03 Agosto 2026
Un cielo senza difesa, due mari chiusi, un attacco che non c’è mai stato
L’articolo analizza la crisi della difesa aerea ucraina e l’avanzata russa nel Donbass, evidenziando il rifiuto degli USA di concedere le licenze per i Patriot. Esamina inoltre il blocco navale ed energetico tra Mar Nero e Medio Oriente, con forti ripercussioni sulle scorte e sui prezzi del gas in Italia ed Europa. Infine, ricostruisce l’attentato di Mosca a Chaiko, mettendolo in relazione con il precedente attacco ucraino a Kapitanovka.

AREE DI CRISI NEL MONDO n. 298 del 2-8-2026
di Stefano Orsi
Un cielo senza difesa, due mari chiusi, un attacco che non c’è mai stato
Kiev dichiara esaurite le scorte di intercettori e Washington ritira la promessa sui Patriot. Il Mar Nero è bloccato nelle due direzioni, il gas del Golfo non arriva più in Italia, la riserva strategica americana è al minimo da quarantatré anni. E a Mosca esplode una bomba che i giornali italiani hanno datato di quattro anni, sbagliando di otto giorni.
Il punto di partenza è il cielo
Per capire in che condizione si trovi l’Ucraina in questo inizio di agosto conviene lasciare per un momento la linea di contatto e guardare in alto. È lì che si concentra oggi lo sforzo russo, ed è lì che la difesa mostra la crepa più larga.
Nella notte fra il ventinove e il trenta luglio sono stati impiegati contro il territorio ucraino trecentocinquantotto mezzi aerei secondo il conteggio di Kiev, di cui settantaquattro missili e duecentottantaquattro droni. È la notte più larga dell’anno, e la novità non è solo quantitativa ma geografica: per la prima volta dopo mesi le traiettorie hanno superato in massa il meridiano di Kiev, colpendo le regioni di Vinnitsa, Rovno e Ivano Frankovsk e la città di Leopoli. Il bilancio civile dichiarato dalle autorità ucraine è di almeno otto morti e decine di feriti. Il ministero della Difesa russo elenca come obiettivi imprese del settore militare, centri logistici, infrastrutture energetiche e di trasporto, aeroporti militari, depositi di armamenti e siti di produzione e stoccaggio di droni. I due elenchi non sono alternativi: in un attacco che investe dieci regioni possono essere veri contemporaneamente, e chi ne mostra uno soltanto non sta informando.
La reazione di Zelensky, ripetuta ormai da settimane con toni sempre più diretti, è sempre la stessa: mancano i missili antiaerei. Il presidente ucraino ha parlato di carenza critica di intercettori forniti dai partner e ha detto esplicitamente che i ritardi nelle consegne di munizioni antibalistiche sono la ragione delle distruzioni e delle vittime. Ai primi di luglio aveva lamentato che alcuni paesi con cui erano stati firmati accordi, e ai quali erano già stati trasferiti fondi, non stessero consegnando: il caso citato è quello della Norvegia, pronta a pagare duecento missili mai arrivati. Al Washington Post, il primo agosto, ha usato la formula più netta possibile, dichiarando esaurite le scorte di intercettori mentre Kiev subiva il secondo attacco balistico della settimana.
I numeri della difesa aerea ucraina confermano il quadro e vale la pena riportarli, perché vengono dalla stessa aeronautica di Kiev e non da un comunicato russo. Il due luglio, in una salva massiccia, sono stati intercettati ventiquattro Iskander su settantaquattro e nessuno dei quattro Zircon impiegati. Il sei luglio, su ventitré missili balistici lanciati, la difesa non ne ha abbattuto nessuno. Su Krivoi Rog i radar hanno agganciato i balistici nordcoreani KN ventitré a settemilaottocentosettantanove chilometri orari, con rallentamento a cinquemilaseicentosettantatré in fase terminale, e la soluzione di tiro è arrivata solo quando i vettori erano già sopra Dnepr, a centocinquanta chilometri dall’impatto. Contro quel profilo la finestra di ingaggio si misura in decine di secondi, e senza intercettori adeguati la finestra non serve a niente.
Zelensky ha quantificato la richiesta: un pacchetto di emergenza da trecento intercettori Patriot entro l’inverno, per proteggere le infrastrutture energetiche. Ha spiegato ad Axios che la Russia lancia fra trenta e quaranta missili balistici per ogni attacco maggiore, con tre o cinque attacchi di quel tipo al mese, e ha offerto di condividere tecnologia militare ucraina in cambio di missili, avvertendo che senza di essi Mosca potrebbe distruggere le centrali elettriche in inverno.
La licenza che c’era e non c’è più
Su questa richiesta si è consumata in ventiquattro giorni una delle vicende più istruttive dell’anno, e conviene metterla in fila perché la sequenza è già di per sé l’analisi. L’otto luglio, al vertice NATO in Turchia, Trump annuncia in pubblico, rivolto a Zelensky, che gli Stati Uniti concederanno all’Ucraina la licenza per fabbricare i Patriot: così Kiev non potrà più lamentarsi di non ricevere abbastanza, se li faccia da sé. Il nove luglio Zelensky dichiara raggiunto l’accordo sulle licenze per gli intercettori PAC tre, con i primi componenti attesi in pochi giorni. Il ventitré incontra Raytheon e annuncia l’avvio della produzione congiunta dei PAC due nella versione GEM T. Il ventotto è alla Casa Bianca, e al termine del colloquio dichiara che Trump ha accettato di concedere le licenze; Trump dice che sono state discusse molte cose e che l’incontro è andato bene.
Il trenta luglio, in una intervista telefonica al Financial Times, il presidente americano dice di non essere sicuro, che il Patriot è un’arma straordinaria e che bisogna essere prudenti nel dare accesso alla propria tecnologia. Il trentuno, alla riunione di gabinetto di Camp David, chiude: gli Stati Uniti non hanno acconsentito a concedere le licenze, è una tecnologia difficile da cedere, e un paese che la riceve un giorno potrebbe rivoltarsi contro chi gliel’ha data. Nelle stesse ore Zelensky comunica di avere avuto una telefonata con il vicepresidente Vance, ribadisce che il dossier resta la priorità assoluta e dichiara di avere incontrato il gruppo di lavoro Lockheed per accelerare la coproduzione. In meno di un mese si è passati da una promessa pubblica a una smentita pubblica, con l’interessato che continua a trattare come se la promessa fosse in piedi.
Il primo livello della vicenda è industriale ed è il meno discusso. Anche con licenza concessa domani mattina, l’ambasciatrice ucraina a Washington ha indicato una forbice che va da dodici mesi a cinque anni prima di poter produrre. Il PAC tre non è un manufatto trasferibile: è una filiera di componenti a tolleranza estrema, con una sola linea di assemblaggio esistente e una lista d’attesa di clienti paganti. La strada realmente percorribile non è la fabbrica, è lo scambio di posizione nella coda di consegna con un altro acquirente. La licenza non è mai stata una risposta all’inverno che arriva.
