20 Luglio 2026
Due guerre, una sola logica
Aggiornamento settimanale sui due fronti. In Ucraina il più grande attacco balistico su Kiev dell’intera guerra, con oltre metà dei vettori andati a segno per esaurimento dei Patriot, e l’apertura della campagna russa contro i porti e il Mar Nero. In Iran l’ottava notte consecutiva di bombardamenti americani e il primo colpo su un impianto nucleare. Due guerre diverse, una sola logica: quando il fuoco non piega l’avversario, si allarga il bersaglio all’acqua, alla corrente e ai ponti. Con l’analisi comparata dello schema statunitense da giugno 2025 a oggi e i quattro indicatori che segnalano un salto di scala ormai prossimo.

Aree di crisi nel mondo n.296 del 19-7-26
di Stefano Orsi
Aggiornamento settimanale sui fronti ucraino e iraniano
Nella notte tra il 18 e il 19 luglio Kiev ha ricevuto il più grande attacco balistico dall’inizio del conflitto, mentre il Comando Centrale statunitense completava l’ottava notte consecutiva di bombardamenti sull’Iran e colpiva per la prima volta un impianto nucleare in costruzione. Le due guerre corrono ormai su un binario comune: la distruzione sistematica delle infrastrutture che tengono in piedi lo sforzo bellico avversario, e degli esseri umani che ci lavorano dentro. Quello che segue è il bilancio della settimana, settore per settore, con l’analisi comparata dello schema operativo americano da giugno 2025 a oggi e una valutazione sulla soglia di escalation che il teatro mediorientale sta per attraversare.
Parte prima. Ucraina
Il fronte, settore per settore
La settimana appena conclusa conferma un quadro operativo che gli osservatori seri avevano già individuato a giugno e che la stampa occidentale continua a raccontare al contrario: l’iniziativa strategica resta saldamente in mano russa, mentre le controffensive ucraine si esauriscono in micro guadagni tattici privi di conseguenze operative. Il dato metrico più eloquente proviene dal rilevamento comparato del 15 e 16 luglio, che assegna alle forze russe circa 27 chilometri quadrati di avanzata contro 0,25 chilometri quadrati ucraini. Non è un rapporto di forze, è un rapporto di scala.
L’asse decisivo resta quello di Kramatorsk e Slavyansk. Dopo la caduta di Konstantinovka il gruppo Sud ha sviluppato la spinta su Druzhkovka, con unità avanzate a Alekseevo Druzhkovka, mentre la Terza Armata ha liberato Piskunivka e raggiunto le periferie di Mykolaivka. Le punte più avanzate si trovano ora a meno di cinque chilometri dai margini orientali di Kramatorsk e a circa cinque chilometri e mezzo dall’aeroporto. La manovra non è un assalto frontale al nodo fortificato di Slavyansk, che sarebbe costosissimo, ma una freccia diretta su Kramatorsk che aggira le difese più dense sfruttando le fratture aperte dal ritiro ucraino da Vershynske e dalla cattura di Vasylivka.
Il punto che merita attenzione, e che raramente compare nei resoconti, è quello altimetrico. Chi controlla la linea di cresta che circonda l’agglomerato urbano, la stessa che domina Slavyansk, Siversk e Bakhmut, può schierare artiglieria tubolare, osservatori ottici e ripetitori per la guerra elettronica in posizione dominante. Nel momento in cui quella cresta passa interamente di mano, le due città di pianura sottostanti non sono più fortezze ma trappole di fuoco, e la battaglia per il Donbass entra nella sua fase terminale. Le fonti sul campo indicano che la battaglia per Mykolaivka, caposaldo orientale di Slavyansk, si intensificherà nelle prossime tre settimane, con l’obiettivo russo dichiarato di risolvere il settore prima dell’autunno.
