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13 Aprile 2026

In Occidente non è ancora iniziata la fase multipolare

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Credit foto https://www.barbadillo.it/125447-dalla-globalizzazione-con-loccidente-al-centro-al-possibile-multipolarismo/

Di Fulvio Rapanà

Le continue guerre sparse in giro per il mondo culminate con l’attacco israelo-americano all’Iran e i risultati di questa, con il prevalere strategico dell’Iran,  hanno sancito una volta per tutte che l’era del predominio geopolitico occidentale è tramontata. L’Occidente, nel quale identifico gli stati europei, compreso Gran Bretagna, più il Canada,  ed escludo gli Stati Uniti,  per la prima volta dalla fine del ’45,  ha compreso che deve essere protagonista del proprio destino.   Non mi riferisco ai risvolti militari, su cui ho già espresso il mio dissenso per come lo si vuole attuare,  ma soprattutto  in materia di diritti umani, diritto e legalità internazionale, di catene di approvvigionamento,  in materia di tecnologia, commercio e investimenti che sono diventate inscindibili per la sicurezza nazionale, stabilità sociale e costo della vita .     

 Il cambiamento dell’ordine si sta già verificando                                                                                                                      

    Ciò che stiamo affrontando oggi non è una rottura passeggera, ma una trasformazione strutturale: un passaggio da un sistema ampiamente unipolare, uscito dalla seconda guerra mondiale, basato sugli Stati Uniti più i suoi vassalli, ad un insieme di assetti più frammentati, contesi e multipolari. In questo contesto, la questione centrale per l’Occidente non è come ripristinare un ordine in declino, ma come operare in modo credibile e responsabile in un contesto in cui la propria influenza  e sicurezza devono essere condivise con le influenze e le sicurezze degli altri protagonisti. Questa sfida è perfettamente illustrata dall’ascesa controversa, ma evidente e ineludibile,  dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), a cui si sono recentemente aggiunti Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Indonesia e Iran. Sebbene spesso liquidato come un mero contrappeso simbolico al G7, il gruppo BRICS+ riflette una realtà materiale e politica molto più ampia e profonda che in termini marxisti non può essere ignorata. I suoi membri rappresentano una quota crescente della popolazione mondiale, dell’ economia globale, della produzione e delle risorse naturali. La Russia pur avendo una piccola economia è una superpotenza atomica, petrolifera e territoriale di cui non se ne può fare a meno. Cina e India sono protagonisti  primari del sistema internazionale e crescono di giorno in giorno. I BRICS+ si trovano al centro dell’economia mondiale in continua evoluzione, con le sue catene di approvvigionamento, gli ecosistemi tecnologici e le fonti di energia sia tradizionali che alternative. Il predominio della Cina nella lavorazione delle terre rare e la leadership nelle energie rinnovabili sottolineano i limiti di qualsiasi strategia occidentale basata sull’esclusione. Il blocco di Hormuz che rischia di mandare in recessione tutto il mondo la dice lunga su quanto l’utilizzo della sola leva militare da parte dell’Occidente, per far prevalere le proprie ragioni, ci  renda vulnerabili anche per crisi regionali. Fino alla seconda guerra in Iraq, con l’enorme costo economico e di vite umane,  le risposte occidentali alla crescita del mondo non allineato, sono state in gran parte militari. Da Obama in poi e sempre di più con Biden gli Stati Uniti hanno imposto una strategia di “de-risking”,  contenimento  del rischio,  attuando politiche di  “friendshoring”,  in cui si chiede alle aziende di rilocalizzare le proprie filiere produttive in paesi alleati o politicamente affini, o di “reshoring”,  riportando la produzione e la fabbricazione di beni nel paese d’origine. Anche questa strategia è fallita perché utilizzata per mantenere lo status quo per una realtà che è andata troppo avanti. Per la scienza marxista mai smentita “ i fattori di produzione sono decisivi per mantenere o cambiare una leadership” . E’ stato così dopo il ’45 con il cambio di potenza dominante dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti.  Tuttavia la gestione del rischio  è una strategia difensiva che va’ bene per tamponare fino alla creazione di una piattaforma di rilancio generale delle politiche interne e internazionali che riposizionano più correttamente la propria potenza rispetto alle altre.  Un approccio  efficace implica  prioritariamente una valutazione onesta degli interessi propri e degli altri attori presenti sulla scacchiera. Affermava Kissinger “Il principio guida nei rapporti con le altre potenze e di non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te. Non esiste la sicurezza totale al 100% perché questa implica la totale insicurezza della controparte”. Per l’Occidente   ciò significa andare oltre i dibattiti astratti, spesso inquadrati come valori morali ed etici contro l’autoritarismo, per affrontare l’ opera di costruzione di una piattaforma globale che implichi deterrenza militare, economia,  politica e valori democratici che devono plasmare i processi decisionali e i rapporti con le controparti. Le preoccupazioni relative a dipendenza e sicurezza esterna devono essere bilanciate con le preoccupazioni relative all’accessibilità economica, alla sostenibilità delle misure di riduzione del rischio e alla coesione sociale interna. Forti dei nostri valori, della nostra economia, delle capacità militari e degli standard che adottiamo, e che espandono pacificamente la nostra sovranità, possiamo trattare con chiunque nel mondo. Come diceva Bergoglio quando veniva attaccato per la politica di apertura alla Cina: “Forte della mia fede e  convinzioni teologiche posso dialogare senza remore con chiunque sia necessario per il bene dei cattolici e di tutti coloro che credono in Dio. La chiesa cattolica è per definizione “Universale” .

