13 Aprile 2026
ISLAMABAD, IL GIOCO DEGLI SPECCHI
Il muro contro muro e l’inaffidabilità, ennesima, degli USA di fronte ad una trattativa diplomatica, mettono nuovamente il mondo di fronte ad una crisi tremenda

La tregua USA-Iran, il nodo di Hormuz e le guerre nell’ombra
12 aprile 2026 | Analisi geopolitica e militare di Stefano Orsi
Aree di crisi nel mondo n. 283 del 12-4-2026
Ventuno ore di trattative a porte chiuse nella Serena Hotel di Islamabad, delegazioni che si parlano attraverso muri e mediatori pakistani, un cessate il fuoco che nella stessa giornata in cui veniva annunciato veniva già interpretato in maniera incompatibile dai contraenti: questo è il quadro che emerge dall’analisi incrociata delle fonti diplomatiche, militari e mediatiche relative al conflitto USA-Iran iniziato il 28 febbraio 2026. L’articolo ripercorre l’escalation militare, analizza la struttura e i limiti dell'”Islamabad Accord”, ne esamina le implicazioni energetiche per l’Unione Europea, il ruolo cinese nelle retrovie della diplomazia, le connessioni con il fronte ucraino e i possibili scenari futuri.
I. DALL’ULTIMATUM ALL’ACCORDO IMPOSSIBILE
1.1 — La spirale dall’Operazione Epic Fury alla tregua
Il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’Operazione Epic Fury contro l’Iran, una campagna aerea che in trentotto giorni ha incluso centinaia di raid su infrastrutture militari, missilistiche e nucleari, l’assassinio del leader supremo Ali Khamenei e di numerosi generali dell’IRGC. L’Iran ha risposto con una doppia mossa: chiudendo lo Stretto di Hormuz al naviglio commerciale ostile e lanciando ondate di missili e droni contro basi americane in Bahrein, Giordania e Arabia Saudita, nonché contro obiettivi israeliani e petroliere del Golfo. L’intensità del conflitto ha messo rapidamente sotto pressione sia le scorte di munizionamento americano – con oltre 850 missili Tomahawk consumati nel solo primo mese, secondo stime RUSI – sia i mercati energetici globali, con il Brent balzato oltre i 115 dollari al barile e il gas europeo TTF in area record.
Il 5 aprile, con il Golfo ancora bloccato, Trump ha fissato un ultimatum pubblico: riaprire Hormuz entro le 20:00 del 7 aprile (ora della costa est) o affrontare il ‘Power Plant Day and Bridge Day’, la distruzione sistematica delle centrali elettriche e dei ponti iraniani. La retorica presidenziale ha toccato il suo apice con un post su Truth Social in cui si leggeva: “Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita.” La Casa Bianca ha smentito qualsiasi implicazione di uso di armi nucleari, ma il tono ha galvanizzato le diplomazie di Pakistan, Egitto e Turchia – gli unici canali di comunicazione rimasti aperti.
Nelle ore successive, il Field Marshal pakistano Asim Munir ha tenuto contatti ininterrotti con il vicepresidente JD Vance, l’inviato speciale Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. All’alba dell’8 aprile Trump annunciava su Truth Social la tregua di due settimane, attribuendola alla mediazione di Islamabad. Teheran dichiarava di aver vinto. Il Pakistan dichiarava che la tregua comprendeva il Libano. Netanyahu dichiarava il contrario. Il Pentagono dichiarava vittoria. Erano quattro versioni incompatibili dello stesso documento – e nessuno aveva ancora letto il testo completo dell'”Islamabad Accord”.
▸ Fonti: ANSA, Sky TG24, Truth Social (Trump), Araghchi via IRNA, 7-8 aprile 2026; Wikipedia, 2026 Iran war ceasefire.
1.2 — La struttura dell’accordo e le sue tre versioni
L’analisi comparata delle dichiarazioni ufficiali delle parti rivela una frattura strutturale che va ben oltre le inevitabili ambiguità di qualsiasi testo negoziale. Si tratta di incompatibilità sui punti essenziali del conflitto, annunciate simultaneamente e in piena contraddizione.