Sugli altri assi il quadro è coerente. A Kupjansk le forze russe hanno consolidato il controllo su oltre l’80 per cento della città e respinto i tentativi ucraini di rientrare nella parte occidentale e di forzare un ripiegamento oltre l’Oskol. Nel settore di Karkov settentrionale prosegue l’offensiva su Kazachya Lopan e nell’area di Volchansk, con combattimenti a Volokhovskoye, Zakharovka, Yurchenkovo e Bely Kolodez, e con l’obiettivo operativo evidente di acquisire l’intera linea dei villaggi di confine lungo la direttrice M20. Nell’oblast di Sumy proseguono gli scontri nel distretto di Shostka, a Ulanovo e alla periferia di Malaya Sloboda, oltre che a Ryzhevka, Pisarevka, Mogrica e Khoten. Questo non è il fronte principale ed è bene dirlo con chiarezza: è un’operazione di fissaggio, il cui scopo è costringere Kiev a diluire riserve preziose in un settore secondario ma logorante.
A Zaporoje il gruppo Vostok ha catturato capisaldi a ovest di Novoselovka e prosegue sul fianco orientale verso Dalinovka, ormai semiaccerchiata da nord, sud e est. Nel Donetsk meridionale le forze russe manovrano verso ovest per attaccare Novopavlovka da tergo. L’unico settore in cui il flusso informativo si interrompe è quello di Lyman e Siversk, dove il silenzio del ministero della Difesa russo suggerisce contrattacchi ucraini mirati a stabilizzare il fianco settentrionale della conurbazione.
| Nota metodologica I dati territoriali provengono dall’incrocio fra i comunicati dei due ministeri della Difesa e le geolocalizzazioni di fonte aperta. I comunicati russi tendono a includere come combattimento qualunque azione di fuoco, quelli ucraini a rivendicare riconquiste prive di riscontro video. Le cifre riportate in questo articolo sono quelle sopravvissute all’incrocio. Dove una rivendicazione non è verificata, lo diciamo. |
La guerra dei porti e del Mar Nero
Questa è la novità strutturale della settimana, ed è la ragione per cui la definiamo un punto di svolta. Le forze armate russe hanno abbandonato la reticenza mantenuta per anni sulle infrastrutture portuali ucraine e hanno aperto una campagna sistematica di interdizione marittima. Il bilancio settimanale diffuso da Mosca parla di colpi su Odessa, Chernomorsk, Yuzhny e Dnepro Bug, con danni a 24 unità navali: 14 navi da carico secco, tre traghetti, due portacontainer, una petroliera, una nave collettrice, un bacino galleggiante e due imbarcazioni minori. Nella giornata del 19 luglio i bombardamenti sono proseguiti con missili antinave Onyx, missili da crociera a lancio aereo e munizioni circuitanti.
L’effetto economico è già misurabile. Secondo il Financial Times la capacità di stoccaggio di Odessa si è ridotta di circa un terzo, e i trader internazionali stanno valutando il dirottamento parziale delle esportazioni cerealicole sui porti del Danubio con successivo transito da Costanza, uno schema già sperimentato nei primi mesi del conflitto. Alcuni armatori si rifiutano di attraccare nei porti ucraini, alcuni operatori hanno sospeso gli acquisti nella regione. La circostanza che Izmail e Reni non siano ancora stati colpiti lascia aperta l’unica via di rifornimento per il materiale che arriva dai paesi della NATO, ed è un dato che va tenuto in osservazione: indica o una limitazione volontaria, o una scelta di sequenza.
Sul versante opposto, le forze per i sistemi senza pilota ucraine hanno colpito altre 13 unità della cosiddetta flotta ombra il 18 luglio, portando il totale dichiarato dell’operazione a 172 navi. Il ministero degli Esteri del Kazakistan ha condannato gli attacchi contro le navi che trasportano greggio attraverso le infrastrutture del Caspian Pipeline Consortium, definendoli un attacco inaccettabile a un’infrastruttura di un paese terzo. È il primo caso in cui un partner storico di Mosca e al tempo stesso interlocutore economico dell’Occidente prende posizione formale contro la campagna navale di Kiev, e vale più di molte dichiarazioni europee.