Il secondo livello è tecnologico ed è il cuore del rifiuto. Il corpo del missile lo fa Lockheed, ma il gruppo di guida terminale della testata lo fa Boeing, e secondo Die Welt Boeing è contraria al trasferimento. È lo stesso motivo per cui la proposta del ministro della Difesa polacco di delocalizzare la produzione in Polonia non ha avuto seguito. Chi cede il gruppo di guida terminale non cede un pezzo: cede il controllo su tutta la catena di export futura di quella famiglia di sistemi.
Il terzo livello è politico e spiega il tempismo. La frase di Ankara, se li faccia da sé, non apriva una fabbrica: chiudeva una richiesta di forniture spostando l’onere sull’interlocutore. Presentata all’incasso, la moneta si è rivelata non convertibile. Resta l’elemento di sfondo, da prendere con la cautela dovuta a una stima di centro studi e non a un documento del Pentagono: il CSIS indica intercettori Patriot scesi sotto le mille unità da circa duemilatrecentotrenta prebelliche, con ricostituzione stimata in tre o cinque anni. Se anche solo l’ordine di grandezza è corretto, il quadro si chiude da sé. Non si concede la licenza di un intercettore di cui non si ha abbastanza per sé, mentre lo si consuma a ritmo di guerra su un secondo teatro. Lo stesso Trump lo ha ammesso a Zelensky, avvertendo che le scorte sono limitate a causa della guerra con l’Iran. La frase sul paese che potrebbe rivoltarsi contro di te è la giustificazione presentabile; il vincolo vero è che l’arsenale è basso e la linea è satura.
Il fronte, direzione per direzione
Sul terreno, invece, la giornata del due agosto è di movimento contenuto al nord e reale al centro sud. Vale la pena passarle tutte, perché la selezione delle direzioni è già una forma di racconto.
Sumy, Karkov, Kupyansk e Liman non registrano variazioni di rilievo nelle ultime ventiquattro ore. Nel settore Slavyansk Kramatorsk si combatte dentro Starodubovka, a nord di Nikolaevka, con gruppi da ricognizione e diversione russi entrati a sud dell’abitato; le forze russe hanno raggiunto Zapovidnoe e combattono dentro Pershomarovka. Su Konstantinovka e Chasov Yar, in direzione di Druzhkovka, sono stati presi Toretskoe e Petrovka, con consolidamento del corridoio verso nord ovest. Su Krasnoarmeysk, che i lettori conoscono come Pokrovsk, e su Dobropolie i canali specializzati segnalano attività molto intensa di caccia Su trentaquattro e Su trentacinque sulle regioni di Donetsk e Lugansk, con bombardamenti massicci assistiti nella localizzazione dei bersagli da droni da ricognizione. A Novopavlovka l’avanzata prosegue in direzione di Novonikolaevka, per tredici virgola due chilometri quadrati. A Zaporoje e Guliaypole le unità del gruppo di forze Vostok hanno liberato Lubitskoe, per diciannove virgola otto chilometri quadrati, e preso il controllo di Lisnoe e Danilovka.
Nel teatro navale e aereo le forze russe hanno proseguito nella notte gli attacchi contro i porti ucraini: nel porto di Odessa serbatoi di carburante destinato al rifornimento delle forze armate, nel porto di Nikolaev un rimorchiatore convertito per l’impiego di imbarcazioni senza equipaggio, e nel Mar Nero, a circa otto chilometri a est di Zatoka, una nave cargo che trasportava equipaggiamento militare. Attacco combinato anche contro il ponte di Zatoka, con danneggiamento di una sottostazione elettrica. Nella direzione opposta sono stati neutralizzati seicentotrentacinque droni ucraini nei cieli della Federazione e un centro di distribuzione del gruppo Wildberries è stato colpito a Novosemeykino, nella regione di Samara. Sul capitolo della campagna contro i distributori, fra il diciannove e il trentuno luglio sono state colpite oltre sessanta stazioni di servizio sul territorio ucraino, con droni Geran e Gerber e, il ventisei luglio a Zaporoje, con una bomba planante dotata di modulo di guida.
Druzhkovka: quando i vettori diventano due
Il dato della giornata non è la presa di Toretskoe e Petrovka in sé. È la coincidenza fra dove si muove la fanteria e dove si concentra l’aviazione. I bombardamenti dei Su trentaquattro e Su trentacinque non sono distribuiti sull’intero settore: insistono su tre punti, Dobropolie, Druzhkovka e Slavyansk, che sono esattamente i tre punti verso cui il movimento terrestre si sta orientando. Quando la componente aerea smette di fare interdizione diffusa e comincia a battere ripetutamente gli stessi tre nodi, non è logoramento: è preparazione operativa del campo di battaglia.
Druzhkovka è la cerniera dell’intero settore. Si trova fra l’area di Konstantinovka e l’agglomerato Kramatorsk Slavyansk, e chi la controlla separa i due tronconi della difesa ucraina nel Donbass settentrionale. Fino a oggi la pressione russa su quel punto arrivava da sud, lungo l’asse naturale in uscita da Konstantinovka: città ormai sotto pieno controllo russo e divenuta retrovia dell’asse. Su questo vale la pena essere espliciti, perché le cartografie occidentali continuano a colorarla come contesa. Il fattore provante non è una dichiarazione istituzionale ma lo spostamento del fronte: la fanteria russa opera ad Aleksandro Druzhkovka, una decina di chilometri a nord ovest, e nessun esercito spinge gruppi d’assalto dieci chilometri oltre un centro urbano lasciandoselo conteso alle spalle, perché la rotta di rifornimento della punta avanzata passa esattamente di lì.
Toretskoe e Petrovka aprono ora un secondo vettore. Un solo vettore è un attacco frontale, due vettori sono una manovra. L’indicatore da tenere d’occhio nei prossimi giorni non è il numero di abitati presi, è se questi due vettori cominciano a convergere oppure restano paralleli: nel primo caso siamo davanti all’impostazione di un accerchiamento operativo, nel secondo a una spinta di logoramento che punta a far arretrare la linea senza rischiare punte esposte.
Dodici chilometri quadrati di fortificazioni, persi in un giorno
Il ministero della Difesa russo comunica che i reparti della trentasettesima brigata di fanteria motorizzata, inquadrata nella trentaseiesima armata del gruppo Vostok, hanno preso il controllo di Lubitskoe nella regione di Zaporoje, occupando un’area difensiva preparata in precedenza estesa per oltre dodici chilometri quadrati e liberando più di cinquecento edifici. Le perdite ucraine sono indicate fino a una compagnia della duecentoventicinquesima brigata di fanteria, con ventisei blindati da combattimento, diciassette autoveicoli, ventitré mezzi motorizzati, tredici complessi robotizzati terrestri e oltre sessanta droni multirotore pesanti del tipo Baba Yaga distrutti.