  Creare una piattaforma e posizionarla nel contesto multipolare                                                    

  Il compito che attende l’Occidente, ora che le forze nazionaliste mi sembra che stiano perdendo slancio,  non è né il contenimento né il disaccoppiamento, ma un impegno espansivo guidato da interessi chiaramente definiti. Le preoccupazioni per la sicurezza richiedono limiti, garanzie, e confini ben presidiati che non giustificano né  l’unilateralismo né il disimpegno. In un sistema multipolare, l’influenza si esercita non solo attraverso le restrizioni, ma anche attraverso la partecipazione, la definizione dell’agenda e la fissazione degli standard,  la capacità di adattare le proprie regole laddove gli interessi con le controparti si sovrappongono. Gli Stati Uniti con Trump sono usciti da 61 organismi internazionali e negli altri in cui ancora ci sono, come l’Organizzazione Mondiale del Commercio, provano a non farle funzionare. Sono tutte posizioni che gli altri occupano e che si impegnano  a far funzionare, senza gli USA. Con l’emergere di nuove forme di multilateralismo, l’Occidente deve investire molto di più nella comprensione delle sicurezze e delle motivazioni strategiche delle potenze emergenti. Ciò richiede di andare oltre le narrazioni basate sulla paura e di sviluppare maggiori capacità analitiche e competenze rilevanti per le politiche. Se i governi occidentali continuano a rispondere in modo frammentario, reagendo a ogni crisi man mano che si presenta, perderanno la capacità di anticipare e/o influenzare ciò che succede nel mondo. Come ha affermato Ray McGovern analista di geopolitica e ex alto dirigente della CIA : “le agenzie di intelligence sono state create per prevenire atti e fatti che possono nuocere ai propri cittadini ma anche per informare la politica e aiutarla a prendere decisioni. Si dovrebbe tornare, come una volta,  alla loro spoliticizzazione,   meno operativi, meno killer meno intrighi e più sezioni specializzate nello studio e nelle informazioni sulle varie crisi  per evitare ai politici di fare errori clamorosi come questo dell’Iran”. L’era multipolare richiede un cambiamento di mentalità. La scelta per l’Occidente non è se condividere il potere, ma come condividerlo con le altre controparti . L’alternativa è un atteggiamento reattivo, militare che aumenta i costi interni ed erode costantemente l’influenza e la reputazione dell’Occidente nel resto del mondo che emerge.

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