La proiezione degli analisti sul campo è netta: entro due o tre mesi il Mar Nero orientale diventerà una zona di interdizione di fatto, con una riduzione drastica della presenza di qualunque naviglio, russo o ucraino. Va detto con onestà analitica che questo esito, se si realizza, è un’arma a doppio taglio per Kiev molto più che per Mosca. La Russia dispone di porti alternativi sul Baltico e di corridoi terrestri; l’Ucraina no, e le sue esportazioni agricole restano una delle poche fonti residue di valuta e di rilevanza politica.
La campagna aerea reciproca
Il fatto militare più importante della settimana è avvenuto nella notte tra il 18 e il 19 luglio. Le forze aerospaziali russe hanno condotto contro Kiev il più grande attacco balistico dall’inizio del conflitto. Secondo l’aeronautica ucraina sono state registrate 166 minacce aeree: 41 missili e 125 droni. La composizione del pacchetto è indicativa: 10 missili ipersonici Zircon, 25 fra Iskander M e S 400 impiegati in ruolo balistico, tre Onyx e tre Kh 59 e Kh 69. Circa 40 missili sono stati lanciati verso la capitale in meno di un’ora. Il ministro degli Esteri ucraino Sybiha ha parlato del maggior numero di missili balistici mai impiegato dall’inizio della guerra.
Il dato che conta di più, però, è quello dell’intercettazione. Le difese ucraine dichiarano 126 bersagli neutralizzati, dei quali 108 droni e soltanto 17 missili fra Iskander M, Zircon e S 400, più un Kh 59. Significa che meno della metà dei vettori balistici è stata fermata, contro percentuali che nei mesi e negli anni precedenti Kiev dichiarava largamente superiori. Il motivo è noto e non è un mistero per nessuno: i sistemi Patriot ucraini sono descritti come sostanzialmente esauriti, e la produzione statunitense di intercettori è oggi assorbita in misura crescente dalla difesa dei teatri mediorientali. Zelensky ne ha chiesti fra 200 e 300 entro l’inverno. Non arriveranno.
Gli obiettivi colpiti a Kiev raccontano una dottrina precisa. Secondo il ministero della Difesa russo sono stati centrati l’impianto radioelettronico Radioniks, indicato come produttore dei sistemi di controllo per il missile da crociera FP 5 Flamingo, per i missili operativo tattici FP 7 e FP 9 e per il Neptune MD, oltre a magazzini e a un centro logistico a Bucha. Il direttore per lo sviluppo dell’azienda UKRTAC, che produce protezioni balistiche, elmetti ed equipaggiamento tattico, ha confermato pubblicamente la distruzione dello stabilimento principale e dei magazzini. Il bilancio umano riportato dalle autorità ucraine è di un morto e sedici feriti a Kiev e nella regione, con danni in cinque o sei distretti, fra cui edifici residenziali, un supermercato e un dormitorio. Alcune ricostruzioni parlano di un numero superiore di vittime: allo stato, il dato di Zelensky e del sindaco Klitschko resta quello più solido.
In parallelo prosegue la campagna sistematica contro la rete di distribuzione dei carburanti e contro il materiale rotabile ferroviario. Le statistiche russe relative al periodo compreso fra il 21 giugno e il 18 luglio indicano un aumento marcato dei colpi contro locomotive e convogli, mentre fra il 10 e il 18 luglio è proseguito il bombardamento capillare delle stazioni di servizio in tutto il paese. Non si tratta di violenza indiscriminata: è strangolamento logistico. Una guarnigione senza carburante non si ritira in ordine, si dissolve.