Il numero che conta non è quello delle perdite. È il dettaglio dell’area difensiva preparata in precedenza: dodici chilometri quadrati di fortificazioni predisposte non sono una posizione improvvisata, sono un perno su cui il comando ucraino aveva investito tempo e materiale. Perderlo di slancio, in un’azione condotta con appoggio combinato di aviazione, artiglieria e unità droni, dice qualcosa sulla capacità attuale di quelle fortificazioni di reggere. Il significato operativo sta però nella frase finale del comunicato, quella che di solito nessuno legge: la presa di Lubitskoe amplia la testa di ponte del gruppo Vostok sulla sponda orientale della Verkhnyaya Tersa. Le linee fluviali sono il moltiplicatore difensivo più economico che esista, perché costringono l’attaccante a concentrarsi sui pochi punti di attraversamento, dove può essere battuto. Una testa di ponte già stabilita e in progressivo allargamento annulla quel vantaggio: da quel momento il fiume non è più una linea di difesa, è solo un ostacolo logistico alle spalle di chi difende.
Il ritmo. Perché il chilometro quadrato è la misura sbagliata
Le fonti geolocalizzate occidentali indicano per il giugno duemilaventisei un guadagno russo intorno ai trenta chilometri quadrati nel mese, contro i quasi cinquecento del giugno precedente, e sull’intero semestre un ordine di seicento chilometri quadrati contro oltre duemila. Il dato è corretto e va registrato. La conclusione che se ne ricava di solito, e cioè che l’offensiva russa si sia impantanata, è invece sbagliata, e lo è per una ragione che sta scritta sulla carta geografica.
Nel duemilaventicinque le forze russe consumavano terreno aperto: campi, strisce forestali, villaggi da poche centinaia di case, dove avanzare di qualche chilometro non incontra nulla che costi più di una linea di trincea. Quello spazio è finito. Ciò che sta davanti all’attaccante oggi è la cintura urbana fortificata del Donbass: Konstantinovka, Druzhkovka, Kramatorsk, Slavyansk, Liman. Non è una sequenza di obiettivi qualsiasi, è la spina dorsale su cui la difesa ucraina è stata costruita a partire dal duemilaquattordici e irrobustita per dieci anni, con cemento, sotterranei, stabilimenti industriali riconvertiti e una densità edilizia che annulla buona parte del vantaggio dell’attaccante in artiglieria e aviazione.
In terreno urbano il ritmo di avanzata cala di un ordine di grandezza rispetto al terreno aperto, e questo vale in qualunque guerra sia stata combattuta. Chi confronta i chilometri quadrati del duemilaventicinque con quelli del duemilaventisei sta quindi paragonando due fasi non paragonabili: la fase di consumo dello spazio e la fase di attacco alla fortezza. Il chilometro quadrato misura la superficie, non il valore. Trenta chilometri quadrati di conurbazione fortificata pesano più di cinquecento chilometri quadrati di campi, e nessuna mappa colorata lo dice.
C’è poi il metodo, che spiega perché il rallentamento non sia sinonimo di stallo. L’agglomerato non viene assalito frontalmente: si erode il perimetro, si interdicono con artiglieria, droni a fibra ottica e bombe guidate le rotte di rifornimento interne, e si aspetta che tenere la posizione costi alla difesa più di quanto la posizione valga. Konstantinovka è la prova del concetto ed è passata sotto pieno controllo russo senza che ci fosse una grande battaglia per il centro cittadino. Druzhkovka è l’anello successivo della stessa catena, e la comparsa di un secondo vettore da Toretskoe e Petrovka dice che la procedura è già avviata. A questo si aggiunge il possesso delle alture: nel settore di Slavyansk la progressione lungo il Donets settentrionale ha rovesciato un vantaggio geografico che la difesa teneva da tre anni, e sono cose che si pagano una volta e rendono per mesi.
Il criterio di verifica non è dunque la superficie mensile, che continuerà a essere modesta e continuerà a essere citata da chi vuole raccontare una offensiva esaurita. Sono i nodi della conurbazione che cambiano mano. Se cadono Druzhkovka e poi l’agglomerato Kramatorsk Slavyansk, viene meno con loro l’intera architettura difensiva ucraina nel Donbass settentrionale, costruita in dodici anni e non sostituibile in una stagione. E a quel punto il conteggio dei chilometri quadrati ricomincerà a correre da solo, perché dietro quella cintura il terreno torna aperto.
Il Mar Nero, due blocchi che si somigliano
Il fatto della settimana, però, non è sulla linea di contatto. È in mare, e riguarda entrambe le parti.
Il ventidue luglio, in piena stagione di raccolta, nessuna nave commerciale è entrata in un porto ucraino del Mar Nero: non era mai accaduto dall’apertura del corridoio nell’agosto del duemilaventitré, attraverso cui erano transitate oltre ottomila navi. Il giorno prima ne erano entrate quattro o cinque. Maersk e Hapag Lloyd hanno sospeso gli scali a Chernomorsk, quattro dei tredici grandi terminali di esportazione hanno smesso di acquistare grano, e le ferrovie statali hanno cominciato a limitare i treni cerealicoli diretti verso Odessa. Il ministero della Difesa russo rivendica ventisette navi mercantili colpite fra il diciotto e il ventiquattro luglio; fonti di settore contano almeno dodici unità civili sotto attacco missilistico nel mese, comprese alcune che trasportavano prodotti della siderurgia ucraina.
Il meccanismo che ha chiuso il corridoio non è militare in senso stretto, è assicurativo. I premi contro i rischi di guerra per uno scalo ucraino sono saliti intorno allo zero virgola cinque per cento del valore dello scafo per un viaggio di sette giorni, e alcuni assicuratori hanno sospeso del tutto la copertura. Fra il trenta e il quaranta per cento degli armatori programmati per fine luglio e inizio agosto ha cancellato. Nessuno ha dichiarato formalmente un blocco: semplicemente nessuno accetta più di mandare un equipaggio in un’acqua dove in un mese sono state colpite quasi trenta navi. Il Consiglio agricolo panucraino segnala prezzi al produttore crollati di oltre il quaranta per cento, impossibilità di rimborsare i prestiti e di preparare la semina autunnale, con una perdita corrente stimata intorno ai settanta milioni di dollari al giorno.
La simmetria è quasi perfetta e va detta con la stessa chiarezza. Sull’altro lato del bacino la campagna ucraina con droni navali ha colpito, secondo i conteggi di Kiev, settantasei unità russe nel Mare di Azov dal sei luglio, fra petroliere della flotta ombra e navi da carico secco a Taganrog, Azov e Rostov sul Don. Mosca ha chiuso lo Stretto di Kerch il dieci luglio, senza data di riapertura, e ha temporaneamente sospeso il traffico nel canale Don Azov, attraverso cui passa circa un quarto delle esportazioni russe di grano. I premi assicurativi per i porti russi del Mar Nero corrono oggi fra lo zero virgola sessantacinque e lo zero virgola ottanta per cento.
Due belligeranti che insieme forniscono circa un terzo del commercio mondiale di frumento si sono tolti a vicenda buona parte della macchina di esportazione. Nessuno dei due ha dichiarato un blocco, perché nessuno dei due ne ha bisogno: l’assicurazione fa il lavoro al posto della marina militare. La questione è stata portata il ventisette luglio davanti a una riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il che misura insieme la scala del problema e la probabilità che venga risolto.
Washington. La magnanimità come genere letterario
Spostiamoci nell’altro teatro, perché è qui che si è consumato l’episodio più rivelatore del fine settimana.
