27 Luglio 2026
Mario Roggero, il gioielliere condannato che molti continuano a considerare un eroe
Caso Roggero: oltre la condanna giudiziaria, l’analisi del divario tra legge e percezione popolare.

Di Pierdomenico Corte Ruggiero
La condanna definitiva di Mario Roggero avrebbe dovuto rappresentare, almeno sul piano giudiziario, la conclusione della vicenda. I giudici hanno escluso la legittima difesa, ritenendo che l’uccisione di due rapinatori e il ferimento di un terzo fossero avvenuti quando il pericolo immediato era ormai cessato. Dal punto di vista del diritto, il principio è netto: la forza letale è giustificata solo quando il pericolo è attuale e inevitabile.
Eppure, fuori dalle aule di giustizia, la storia ha preso una direzione completamente diversa. Migliaia di persone continuano a vedere Roggero non come un condannato, ma come un simbolo. Raccolte fondi, manifestazioni di solidarietà, commenti sui social e discussioni nei bar raccontano una realtà in cui il verdetto dei tribunali sembra avere inciso molto meno del previsto.
Per comprendere questo fenomeno bisogna andare oltre il caso giudiziario e osservare cosa rappresenti Roggero nell’immaginario collettivo.
La differenza tra verità giudiziaria e percezione morale
Una sentenza stabilisce se un comportamento sia conforme o meno alla legge.
L’opinione pubblica, invece, spesso valuta un fatto attraverso criteri completamente diversi: la paura, l’identificazione, il senso di ingiustizia e l’esperienza personale.
Molti sostenitori di Roggero non contestano necessariamente il ragionamento tecnico della Corte. Piuttosto ritengono che la legge, in quel caso, non abbia saputo interpretare ciò che una persona prova durante una rapina violenta.
Per loro il punto non è cosa sia accaduto nei secondi successivi alla fuga dei rapinatori, ma cosa significhi vivere quei minuti sotto la minaccia di armi da fuoco.
Il commerciante come figura simbolica
Roggero non viene percepito soltanto come un gioielliere benestante.
Diventa il simbolo di una categoria: il piccolo imprenditore che lavora tutta la vita per costruire un’attività e che teme di perderla in pochi minuti.
In questo processo di identificazione il patrimonio economico passa in secondo piano.
Molti suoi sostenitori non appartengono alla stessa classe sociale. Operai, pensionati, impiegati e lavoratori autonomi difficilmente condividono il suo reddito, ma condividono qualcosa di più potente: la paura di essere vittime di un’aggressione e la convinzione che, in quel momento, lo Stato possa non arrivare in tempo.
La sfiducia nelle istituzioni
Le simpatie verso Roggero si inseriscono in un clima più ampio di sfiducia.
Quando una parte della popolazione percepisce che criminalità, tempi della giustizia e inefficienza dello Stato non garantiscono sicurezza sufficiente, aumenta la disponibilità a giustificare reazioni che il diritto considera illecite.
Non significa che le persone desiderino vivere in una società senza regole.
Piuttosto ritengono che, in determinate circostanze estreme, le regole siano troppo lontane dalla realtà vissuta.
Il peso delle emozioni
La psicologia sociale mostra come le emozioni influenzino profondamente il giudizio morale.
Una rapina con armi genera paura, rabbia e senso di vulnerabilità.
Queste emozioni tendono a persistere anche quando il pericolo oggettivo è terminato.
Per molti osservatori è quindi intuitivo immaginare che chi ha appena subito una rapina possa agire sotto uno stato di alterazione emotiva, anche se ciò non basta, dal punto di vista giuridico, a integrare la legittima difesa.
L’effetto dei social network e la propaganda politica
I social amplificano questo meccanismo.
Le discussioni raramente si concentrano sulle motivazioni della sentenza.
Molto più spesso circolano immagini della rapina, fotografie del gioielliere e slogan semplici come “Io sto con Roggero”.
La complessità del diritto viene sostituita da una contrapposizione netta: vittima contro criminali.
In questo schema il processo rischia di passare in secondo piano. Tanto più quando esponenti politici usano il sentimento popolare per attaccare la magistratura e come arma di distrazione di massa.
La politica non deve cavalcare il sentimento popolare. Deve agire per evitare che i cittadini debbano difendersi. Per evitare altri casi Mario Roggero.
Ma anche per evitare ciò che è accaduto nel novembre 2014 a Coreno Ausonio. Quando due stimatissimi imprenditori, i fratelli Mattei, sono stati uccisi mentre difendevano la propria azienda https://www.latinatoday.it/cronaca/duplice-omicidio-coreno-ausonio-amilcare-giuseppe-mattei.html.
Spetta allo Stato e solo allo Stato difendere i cittadini e amministrare la Giustizia.
Una frattura culturale
Il caso Roggero racconta anche una frattura culturale.
Da una parte vi è l’idea che lo Stato debba mantenere il monopolio dell’uso della forza, anche quando ciò porta a condannare chi reagisce oltre i limiti consentiti.
Dall’altra emerge una visione secondo cui il diritto dovrebbe riconoscere maggiore spazio alla reazione della vittima, soprattutto dopo eventi traumatici.
Queste due concezioni convivono nella società italiana e il caso Roggero le ha rese particolarmente visibili.
Il rischio dell’eroizzazione
Trasformare Roggero in un eroe, tuttavia, comporta un rischio.
Se ogni cittadino si sentisse legittimato a inseguire e colpire chi fugge dopo un reato, verrebbe meno uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto: la risposta alla criminalità spetta alle istituzioni, non alla vendetta privata.
Allo stesso tempo ignorare il consenso popolare significherebbe non cogliere un segnale importante.
Le simpatie verso Roggero non sono necessariamente un’approvazione della violenza. Più spesso rappresentano un indicatore del disagio di una parte della popolazione, che percepisce insicurezza e ritiene insufficiente la tutela garantita dallo Stato.
Un caso destinato a rimanere
Per questo la vicenda di Mario Roggero continuerà probabilmente a essere studiata ben oltre il processo.
Non tanto per stabilire chi abbia avuto ragione sul piano giuridico — la sentenza lo ha già fatto — quanto per comprendere perché una parte così ampia dell’opinione pubblica abbia scelto di identificarsi con un uomo condannato.
La risposta non risiede soltanto nel diritto penale, ma nell’intreccio tra paura, percezione della sicurezza, fiducia nelle istituzioni, dinamiche dei media e costruzione dei simboli collettivi. Roggero è diventato, per molti, meno un individuo e più il contenitore di ansie e aspettative diffuse. Comprendere questo fenomeno non significa condividerlo, ma riconoscere che il rapporto tra giustizia e consenso sociale è spesso molto più complesso di quanto una sentenza, da sola, possa raccontare.