Sul fronte opposto, l’offensiva ucraina in profondità mantiene volumi elevati. Nella settimana esaminata sono stati diretti circa 1.892 droni verso la sola regione di Mosca, con 207 abbattuti in prossimità della capitale. Nella notte tra il 17 e il 18 luglio il ministero della Difesa russo ha dichiarato l’intercettazione di 379 droni. Gli obiettivi hanno però compreso, oltre a raffinerie e depositi, due magazzini della catena di distribuzione Wildberries a Kotovsk, nella regione di Tambov, e a Elektrostal, nella regione di Mosca, con un bilancio riportato dalle autorità russe di sette morti e venticinque feriti nel primo caso e un morto e trentasette feriti nel secondo.
| Un obiettivo civile Un centro di smistamento pacchi di un rivenditore online generalista non è un’infrastruttura a duplice uso. Non gestisce armamenti, non è un nodo logistico militare, non compare in alcuna delle categorie che la campagna aerea russa colpisce in territorio ucraino. Alla data di scrittura non esiste evidenza pubblica che colleghi i due magazzini a un impiego bellico, e la parte ucraina non ha rivendicato l’attacco con una giustificazione militare. La qualificazione di atto terroristico da parte del Comitato Investigativo russo è un atto giudiziario di parte e va trattata come tale, ma la natura civile del bersaglio, allo stato, non risulta contestata da nessuna fonte. |
Il contesto interno ucraino
Non è possibile leggere le operazioni di questa settimana ignorando la crisi istituzionale in corso a Kiev. La rimozione del ministro della Difesa Fedorov, imposta secondo diverse ricostruzioni dall’ultimatum del comandante in capo Syrsky, ha provocato proteste in almeno nove città, con slogan che hanno rapidamente superato la difesa del ministro uscente per investire direttamente la presidenza. La nomina di Klymenko, uomo dell’apparato di polizia, è stata rinviata e sostituita da un incarico ad interim; la crisi parlamentare è di fatto spostata ad agosto. Nel frattempo è stato imposto ai militari il divieto di comunicare sui social senza approvazione dello Stato Maggiore.
È un’ipotesi interpretativa, non un fatto accertato, ma va formulata: l’intensificazione dell’offensiva con droni in profondità coincide con precisione temporale con il picco della crisi interna. Che gli attacchi colpiscano bersagli reali è documentato. Che la loro tempistica e la comunicazione enfatica che li accompagna rispondano anche a una necessità di consenso interno è una lettura plausibile, e chi fa analisi militare seria deve tenerne conto senza trasformarla in certezza.
Parte seconda. Iran
Otto notti consecutive
Il Comando Centrale statunitense ha completato il 18 luglio alle 23:30 ora della costa est la sua ottava notte consecutiva di bombardamenti sul territorio iraniano. Il comunicato ufficiale indica come obiettivi le installazioni di sorveglianza costiera, i sistemi di difesa aerea, le capacità marittime e i siti di stoccaggio di missili e droni, oltre alle unità dei Guardiani della Rivoluzione ritenute responsabili dell’attacco alla base americana in Giordania del 17 luglio. Le località colpite riportate dai media iraniani comprendono l’area di Sirik e l’isola di Qeshm nella provincia di Hormozgan, la zona di Hajiabad e una località presso Shadegan nel Khuzestan. CENTCOM dichiara oltre 50.000 militari statunitensi schierati nella regione.
Nella stessa finestra l’Organizzazione per l’energia atomica iraniana ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno colpito una centrale nucleare in costruzione a Darkhovin, nel sud ovest del paese. Se confermata, è la prima volta in questo ciclo di luglio che il bersagliamento americano tocca un’infrastruttura nucleare, dopo giorni in cui il presidente statunitense aveva annunciato pubblicamente l’intenzione di colpire il complesso sotterraneo di Pickaxe Mountain. È una soglia, e va registrata come tale.