Sabato sera, primo agosto, Donald Trump scrive su Truth Social che gli Stati Uniti sono carichi e pronti a colpire l’Iran a livelli di terrore, forza e potenza militare mai visti dalla Seconda guerra mondiale. Poi, nello stesso messaggio, annuncia di rinunciare: l’Iran e altri paesi mediorientali, scrive, avrebbero chiesto di soprassedere perché i perimetri di un accordo sono già stati concordati, e lui ha accettato di annullare l’attacco per il bene futuro del mondo e per la sopravvivenza di un Iran prospero. L’intesa comprenderebbe l’apertura immediata, completa e totale dello Stretto di Hormuz e la fine della minaccia nucleare iraniana. Israele, aggiunge, si unisce a lui in questo impegno.
Il messaggio va letto per come è costruito, perché la costruzione è il contenuto. Prima la potenza, poi la supplica altrui, infine la concessione. Tre movimenti in un paragrafo, e il terzo trasforma il mancato attacco da rinuncia in atto di generosità. Il problema è che il secondo movimento, quello su cui poggia tutto il resto, non ha riscontro.
Teheran smentisce esplicitamente. Le agenzie iraniane vicine alla Guida suprema hanno risposto con un lessico che non lascia margini interpretativi: Mehr nega che l’Iran abbia chiesto una sospensione e scrive che il presidente americano si è ritirato dalle proprie minacce presentando al mondo la ritirata come un favore; Fars parla di un uomo rimasto senza fiato e liquida le richieste americane come una lista dei desideri; Kayhan scrive che dopo circa una settimana di vanterie è arretrato ancora una volta. Nessun canale ufficiale iraniano ha confermato la versione americana, e la posizione di Teheran sullo stretto, cioè la pretesa di un ruolo nella gestione del traffico, non risulta modificata. Il ministro degli Esteri Araghchi aveva detto al suo omologo saudita, sempre sabato, che qualunque aggressione avrebbe ricevuto una risposta decisa e proporzionata: non è il lessico di chi chiede di essere risparmiato.
Una richiesta di fermarsi, però, c’è stata davvero. Solo che arriva dalla parte opposta della mappa. Sabato il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha telefonato alla Casa Bianca per ribadire la volontà di de escalation e sollevare preoccupazioni sui piani d’attacco. La telefonata è stata confermata dall’agenzia di stato saudita e riferita da CNN sulla base di quattro fonti. Il presidente americano ha quindi preso una richiesta reale, l’ha attribuita al nemico invece che all’alleato e l’ha usata come prova che il nemico stava cedendo. È una operazione retorica precisa: chi chiede di essere risparmiato ammette la propria debolezza, e attribuendo la domanda a Teheran si ottiene gratis ciò che l’attacco avrebbe dovuto conquistare.
C’è un terzo elemento, ed è il più concreto di tutti. Nella notte fra venerdì e sabato, poche ore prima del messaggio, la metaniera GasLog Shanghai con carico qatariota è stata colpita da un proiettile a undici miglia nautiche a nord est di Lima, in Oman, proprio all’imbocco dello stretto. Sala macchine danneggiata, nave immobilizzata, nessuna vittima. Mentre a Washington si annunciava l’apertura immediata, completa e totale di Hormuz, Hormuz veniva chiuso con la forza per l’ennesima volta.
| La sequenza degli attacchi annunciati e ritirati Ventidue marzo. Ultimatum di quarantotto ore sulle centrali elettriche iraniane, a partire dalla più grande. Ventitré marzo. Rinvio di cinque giorni, motivato con conversazioni buone e produttive. Ventisei marzo. La distruzione delle centrali slitta di altri dieci giorni, al sei aprile. Sette aprile. Sospensione di ulteriori due settimane, condizionata all’apertura dello stretto e attribuita a una richiesta del primo ministro pakistano Shehbaz Sharif e del feldmaresciallo Asim Munir. Primo agosto. Annullamento dell’attacco, condizionato a un accordo da concludere rapidamente e attribuito a una richiesta iraniana che Teheran smentisce. |
Cinque pacchetti d’attacco in poco più di cinque mesi, tutti con la stessa struttura retorica e tutti seguiti dal nulla. A questo punto non si tratta più di valutare la credibilità di una singola dichiarazione: si tratta di riconoscere un genere. L’annuncio non è il preludio dell’azione, è il sostituto dell’azione. Ed è anche l’unico strumento rimasto a una amministrazione che dopo cinque mesi non ha ottenuto l’unica cosa che chiedeva, cioè la riapertura dello stretto.
Il tetto che scende
Questa non è una valutazione politica, è un dato di mercato, ed è il modo più pulito per misurare la perdita di credibilità senza doverla raccontare. Il ventitré luglio uno shock di sette punti, dopo gli attacchi alle petroliere saudite nel Mar Rosso e le minacce di un attacco massiccio, ha portato il Brent sopra i cento dollari per la prima volta dal ventisei maggio, con chiusura a cento dollari e sessantanove centesimi. Il ventisette luglio, con l’Iran che segnalava la sospensione delle ostilità, il barile è crollato dell’otto virgola sette per cento a ottantotto e trentasei. Il ventinove, dopo l’annuncio di un colpo durissimo, è risalito del sette virgola nove per cento fermandosi però a novanta e settantaquattro.
Stessa intensità di minaccia, dieci dollari in meno di risultato nel giro di sei giorni. Il mercato non ha smesso di reagire: reagisce su un livello progressivamente più basso, perché prezza ogni annuncio successivo come meno credibile del precedente. Il trenta luglio, sulla proposta saudita di una coalizione navale, il Brent è sceso di quasi due punti a ottantanove e tre; venerdì trentuno ha chiuso a novanta e dodici. Sul mese resta oltre venti punti di rialzo, ma il premio di rischio non si muove più sulle dichiarazioni. Si muove sui barili che non arrivano.
Perché si è fermato davvero
Tre spiegazioni, non alternative fra loro. La prima è militare. I pacchetti d’attacco precedenti non hanno prodotto il risultato decisivo: lo stretto non è aperto, il traffico resta fra un quinto e un terzo dei livelli prebellici, e l’Iran ha continuato a colpire per tutto il mese fino a poche ore prima dell’annuncio. Un ulteriore ciclo di attacchi sulle infrastrutture energetiche rischierebbe di dimostrare una seconda volta la stessa cosa, e cioè che si può distruggere molto senza ottenere l’unica cosa richiesta.
La seconda è elettorale. Nelle rilevazioni di alta qualità dell’ultima settimana di luglio Trump oscilla fra il trentadue e il trentanove per cento di consenso, contro il cinquantadue con cui aveva iniziato il secondo mandato. Sulla guerra il dato è più netto ancora: sessanta per cento di contrari e trentaquattro di favorevoli, con meno della metà degli elettori repubblicani disposta a proseguire. La cinghia di trasmissione non è la politica estera, è il prezzo alla pompa. La guerra entra nel giudizio dell’elettore americano attraverso il costo della vita, ed è lì che il presidente ha perso il terreno che nemmeno la sua base gli restituisce.
