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10 Maggio 2026

Garlasco e quel Giornalismo tradito

Critica al giornalismo sensazionalista che trasforma la cronaca in spettacolo.

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Di Pierdomenico Corte Ruggiero

Garlasco a colazione, pranzo e cena. No, non è una nuova dieta: è il riassunto dell’asfissiante esposizione mediatica che circonda l’omicidio di Chiara Poggi. Per carità, è un caso che da sempre suscita interesse ed è doveroso dare conto della nuova inchiesta su Andrea Sempio. Tuttavia, il mondo dell’informazione legato alla cronaca nera è diventato ormai “garlascocentrico”.

Che fine hanno fatto i grandi cold case? Non si parla quasi più di Emanuela Orlandi o di Simonetta Cesaroni; persino il terzo processo per l’omicidio di Serena Mollicone è stato seguito a stento. In ogni trasmissione domina solo Garlasco. Giornalisti, consulenti e opinionisti trascorrono ore a raccontare, illustrare e, puntualmente, litigare.

L’Italia si divide tra colpevolisti e innocentisti, pro Stasi o pro Sempio. Non è una novità: gli italiani si dividono su tutto, retaggio di un’unità nazionale incompiuta e di una guerra civile con cui non abbiamo mai fatto davvero i conti. Ma nel caso Garlasco ciò che emerge con forza è un certo modo di fare giornalismo: fazioso, urlante, a tratti insultante. Un giornalismo fatto di “agguati”, inseguimenti e registrazioni clandestine, della serie 007 scansate proprio .

Questa è un’informazione che fornisce “munizioni” ai vari schieramenti e sbandiera certezze dove esistono solo dubbi; un modo di operare lontano anni luce dal vero Giornalismo. Quello, ad esempio, di Giancarlo Siani, di Peppe Alfano, di Ilaria Alpi o di Marcella De Palma. È il Giornalismo dei tanti cronisti di “provincia” che ogni giorno affrontano pericoli e difficoltà per condurre inchieste con compensi da fame, che non si prestano ad “esecuzioni” mediatiche in piazza, capaci anche di licenziarsi pur di non piegare la testa: veri cani da guardia della democrazia che rifiutano di stare accucciati al caldo nei palazzi del potere o di fare il cane da pagliaio.

La gestione del caso Garlasco mette a nudo le piaghe del nostro sistema informativo. Con gli atti segretati, quale analisi seria è possibile fare nei salotti televisivi? I fatti spariscono, lasciando spazio a opinioni personali che in tribunale valgono zero. Come sono lontani i tempi di Telefono Giallo o di Carlo Lucarelli, quando la cronaca nera veniva trattata solo dopo aver studiato i documenti e garantito il contraddittorio.

Nel suo capolavoro ‘A Livella, Totò ammoniva: la morte è una cosa seria. Anche la giustizia lo è, perché le disfunzioni della giustizia possono portare alla morte, sia civile che a volte fisica. Concetto riassunto nella vicenda di Enzo Tortora e recentemente dalla vicenda del colonnello dei Carabinieri Fabio Cagnazzo https://ilsud-est.it/attualita/cronaca/2024/12/09/potremmo-essere-tutti-fabio-cagnazzo/ https://laltravoce.com/italia/2025/12/19/caso-vassallo-cassazione-cagnazzo-non-doveva-andare-in-cella/. Il “grande fratello” non è un format applicabile alla cronaca giudiziaria: una gestione sguaiata rischia di distruggere la sacralità e l’oggettività della Giustizia.

Certa trattazione mediatica su Garlasco rischia di creare una massa di “corium” pericolosa quanto il “Piede d’Elefante” di Chernobyl. Una metafora forte, ma che rende l’idea degli effetti tossici sull’opinione pubblica.

Bisogna tornare agli esempi virtuosi per salvare il giornalismo.

Giancarlo Siani è morto giovanissimo; non aveva nemmeno il tesserino, ma era un giornalista “dentro”. Era convinto — con i fatti e non con le parole — che solo la verità renda liberi.

Per evitare di dare vita a spettacoli indegni all’ombra di Garlasco e non solo, bisognerebbe leggere i pezzi di Siani e provare ad apprendere il vero Giornalismo.

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