Il bilancio cumulativo del ciclo iniziato l’8 luglio supera i 300 siti colpiti in territorio iraniano. Le autorità di Teheran indicano almeno 46 morti e oltre 400 feriti dal 22 giugno. Sul versante americano il conto dei caduti confermati dal Pentagono resta fermo a 14, con 427 feriti complessivi, dei quali 13 riconosciuti soltanto dopo il 13 luglio.
Lo schema dei bombardamenti americani. Un confronto da giugno 2025 a oggi
La domanda che ci si deve porre è se Washington stia facendo qualcosa di diverso rispetto ai cicli precedenti oppure stia ripetendo uno schema. La risposta, incrociando i dati dei quattordici mesi trascorsi, è che lo schema di fondo è rimasto lo stesso ma la categoria dei bersagli è cambiata tre volte, e ogni cambiamento ha coinciso con il fallimento politico della fase precedente.
Primo modello. Il colpo unico decapitante, giugno 2025
L’operazione condotta nel giugno 2025 contro i principali impianti nucleari iraniani apparteneva a una dottrina classica: pacchetto ristretto, bombardieri strategici, munizionamento penetrante, obiettivo unico e simbolico, dichiarazione immediata di successo. Il presupposto era che un colpo di sufficiente violenza producesse un effetto politico immediato. Non lo produsse: il programma non fu eliminato, l’accesso ispettivo si chiuse e la crisi si riaprì otto mesi dopo con un’intensità superiore.
Secondo modello. La campagna di attrito su larga scala, febbraio e aprile 2026
La fase avviata a fine febbraio 2026 fu di natura completamente diversa: campagna aerea prolungata, oltre 6.000 obiettivi colpiti nei primi quattordici giorni, novanta e più unità navali iraniane distrutte o danneggiate, degradazione della difesa aerea stimata dal comando americano attorno al 90 per cento. Il risultato militare fu reale e il risultato politico ambiguo: il lancio missilistico iraniano scese dell’86 per cento rispetto al primo giorno, ma lo Stretto di Hormuz rimase chiuso, il greggio superò i 100 dollari al barile due volte e la guerra si chiuse con una tregua mediata da paesi terzi, non con una capitolazione.
Terzo modello. La pressione economica per interdizione, da aprile a giugno 2026
Con il cessate il fuoco dell’8 aprile la leva si è spostata dal fuoco al blocco navale, con oltre cento navi commerciali dirottate e un regime di ispezioni forzate. È il modello che ha prodotto il memorandum firmato a Versailles il 17 giugno, quattordici punti, sessanta giorni di negoziato, riapertura dello stretto e rimozione del blocco. Ha funzionato per tre settimane.
Quarto modello. La guerra alle infrastrutture, luglio 2026
Il ciclo aperto l’8 luglio è quello attuale, e presenta due caratteristiche nuove rispetto a tutti i precedenti. La prima è la cadenza: non ondate separate da pause negoziali, ma otto notti consecutive, un ritmo operativo che non lascia spazio a canali diplomatici fra un attacco e il successivo. La seconda, e più importante, è la natura dei bersagli. Fino al 15 luglio si colpivano radar costieri, lanciatori, depositi. Dal 16 luglio in avanti l’elenco comprende ponti stradali e ferroviari, un tunnel, linee di trasmissione elettrica, una stazione di dissalazione, uno snodo ferroviario e infine un cantiere nucleare.
La distruzione della stazione di captazione dell’impianto di dissalazione di Bonji, a ovest di Jask, ha lasciato senza acqua potabile circa 10.000 persone in venti villaggi. Il ministero dell’Energia iraniano ha ammesso per la prima volta gli attacchi contro le infrastrutture elettriche, chiedendo alle province meridionali sottoposte a caldo estremo di ridurre i consumi. I colpi sui ponti nella provincia di Hormozgan, secondo la ricostruzione delle agenzie occidentali, mirano a isolare Bandar Abbas, principale porto del paese, dalle direttrici che risalgono verso l’interno e verso Teheran.