La terza è regionale, ed è quella che merita un capitolo a sé.
Chi ha paura davvero. Il Golfo che frena
L’elemento più istruttivo di questa fase non sta a Washington né a Teheran. Sta nelle capitali che fino a ieri venivano descritte come le beneficiarie della pressione americana sull’Iran, e che oggi passano il proprio tempo a chiedere che quella pressione si fermi.
L’Arabia Saudita ha attraversato in luglio la soglia della cobelligeranza, partecipando per la prima volta pubblicamente a operazioni d’attacco a fianco degli Stati Uniti contro depositi e siti di armamento delle milizie sciite nell’Iraq orientale. Nello stesso giorno, però, il ministro della Difesa saudita a Washington chiedeva al vicepresidente Vance di non allargare: non colpire gli Houthi, non moltiplicare i raid sulle milizie irachene. Ed è lo stesso governo che ora fa telefonare il principe ereditario per frenare un nuovo ciclo di attacchi, mentre mette in piedi una coalizione marittima con oltre quaranta paesi per proteggere il traffico nel Mar Rosso. Entrata in guerra e immediatamente impegnata a limitarla: questa è la fotografia più onesta della posizione di Riyad.
La ragione è geografica prima che politica. Il corpo saudita è esposto su tre lati: i campi petroliferi orientali a portata dei droni che partono dall’Iraq, la costa del Mar Rosso sotto blocco Houthi dal venti luglio, con le petroliere Encelia e Layla già colpite il ventidue, e le rotte di export strozzate a entrambi i capi. Chiuso Hormuz, la rotta di riserva verso occidente passava dal terminale di Yanbu: oggi anche quella è contestata.
Il Qatar si trova nella stessa condizione, con un’aggravante. Le sue metaniere sono bersaglio diretto, come dimostra la GasLog Shanghai, e il paese ha già dovuto dichiarare forza maggiore verso i propri clienti europei. Gli alleati americani nel Golfo, in altre parole, hanno smesso di considerare l’escalation di Washington un servizio reso alla loro sicurezza: la considerano un costo che pagano loro. È il dato politico più rilevante di questa estate, e spiega perché la richiesta di soprassedere sia dovuta essere attribuita a Teheran. Attribuirla a Riyad avrebbe significato ammettere che a frenare l’America non è l’avversario, ma il proprio schieramento.
Va detto anche l’opposto, per onestà: esiste una lettura in cui la pausa è reale e un quadro negoziale esiste davvero. Ha un criterio di verifica preciso e a breve termine, ed è il traffico attraverso Hormuz nei prossimi dieci giorni. Se non risale, non c’era nessun accordo. C’era un rinvio.
Il petrolio a casa nostra
Qui i due teatri smettono di essere due e la faccenda diventa una questione di bollette. I fronti ucraino e mediorientale non si toccano sulla mappa: si toccano dentro il mercato petrolifero, e conviene seguirli nell’ordine in cui le rotte si sono chiuse. Il punto non è nessuna delle singole chiusure, è che si sono chiuse tutte insieme.
Il Caspio che non arriva più al Mar Nero
Il diciannove luglio due petroliere in caricamento, la Asia e la Nissos Ios, sono state colpite da droni al terminale del Consorzio del Caspio, sulla costa russa del Mar Nero presso Novorossiysk. Il consorzio ha parlato del quinto attacco alle proprie installazioni. Le operazioni sono riprese brevemente domenica sera, ma il lunedì mattina un altro drone ha colpito la petroliera Nelsa in caricamento al pontile numero uno, e i caricamenti sono stati sospesi di nuovo. Il ventuno il Kazakistan ha smesso di pompare greggio verso il terminale, perché le compagnie armatoriali non se la sentivano più di mandarci le navi; il ventitré il ministero dell’Energia di Astana ha annunciato un taglio della produzione, definito puramente tecnico, per evitare che i serbatoi tracimassero.
La dimensione del problema si legge in tre numeri. L’oleodotto del Consorzio trasporta circa un milione e cinquecentottantamila barili al giorno. Rappresenta circa l’ottanta per cento delle esportazioni petrolifere kazake. E il Kazakistan è il secondo fornitore di petrolio dell’Europa. Va aggiunto un dettaglio che spiega perché questa chiusura pesi più di altre: il greggio del Consorzio, pur uscendo da un porto russo, non è soggetto a sanzioni occidentali, e le quote appartengono in buona parte a Chevron ed ExxonMobil. Era, in altre parole, esattamente il barile su cui le raffinerie europee stavano ripiegando per sostituire quello del Golfo Persico. La sostituzione della sostituzione non esiste. Kiev non ha rivendicato gli attacchi; Astana ha chiesto formalmente che cessino.
Il gas che non arriva più in Italia
Il ventotto luglio Edison ha comunicato di aver ricevuto da QatarEnergy una nuova notifica di perdurante forza maggiore, relativa ad altri tre carichi di gas naturale liquefatto destinati al terminale Adriatic LNG di Rovigo. La finestra si estende così da inizio aprile a fine settembre, e il conto complessivo sale a ventiquattro carichi mancati, pari a circa tre miliardi di metri cubi. Per dare la scala: il contratto di lungo periodo fra Edison e QatarEnergy, in vigore dal duemilanove per venticinque anni, prevede la fornitura all’Italia di sei virgola quattro miliardi di metri cubi l’anno. In cinque mesi è saltato l’equivalente di circa metà di un’annualità contrattuale.
La progressione merita di essere letta perché racconta l’andamento della guerra meglio di molti comunicati militari. La prima notifica è del ventisette marzo, per dieci carichi. Il venticinque maggio erano diciassette. Il trenta giugno ventuno. Il ventotto luglio ventiquattro. Edison ha sostituito diciassette carichi, circa un miliardo e seicento milioni di metri cubi, in prevalenza con gas americano, e assicura di poter onorare tutti gli impegni verso i clienti. Sul piano della continuità della fornitura non c’è quindi allarme, e va detto. Sul piano strategico, però, la lezione è di quelle che si pagano: un contratto di lungo periodo, per quanto solido, non protegge da un passaggio obbligato chiuso. Non si compra il gas, si compra la rotta. E la rotta non era nostra.
Come siamo messi a scorte
Il quadro europeo è il più fragile degli ultimi anni, ed è opportuno dirlo senza allarmismo e senza reticenza. Gli stoccaggi dell’Unione hanno chiuso luglio intorno al cinquantasei virgola quattro per cento della capacità utile, contro una norma stagionale storica intorno al settantacinque: un divario di quasi diciannove punti percentuali. La stagione di iniezione era partita il primo aprile dal ventotto per cento, il livello di partenza più basso delle ultime tre annate. La Commissione ha già preso atto della situazione abbassando l’obiettivo vincolante per il primo novembre dal novanta all’ottanta per cento, con facoltà per alcuni Stati di fermarsi al settanta.
