anche le correnti oceaniche si arrestano o si invertono. Presso la costa sudamericana, dove si blocca la risalita di acqua fredda, il surriscaldamento genera celle temporalesche che possono causare disastrose alluvioni. Al contrario delle aree poste ad ovest, dove una prolungata siccità può essere causa di danni alle colture e incendi devastanti.
Quando ciò accade si parla di El Niño. Un fenomeno che non rimane circoscritto alla regione pacifica, ma che, in una sorta di effetto domino, influenza le condizioni meteorologiche dell’intero pianeta.
Cosa attenderci, allora, visto l’allarme in atto per un Super- El Niño?
Oltre che una minore affidabilità dei modelli di previsione meteorologica, causata dall’alterazione dei parametri ordinari di circolazione atmosferica, le conseguenze più gravi derivano dalla mancata ridistribuzione del calore e, di conseguenza, alla maggiore energia in gioco nei bassi strati dell’atmosfera. Questo si traduce in un aumento di eventi meteorologici estremi.
Abbastanza, dunque, per essere preoccupati.
Non ci resta che rassegnarci, allora, o c’è un margine di intervento?
Gli scienziati concordano nel dire che siamo solo all’inizio. L’estate più calda mai registrata, la tragedia del Nepal, gli incendi nell’Europa occidentale, le recenti alluvioni in Cina, possono essere solo un’anticipazione di ciò che ci troveremo sistematicamente a dover affrontare nei prossimi anni.
Il negazionismo climatico, sostenuto dai massimi vertici della politica in alcuni Stati, non solo ci ha spinti oltre un punto di non ritorno, ma ci lascia impreparati ad affrontare un’emergenza di cui ormai è quasi impossibile riuscire a rallentare o ridurre gli effetti.
È chiaro che qualsiasi intervento di prevenzione o di mitigazione del rischio non può essere nemmeno concepito in mancanza dei necessari investimenti finanziari. Sviluppare modelli di previsione più affidabili, mettere in sicurezza le aree già soggette a rischio idraulico e idrogeologico, monitorare versanti e corsi d’acqua, potenziare la rete di drenaggio nei centri urbani e in prossimità delle grandi infrastrutture, coibentare gli edifici, tutto ha un costo.
Perfino azioni semplici come la piantumazione di alberi, che darebbe una risposta efficace sia nel ridurre la quantità di anidride carbonica che nel mitigare il microclima delle aree urbane, richiedono fondi e una pianificazione sul lungo periodo. Oggi nessun vivaio sarebbe in grado di fornire la quantità di alberi necessaria. Bisognerebbe partire adesso per disporne tra almeno una decina d’anni.
È bene inoltre non lasciarsi ingannare. Munirsi di aria condizionata, anche se può diventare necessario, non deve passare come se fosse una soluzione del problema. Oltre a essere discriminante, poiché non tutti possono permettersi di acquistare un condizionatore e, soprattutto, di sostenere i costi dei relativi consumi, bisogna tenere presente che stiamo parlando di una macchina termica. Di un motore che consuma energia per spostare il calore dall’interno degli edifici all’esterno, e che di conseguenza provoca un ulteriore aumento delle temperature, considerato che a sua volta sprigiona calore.
Inoltre, qualora le temperature dovessero crescere ancora, non sarebbero più garantite proprio le prestazioni della rete elettrica (nei Paesi arabi i cavi sono interrati), o delle stesse centrali termoelettriche, in primis quelle nucleari, che richiedono un efficace e costante raffreddamento e che, come accaduto quest’estate in Francia e in Romania dunque potrebbero venire spente per ragioni di sicurezza.
Cosa fare allora?
Mai come adesso è necessaria una visione lungimirante e oggettiva. Scientifica. La cui mancanza tuttavia non può essere una responsabilità da attribuire unicamente all’attuale classe politica. Chi la compone sono infatti uomini e donne eletti dal popolo, che si muovono cercando il consenso popolare. I temi che la politica prende a cuore sono quelli che portano voti.
Ogni singolo cittadino diventa perciò responsabile.
C’è dunque un’illusione da cui bisognerebbe uscire al più presto, ovvero la percezione del tempo basata sulla storia dell’uomo. Se cambiassimo prospettiva, e guardassimo agli oltre quattro miliardi di anni di vita del nostro pianeta, agli stravolgimenti, ai cambiamenti, anche climatici, che nel corso di milioni di anni (non di un secolo) l’hanno trasformata, comprenderemmo che la nostra presenza sulla Terra è assolutamente irrilevante.
Capiremmo che Madre Terra può fare a meno dell’uomo, mentre siamo noi a non poter fare a meno di Madre Terra.