Qui sta la risposta alla domanda iniziale. Lo schema non è diverso nella forma, perché la sequenza è sempre la stessa: pressione militare, offerta negoziale, fallimento, allargamento del set di obiettivi. È diverso nella sostanza, perché per la prima volta dall’inizio della crisi il bersagliamento americano ha smesso di cercare capacità militari e ha cominciato a cercare la popolazione, per interposto sistema idrico ed elettrico. La ragione è di ordine strategico ed è piuttosto semplice: le capacità militari iraniane sono già state degradate per quanto lo si poteva fare dall’aria e il risultato politico non è arrivato lo stesso. Quando il fuoco non produce il risultato che si voleva, chi lo esercita non ammette il fallimento della teoria, allarga il bersaglio. È un errore ricorrente nella storia militare del Novecento e non ha mai funzionato: né a Londra nel 1940, né in Germania nel 1943, né in Vietnam del Nord. Clausewitz lo aveva spiegato prima che qualcuno lo provasse, osservando che la forza morale di un avversario cresce, non diminuisce, quando la violenza tocca ciò che egli percepisce come la propria esistenza collettiva.
Va aggiunta un’osservazione tecnica non secondaria, avanzata da diversi analisti dell’area e ripresa anche dalla stampa americana. Colpire in maniera sistematica ponti, snodi ferroviari e linee elettriche che collegano le città costiere meridionali non è soltanto pressione economica. È interdizione della mobilità delle forze terrestri iraniane nel sud del paese. È esattamente ciò che si fa quando si prepara il campo di battaglia per un impiego di forze di terra, foss’anche limitato a un’isola o a un terminale.
La risposta iraniana e l’allargamento regionale
Teheran ha scelto la ritorsione asimmetrica contro le basi americane ospitate da paesi terzi, e in questa settimana ha superato una soglia parallela a quella americana. In Kuwait sono state colpite due centrali elettriche con annesso impianto di dissalazione in due giorni consecutivi, con feriti fra i vigili del fuoco e la sospensione precauzionale di diverse unità di generazione; circa il 90 per cento dell’acqua potabile kuwaitiana proviene da dissalazione. L’aeroporto del paese ha sospeso i voli. In Giordania la difesa aerea ha intercettato 10 missili nella notte del 18 luglio, il conteggio più alto del ciclo, e il 17 luglio l’attacco alla base di Muwaffaq al Salti ha ucciso due militari statunitensi, lasciandone uno disperso e quattro feriti. È il dato più pesante del ciclo per Washington ed è confermato direttamente dal CENTCOM, a differenza della rivendicazione dei Guardiani della Rivoluzione sulla distruzione di cinque velivoli americani, che resta non riscontrata.
Il 19 luglio la Giordania ha evacuato l’aeroporto e il porto di Aqaba per una minaccia definita specifica e credibile dalle autorità, con l’ambasciata statunitense che ha sconsigliato agli americani di avvicinarsi a entrambi. In Bahrein le sirene sono suonate cinque volte in dodici ore. In Iraq la difesa aerea ha abbattuto droni su Erbil e un attacco attribuito a forze iraniane ha ucciso almeno nove persone in una struttura del gruppo curdo iraniano Komala.
Sul piano dichiarativo, il consigliere militare della Guida Suprema Mohsen Rezaee ha annunciato che l’Iran entrerà in una fase di operazioni offensive su vasta scala se gli attacchi americani proseguiranno per altri due o tre giorni, precisando che in quel caso non sarebbero riconosciuti confini politici. È il primo termine temporale esplicito posto da un esponente di vertice iraniano in questo ciclo, e scade in queste ore. La Guida Suprema Mojtaba Khamenei, che non è stata vista né fotografata dalla nomina dell’8 marzo, ha diffuso un messaggio scritto in cui definisce la firma del presidente statunitense sul memorandum priva di ogni valore e credibilità.