Il ritmo attuale di iniezione, intorno a zero virgola venticinque punti percentuali al giorno, porterebbe gli stoccaggi europei a sfiorare l’ottanta per cento entro il primo novembre. Sarebbe il centro dell’obiettivo rivisto, non un margine. Per arrivarci, secondo l’Agenzia per la cooperazione fra i regolatori nazionali dell’energia, le importazioni europee di gas liquefatto dovranno crescere di circa il tredici per cento rispetto al duemilaventicinque, e questo in un anno in cui il gas del Golfo non arriva e la concorrenza asiatica sul carico marginale è aumentata. Va aggiunto un elemento che lavora contro: il rialzo dei prezzi ha compresso il differenziale fra estate e inverno, cioè esattamente l’incentivo economico che spinge gli operatori a riempire i depositi. Si chiede al mercato di stoccare proprio quando stoccare rende meno.
Sul versante americano il dato è più netto e meno discutibile, perché lo pubblica il Dipartimento dell’Energia ogni mercoledì. La riserva strategica è scesa a trecentosette virgola sette milioni di barili nella settimana chiusa il ventiquattro luglio, il livello più basso dal millenovecentottantatré, dopo diciotto settimane consecutive di prelievo. Dall’inizio della guerra con l’Iran, a fine febbraio, sono usciti dalla riserva oltre cento milioni di barili, nell’ambito dell’impegno americano a rilasciarne centosettantadue e di un’azione coordinata dall’Agenzia internazionale per l’energia che coinvolge trentadue paesi per complessivi quattrocento milioni. Le scorte commerciali, che dovrebbero fare da cuscinetto, sono calate di sette virgola due milioni di barili in una sola settimana a quattrocentoquattro virgola cinque milioni, sette per cento sotto la media quinquennale del periodo, e le raffinerie girano al novantasette virgola due per cento della capacità, cioè al limite fisico.
C’è infine un dettaglio tecnico che vale più di molte analisi. Una relazione dell’ufficio di controllo del Congresso ha rilevato che a dicembre del duemilaventicinque la riserva strategica era in grado di erogare a circa il sessantuno per cento del ritmo di progetto, e di riassorbire greggio al cinquantasei per cento delle specifiche. La riserva non è solo più bassa: è più lenta. In una emergenza contano entrambe le cose, e la seconda non compare in nessun titolo.
Il quadro che ne esce è semplice da riassumere e sgradevole da guardare. Hormuz è chiuso, Bab al Mandeb è contestato, il Mar Nero è bloccato nelle due direzioni, il Caspio non trova sbocco, il Mediterraneo orientale è stato colpito il ventinove luglio a Damietta, a poche decine di miglia da Suez, la raffinazione russa è ai minimi da oltre due decenni per la campagna ucraina in profondità, gli stoccaggi europei sono venti punti sotto la norma e la riserva americana è al minimo da quarantatré anni. Non esiste, in questo momento, una capacità di riserva significativa da nessuna parte del sistema. Ed è questa, non il barile a novanta dollari, la ragione per cui il prossimo inverno europeo dipenderà più dal meteo che dalla diplomazia.
Le diciannove e cinquantacinque
Resta l’ultimo fatto, ed è quello che i nostri giornali hanno raccontato per metà.
Piazza Kudrinskaya, centro di Mosca, sabato primo agosto. Il ristorante Balzi Rossi, cucina italiana, è chiuso al pubblico per un banchetto privato. Una donna si presenta all’ingresso con un ordigno esplosivo artigianale. Un addetto alla sicurezza la ferma e la perquisisce prima che possa entrare. L’ordigno detona sulla soglia, sul dehors.
Il bilancio della Commissione nazionale antiterrorismo è di tre morti, la donna, la guardia che le aveva impedito l’accesso e un cliente, e ventuno feriti. Incendio di terzo livello di complessità, soccorsi sul posto in un paio di minuti. La televisione russa aveva inizialmente ipotizzato una bombola di gas, prima che il Comitato parlasse esplicitamente di ordigno. Il portale Astra riferisce che fuori dal locale erano parcheggiate numerose vetture con targa nera, quelle in uso ai militari, e un autobus della Guardia nazionale. Nessuna rivendicazione, identità della donna non resa pubblica.
Sulla lista degli invitati le ricostruzioni convergono e non hanno ricevuto conferma ufficiale. Diversi canali Telegram russi, ripresi da Reuters e dall’intera stampa italiana, indicano la presenza del generale Aleksandr Chaiko, comandante in capo delle Forze aerospaziali, di cui si festeggiavano i cinquantacinque anni compiuti il ventisette luglio. Altre ricostruzioni collocano nella sala il generale di divisione Vladimir Seliverstov, il generale di divisione Aleksandr Yaroshevich, capo del dipartimento di supporto ai trasporti del ministero della Difesa, e il generale d’armata Yunus Bek Yevkurov, viceministro della Difesa dal duemiladiciannove. Tutti gli alti ufficiali presenti risulterebbero illesi.
Il fatto operativo decisivo, ed è anche il meno analizzato, è il comportamento della guardia. Fermando e perquisendo la donna sulla soglia, quell’uomo ha trasformato un attentato dentro una sala piena di ufficiali generali in una esplosione su un ingresso. La differenza fra il bilancio reale e il bilancio previsto dagli organizzatori sta interamente lì, in un controllo di sicurezza eseguito come prescritto da una persona che ci ha rimesso la vita.
Chaiko, per intero
Aleksandr Jurevich Chaiko nasce il ventisette luglio del millenovecentosettantuno a Golitsyno, distretto di Odintsovo, regione di Mosca. Scuola militare Suvorov nel millenovecentottantotto, Scuola superiore di comando interarmi di Mosca nel novantadue, Accademia delle Forze di terra nel duemilauno, Accademia dello Stato maggiore nel duemiladodici.
Carriera interamente di terra e per gradi regolari: plotone, compagnia, capo di stato maggiore e comandante di battaglione nel Gruppo di forze occidentale e nel distretto di Mosca; reggimento fucilieri motorizzati dal duemilauno, colonnello in via anticipata nel duemilaquattro; ventisettesima brigata fucilieri motorizzati della Guardia, poi la seconda divisione Taman, la ventesima armata interarmi della Guardia nel duemilaquattordici, e da dicembre dello stesso anno fino al duemiladiciassette la prima armata corazzata della Guardia, la grande unità corazzata più importante dell’esercito russo. Tenente generale nel duemilasedici, generale colonnello nel giugno del duemilaventuno.
Poi la Siria, che è la parte più significativa del profilo. Nel duemilaquindici è il primo capo di stato maggiore del raggruppamento russo, quello che costruisce da zero l’infrastruttura di base e imposta il coordinamento con gli alleati siriani. Ne diventa poi comandante quattro volte, fra il duemiladiciannove e il novembre del duemilaventiquattro, richiamato in quest’ultima occasione nel momento del collasso. Nel mezzo, dal febbraio duemiladiciannove al novembre duemilaventuno, è vice capo di Stato maggiore generale. Eroe della Federazione Russa nel duemilaventi. Dal novembre duemilaventuno al luglio duemilaventidue comanda il Distretto militare orientale, e in quella veste ha responsabilità operative nella campagna dell’Ucraina settentrionale, area di Kiev compresa.