Sul piano marittimo il quadro è di paralisi. I transiti nello Stretto di Hormuz sono scesi a otto unità il 16 luglio, contro una media prebellica superiore alle cento navi al giorno. Almeno nove navi sono state attaccate dal 6 luglio, compresa una che percorreva il corridoio protetto lungo la costa dell’Oman, cioè proprio la rotta che avrebbe dovuto essere fuori portata. I Guardiani della Rivoluzione hanno dichiarato di avere fermato quattro navi che tentavano il transito su rotta non autorizzata. Il Brent ha chiuso venerdì attorno agli 88 dollari, con un guadagno settimanale superiore al 14 per cento, il migliore da aprile.
| Il dettaglio che vale più di molte analisi Secondo le ricostruzioni di stampa americana, l’Iraq sta trasportando carburante su gomma attraverso la Siria per aggirare lo Stretto di Hormuz, e la Siria è diventata in poche settimane il primo hub di esportazione regionale, con oltre un quarto dei volumi. Quando il commercio energetico del Golfo comincia a viaggiare su autocarri attraverso un paese uscito da quindici anni di guerra, il concetto di sicurezza marittima nel Golfo Persico ha smesso di esistere come categoria operativa. |
Perché siamo vicini a un salto di scala
La valutazione che segue è una proiezione, non una notizia, e come tale va letta. Ma poggia su indicatori materiali, non su impressioni, e i mezzi che stanno arrivando sul teatro operativo in questa settimana ne costituiscono l’elemento più solido.
Il primo indicatore è il dispiegamento di alcune decine di aerei cisterna aggiuntivi verso la regione, Israele compreso, riportato da fonti iraniane in esilio e non annunciato dal Pentagono. Nella grammatica delle operazioni aeree il rifornimento in volo è la variabile che determina il raggio, la permanenza sull’obiettivo e il numero di velivoli impiegabili in un singolo pacchetto. Nessuno schiera decine di cisterne per continuare a colpire radar costieri a duecento chilometri dalle portaerei. Le cisterne si schierano quando si prevede di battere obiettivi profondi, nell’interno del paese, con pacchetti numerosi e con velivoli che devono rientrare da lontano. È esattamente il profilo di missione richiesto per l’altopiano centrale, per Teheran e per i complessi sotterranei del programma nucleare.
Il secondo indicatore è la progressione geografica già osservabile nel target set. Nelle prime notti del ciclo i bersagli erano costieri: Bandar Abbas, Qeshm, Jask, Sirik. Dal 17 luglio compaiono Ahvaz, Yazd e Lar, cioè la penetrazione più profonda dell’intero ciclo di luglio, e il 19 luglio Darkhovin. Un target set che si sposta verso l’interno di quattrocento o cinquecento chilometri in tre notti non è un aggiustamento tattico, è l’apertura di una nuova fase di campagna.
Il terzo indicatore è politico e riguarda i vincoli temporali. Il conteggio dei sessanta giorni del War Powers Act è partito con la notifica al Congresso del 10 luglio, e la risoluzione privilegiata depositata al Senato il 13 luglio può arrivare in aula già nella settimana del 20 luglio. Un’amministrazione che veda avvicinarsi un voto potenzialmente limitativo ha un incentivo strutturale a produrre un risultato definitivo prima che il vincolo si materializzi. A questo si aggiunge la scadenza dichiarativa iraniana dei due o tre giorni, che scade adesso e che, indipendentemente dalla reale capacità di Teheran di onorarla, crea una pressione autonoma ad agire per non apparire smentiti.
Il quarto indicatore è il più pericoloso e riguarda gli effetti di secondo ordine. Secondo quanto riferito da agenzie internazionali, l’Iran avrebbe chiesto alle forze yemenite di chiudere Bab el Mandeb qualora gli Stati Uniti colpissero la rete elettrica nazionale iraniana, con vettori già posizionati in prossimità dello stretto. L’Unione Europea ha già rinforzato la propria missione navale nel Mar Rosso, dove transita oggi circa il 7 per cento delle forniture energetiche globali dopo l’assorbimento dei volumi dirottati da Hormuz. Un attacco al sistema elettrico iraniano, che è esattamente la categoria di obiettivi su cui la campagna si sta muovendo, chiuderebbe quindi il secondo passaggio obbligato dell’energia mondiale nel momento stesso in cui il primo è già ridotto a otto transiti al giorno.
Va infine registrato che Teheran ha esplicitato il proprio schema di ritorsione, avvertendo che in caso di attacco alle infrastrutture civili iraniane gli aeroporti di Dubai e Abu Dhabi e i porti di Fujairah e Jebel Ali dovrebbero essere evacuati. È la prima volta in questo ciclo che l’Iran minaccia esplicitamente hub civili e commerciali di un paese terzo anziché soltanto le basi americane ospitate sul territorio altrui. Il porto di Fujairah è già stato reso inoperativo una volta, all’inizio di questa fase.
Mettendo insieme i quattro indicatori, la conclusione ragionevole è questa: la campagna attuale non ha prodotto il cambiamento di posizione iraniano che Washington si attendeva, il suo autore lo sa, e sta acquisendo in questa settimana i mezzi tecnici necessari a un salto di scala che ha tre possibili configurazioni. La prima è l’infrastruttura energetica di esportazione, in primo luogo il terminale di Kharg, con un effetto immediato sulle entrate statali iraniane e un contraccolpo altrettanto immediato sul prezzo globale del greggio. La seconda è la rete di comando e controllo e i vertici dei Guardiani della Rivoluzione, che sposterebbe lo scontro dal piano militare a quello della destabilizzazione statale. La terza è la rete elettrica e idrica delle grandi città, che è la strada già imboccata e che è anche quella che attiva la chiusura del Mar Rosso. Nessuna delle tre produce con probabilità apprezzabile la capitolazione che si vorrebbe ottenere. Tutte e tre allargano la guerra.
Conclusione
Le due guerre che abbiamo esaminato hanno geografie, cause e attori diversi, ma condividono ormai la stessa logica operativa e lo stesso vicolo cieco concettuale. In Ucraina, chi non riesce a spostare la linea del fronte colpisce le raffinerie, i magazzini e i centri di smistamento pacchi. In Iran, chi non riesce a ottenere una firma colpisce i ponti, le linee elettriche e gli impianti di dissalazione. In entrambi i casi si tratta della stessa scommessa: che il logoramento della vita civile produca la resa politica che le armi non hanno prodotto. In entrambi i casi la scommessa poggia su un presupposto che l’esperienza storica non ha mai confermato.
Chi guarda a questi due teatri con onestà intellettuale è costretto a registrare un dato scomodo per la narrazione dominante nel nostro continente. Sul fronte ucraino l’iniziativa strategica non è mai passata di mano, e la settimana appena conclusa la conferma con un rapporto di scambio territoriale di cento a uno e con il più grande attacco balistico dell’intera guerra andato a segno per oltre metà dei vettori. Sul fronte iraniano una campagna di otto notti condotta dalla prima potenza militare del pianeta non ha finora prodotto altro che due militari americani caduti in Giordania, un porto strategico giordano evacuato, due centrali kuwaitiane in fiamme e uno stretto ridotto a otto transiti giornalieri. Nel frattempo, l’unica iniziativa diplomatica di peso registrata in questi giorni è l’appello congiunto di Cina e Pakistan per un cessate il fuoco immediato e per il ritorno al memorandum di giugno. Dall’Unione Europea, sul dossier ucraino come su quello iraniano, non risulta alcuna proposta negoziale sul tavolo.
Questa è la fotografia della terza settimana di luglio del 2026. Vale la pena conservarla, perché è probabile che la prossima sia peggiore.
Stefano Orsi
19 luglio 2026