La nomina che conta davvero, però, è recentissima: comandante in capo delle Forze aerospaziali al posto di Viktor Afzalov, incarico assunto intorno alla metà di giugno di quest’anno. È una scelta atipica, perché Chaiko non ha mai servito nel ramo aerospaziale. Ed è anche uno dei pochissimi generali russi cui è assegnata una protezione personale contro attentati. Alla sera di piazza Kudrinskaya era in carica da circa sei settimane.
Non l’uomo sbagliato. La data sbagliata
Su un punto la stampa italiana ha ragione, e va riconosciuto: Chaiko è effettivamente il generale associato a Bucha. Comandava il Distretto militare orientale nel marzo del duemilaventidue, i suoi reparti operavano sull’asse di Kiev, ed è su quella base che la Procura generale ucraina lo ha incriminato e che l’Unione europea lo ha inserito nelle proprie sanzioni nel marzo di quest’anno. L’etichetta non è inventata.
E va detto con altrettanta chiarezza che cosa fu Bucha. Nel marzo del duemilaventidue, durante e dopo il ritiro russo dall’area a nord ovest di Kiev, nella cittadina furono rinvenute diverse centinaia di vittime civili. Immagini satellitari commerciali collocano parte dei corpi sulla carreggiata di via Yablunska in date precedenti al ritiro; i giornalisti occidentali entrati per primi documentarono corpi in strada, nei cortili e in fosse comuni, alcuni con le mani legate; la commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha successivamente documentato esecuzioni sommarie. È uno degli episodi meglio documentati dell’intera guerra, e niente di quanto segue serve a metterlo in discussione.
Una distinzione, però, va tenuta ferma, ed è di quelle che i titoli saltano sistematicamente. Che a Bucha siano stati commessi crimini è una cosa; che la responsabilità penale personale di un singolo comandante sia stata accertata è un’altra. Chaiko non è mai stato processato. L’incriminazione è stata formalizzata in contumacia da una delle parti in causa nel conflitto in corso, le sanzioni europee sono un atto amministrativo e non una sentenza, e l’attribuzione risalendo una catena di comando fino a un nome non è mai passata davanti a un giudice. Chi scrive il generale di Bucha in un titolo somma tre livelli distinti come se fossero uno solo.
Ma c’è un problema più grave dell’imprecisione giuridica, ed è analitico. Quell’etichetta viene usata come se spiegasse l’attentato, e non lo spiega. Fra il marzo del duemilaventidue e il primo agosto del duemilaventisei corrono quattro anni e quattro mesi, durante i quali Chaiko non è mai stato irraggiungibile: comandante del raggruppamento in Siria per quattro mandati, vice capo di Stato maggiore generale, incarichi tutti pubblici e tutti documentati. Se il movente fosse Bucha duemilaventidue, resterebbe senza risposta l’unica domanda che conta in analisi operativa. Perché adesso.
Che cosa è stato Kapitanovka
Ciò che è cambiato è recente e ha una data precisa. Il ventiquattro luglio, otto giorni prima di piazza Kudrinskaya, tre missili balistici Iskander M hanno colpito il poligono all’aperto della Civil Safety Academy nel villaggio di Kapitanovka, dove era in corso la manifestazione Armada dei sistemi senza pilota. Uno dei tre è stato intercettato. Il procuratore generale ucraino Ruslan Kravchenko ha indicato dieci morti e circa cento feriti, con ventitré abitazioni private, due alberghi, un ristorante e trentaquattro autovetture danneggiati nelle vicinanze. Fra le vittime, secondo le ricostruzioni disponibili, ufficiali superiori dei servizi di sicurezza ucraini e un dipendente di una società della difesa polacca. Gli organizzatori parlano di oltre trecento presenti, incluse delegazioni straniere. Il ministero della Difesa russo ha rivendicato il colpo dichiarando di aver colpito una dimostrazione di droni ucraini e di fabbricazione estera alla presenza di sviluppatori, produttori e rappresentanti del comando dei sistemi senza pilota.
Sulla dinamica della sicurezza le versioni divergono e vanno riportate entrambe. L’associazione Armada sostiene che l’evento fosse chiuso, che la località esatta non sia mai stata resa pubblica e che l’invito circolato in rete fosse personalizzato e inviato per canali privati. Altre fonti indicano che una locandina della manifestazione era stata pubblicata online, e che la gestione del poligono manteneva attivamente profili sui social. Quello che non è in discussione è l’esito istituzionale: Kiev ha aperto un procedimento penale per organizzazione impropria, l’organizzatore è stato fermato, e lo stesso Zelensky ha ammesso che l’evento non avrebbe dovuto tenersi in quel luogo. Per il comparto industriale della difesa ucraino è la perdita di personale qualificato più pesante dell’anno. Non è nemmeno la prima volta: nell’agosto del duemilaventitré un Iskander M colpì il teatro di Chernigov durante una manifestazione dedicata ai sistemi senza pilota, con sette morti e oltre centotrenta feriti, e anche in quel caso luogo e orario erano stati annunciati in anticipo.
Otto giorni. È questa la cifra che nessuno ha messo in pagina. E c’è un dettaglio che rende la coincidenza difficile da ignorare: il poligono di Kapitanovka si trova nel distretto di Bucha. Lo stesso toponimo da cui viene l’etichetta del duemilaventidue. Chi ha scritto quei titoli aveva il nesso sotto gli occhi e ha scelto di guardare quattro anni indietro invece che otto giorni.
Una precisazione doverosa, che non indebolisce il ragionamento ma lo mette in scala. Non risulta alcun documento che attribuisca a Chaiko la pianificazione o l’ordine di quel colpo, e gli Iskander M appartengono alle truppe missilistiche delle forze di terra. Ma un pacchetto d’attacco balistico condotto in pieno giorno a pochi chilometri dalla capitale avversaria richiede soppressione della difesa aerea, acquisizione del bersaglio e deconflittazione dello spazio aereo, attività che passano tutte dalla componente che Chaiko dirige. Per un servizio avversario che deve scegliere un bersaglio di rappresaglia non serve la prova della firma. Serve la funzione. E la funzione c’è.
Il movente probabile, e i due residui
Nessuna rivendicazione, identità dell’attentatrice non resa nota, presenza di Chaiko non confermata ufficialmente: quanto segue resta ipotesi e va tenuto come tale. L’ipotesi principale è la rappresaglia per Kapitanovka, e regge su tre elementi che convergono. La cronologia, perché otto giorni sono il tempo tipico di un’operazione già impostata che viene attivata su un’occasione, non quello di una pianificazione avviata da zero. Il criterio di selezione del bersaglio, perché si colpisce il vertice della componente coinvolta nella campagna in corso, che è esattamente come si costruisce una rappresaglia, mentre una vendetta per fatti di quattro anni prima avrebbe potuto scegliere chiunque altro fra gli incriminati. E l’occasione, perché un compleanno di data pubblica festeggiato in un locale del centro è una finestra prevedibile su un uomo che ha protezione personale assegnata e che in condizioni ordinarie non è avvicinabile.
Restano due letture secondarie, che non escludono la prima. La continuità di una campagna già in corso, perché dal duemilaventidue si è accumulata una serie documentata di uccisioni e tentate uccisioni di ufficiali russi, e in questa chiave Chaiko sarebbe stato scelto semplicemente perché la promozione di giugno lo ha portato a un rango superiore. E il segnale sul tavolo negoziale, perché il segretario di Stato Rubio ha dichiarato pochi giorni fa che Washington è pronta a facilitare la ripresa dei negoziati fra Russia e Ucraina, e dimostrare capacità di penetrazione nel centro di Mosca proprio adesso ha un valore di posizionamento indipendente dal singolo bersaglio. Ma nessuna delle due spiega il quando. Solo Kapitanovka lo spiega.
Lo stesso errore, due volte
C’è una simmetria in questa vicenda che merita di essere vista, e non fa comodo a nessuno dei due schieramenti. Il ventiquattro luglio, a Kapitanovka, una manifestazione di sistemi d’arma raccoglie oltre trecento persone in un poligono all’aperto a pochi chilometri da Kiev, e i partecipanti vengono colpiti in massa. Il primo agosto, a Mosca, un banchetto per un capo di componente si tiene in un ristorante del centro con decine di vetture a targa nera e un autobus della Guardia nazionale parcheggiati fuori, visibili dalla strada.
Sono lo stesso errore. In un conflitto in cui entrambe le parti hanno raggiunto la capacità di colpire in profondità con precisione e in tempi brevi, la variabile decisiva non è più la difesa fisica del bersaglio: è la gestione della propria firma. Chi si lascia geolocalizzare in anticipo ha già consegnato metà del lavoro. Vale per una fiera di droni alle porte di Kiev e vale per una festa di compleanno in piazza Kudrinskaya.
Tre cose da guardare
La prima è il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz. Se entro dieci giorni non risale sopra un terzo dei livelli prebellici, il quadro di accordo annunciato sabato sera era un rinvio e non un’intesa, e il conto lo pagheranno gli stoccaggi europei in autunno.
La seconda è Druzhkovka. Se la spinta da Toretskoe e Petrovka comincia a convergere con quella proveniente da sud, siamo davanti all’impostazione di una manovra operativa sull’intero settore. Se resta parallela, è logoramento.
La terza è il lessico che Mosca sceglierà per piazza Kudrinskaya. Atto terroristico interno oppure operazione di un servizio straniero: la formula dirà con precisione che cosa il Cremlino intenda farne sul piano diplomatico, proprio mentre si torna a parlare di negoziati.
Fonti
Difesa aerea ucraina e licenza Patriot
Washington Post (primo agosto, dichiarazione di Zelensky sulle scorte di intercettori esaurite). Axios (richiesta di trecento intercettori per l’inverno, offerta di scambio tecnologico, frequenza degli attacchi balistici russi). Time (attacco del trenta luglio, oltre settanta missili e duecentottanta droni, dichiarazione sulla carenza critica). Defense News (sei luglio, nessuno dei ventitré balistici intercettato). The War Zone (due luglio, ventiquattro Iskander intercettati su settantaquattro e nessuno dei quattro Zircon; caso dei duecento missili norvegesi). Radio Free Europe Radio Liberty (riunione di gabinetto del trentuno luglio a Camp David, dichiarazioni sulla licenza; reazioni al Congresso). Financial Times (intervista telefonica del trenta luglio). Die Welt (posizione di Boeing sul trasferimento del gruppo di guida terminale). Reuters e presidenza ucraina (impiego di balistici KN ventitré su Krivoi Rog, dati radar). Center for Strategic and International Studies (stime sulle scorte di intercettori statunitensi).
Fronte terrestre
Ministero della Difesa della Federazione Russa (comunicati del due agosto: Lubitskoe, area difensiva preparata, testa di ponte sulla Verkhnyaya Tersa; Toretskoe e Petrovka; teatro navale). Stato Maggiore ucraino e aeronautica militare ucraina (conteggi degli attacchi notturni). Militarnyi (satelliti Rassvet). Fonti geolocalizzate occidentali per i dati di superficie mensile.
Mar Nero e blocco marittimo
Bloomberg. Reuters. Lloyd’s List. The Maritime Executive. Euromaidan Press (terminali di esportazione, operazioni Kernel a Chernomorsk). Kyiv Post. Consiglio agricolo panucraino (prezzi al produttore e perdita giornaliera). Ministero della Difesa russo (bilancio dei mercantili colpiti fra il diciotto e il ventiquattro luglio). Riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del ventisette luglio.
Consorzio del Caspio e Kazakistan
Bloomberg (sospensione dei caricamenti, interruzione del pompaggio kazako). OilPrice. The Moscow Times (taglio della produzione kazaka). Ministero dell’Energia e ministero degli Esteri del Kazakistan (dichiarazioni ufficiali). Comunicati del Caspian Pipeline Consortium su Telegram.
Gas, stoccaggi, petrolio
Edison, comunicato del ventotto luglio. ANSA. Il Sole 24 Ore. Il Fatto Quotidiano. Blue Economy. Today (composizione delle importazioni italiane di gas liquefatto, rotta Venture Global). Gas Infrastructure Europe, dati AGSI+. Agenzia per la cooperazione fra i regolatori nazionali dell’energia. Rete europea dei gestori dei sistemi di trasporto del gas, Summer Supply Outlook duemilaventisei. Commissione europea. Euronews. Dipartimento dell’Energia statunitense e Energy Information Administration (riserva strategica e scorte commerciali). Reuters. CNBC. The National. Government Accountability Office (relazione sulla capacità operativa della riserva strategica). Agenzia internazionale per l’energia. Kpler (transiti nello Stretto di Hormuz).
Iran, Stati Uniti, Golfo
Truth Social, messaggio del primo agosto. Al Jazeera. Bloomberg. CNN (telefonata di Mohammed bin Salman, reazioni della stampa iraniana). NPR e agenzia di stampa di stato saudita. Reuters. Just The News. Radio Free Europe Radio Liberty. Axios (obiettivi allo studio). Agenzie iraniane Fars, Mehr e Kayhan. Comando Centrale statunitense. Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Rilevazioni demoscopiche CNN, Associated Press NORC, Quinnipiac, Pew Research Center, CBS YouGov, Emerson College.
Attentato di Mosca
Comitato nazionale antiterrorismo della Federazione Russa, via TASS. Reuters. ANSA. Sky TG24. AGI. Open. Quotidiano Nazionale. Il Giornale. Affaritaliani. Astra. Novaya Gazeta. RIA Novosti.
Kapitanovka e manifestazione Armada
Procura generale ucraina, dichiarazioni di Ruslan Kravchenko. Ministero della Difesa russo (rivendicazione del ventiquattro luglio). Kyiv Post. The New Voice of Ukraine (comunicato dell’associazione Armada). bne IntelliNews (danni collaterali nel distretto di Bucha). Aeronautica militare ucraina (composizione dell’attacco del ventiquattro luglio). Consiglio dell’industria della difesa ucraina.
Bucha, marzo duemilaventidue
Immagini satellitari commerciali Maxar Technologies. Commissione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite sull’Ucraina. Procura generale ucraina (incriminazione). Gazzetta ufficiale dell’Unione europea (misure restrittive, marzo duemilaventisei).