Sul nucleare: Trump e il Segretario alla Difesa Pete Hegseth hanno dichiarato che l’accordo implica che l’Iran non possiederà mai un’arma nucleare e dovrà rimuovere “tutto il materiale nucleare profondamente interrato (B-2 Bombers)” dal territorio. Teheran ha ribadito che il diritto all’arricchimento dell’uranio è esplicitamente incluso nel piano in dieci punti, è non negoziabile e non è oggetto di concessioni.
Su Hormuz: Washington ha preteso una riapertura “COMPLETA, IMMEDIATA e SICURA”. Teheran ha concesso il transito “in coordinamento con le Forze Armate iraniane” e “nei limiti tecnici”, imponendo che ogni nave presenti documentazione su proprietà, gestione, finanziamenti e storia commerciale per escludere affiliazioni con USA o Israele. Dal momento dell’annuncio, in quella che avrebbe dovuto essere la prima giornata di Hormuz riaperta, sono uscite dal Golfo sette navi contro le 135 medie giornaliere del periodo di pace. Oltre 800 mercantili, di cui 426 petroliere, sono rimasti bloccati.
Sul Libano: Il premier pakistano Sharif ha dichiarato che la tregua valesse “ovunque, incluso il Libano e altrove”. Netanyahu ha escluso esplicitamente il Libano dall’accordo. La Casa Bianca ha poi confermato l’esclusione. Nel frattempo, nella stessa mattinata dell’8 aprile, cinquanta caccia israeliani sganciavano 160 bombe in dieci minuti in quella che il ministro della Difesa Katz ha denominato internamente ‘Oscurità Eterna’: Beirut, Sidone, Tiro. Oltre 300 tra morti e feriti, ospedali al collasso, quartieri rasi al suolo.
“We’ll be hanging around. Non andiamo da nessuna parte. Le nostre truppe sono pronte a difendere, pronte ad andare all’offensiva, pronte a ricominciare in qualsiasi momento.”
— Pete Hegseth, Segretario alla Difesa USA, briefing al Pentagono, 8 aprile 2026
La conferenza stampa di Hegseth dell’8 aprile – convocata all’alba, in tono trionfalistico – è uno dei documenti più rivelatori della crisi. Va letta non solo per ciò che dice, ma per ciò che rivela nonostante l’intenzione di dire altro. Il Segretario ha descritto una “Vittoria con la V maiuscola” in meno di quaranta giorni, ma il Generale Caine, più cauto, ha parlato di “obiettivi raggiunti come definiti dal presidente” – una formulazione significativamente diversa, che suggerisce obiettivi calibrati su ciò che era militarmente ottenibile, non su ciò che la retorica aveva promesso. Hegseth ha poi aggiunto – quasi en passant – che se l’Iran non avesse ceduto le proprie scorte di uranio arricchito, il Pentagono avrebbe potuto lanciare “un’operazione per metterle in sicurezza”: non un’ipotesi remota, ma una pianificazione operativa già avanzata.
Il vicepresidente Vance, da Budapest, ha definito l’intesa una “tregua fragile” avvertendo che settori iraniani stavano “mentendo” persino sui termini. Laura Loomer, tra le figure più vicine a Trump, ha previsto apertamente che il cessate il fuoco avrebbe fallito. Difficile darle torto: nella stessa notte dell’annuncio, l’esercito israeliano ha segnalato nuovi lanci di missili iraniani verso il proprio territorio, con sirene a Gerusalemme ed esplosioni udite a Gerico. La tregua non ha prodotto nemmeno un giorno di silenzio.
▸ Fonti: CBS News, DVIDS (DoD), Axios, Bloomberg, Al Jazeera, Il Fatto Quotidiano; Analisi Difesa, 8 aprile 2026; La tregua che non esiste, 8 aprile 2026 (documento fornito).
II. I COLLOQUI DI ISLAMABAD: VENTUNO ORE NEL LABIRINTO
2.1 — Il format negoziale e i protagonisti
La delegazione americana guidata dal vicepresidente JD Vance – affiancato da Steve Witkoff, Jared Kushner e Andrew Baker, viceconsigliere per la sicurezza nazionale – è arrivata a Islamabad il 11 aprile 2026. La scelta di Vance come capodelegazione al posto del segretario di Stato Marco Rubio (rimasto a guardare gli UFC a Miami con Trump nel momento in cui veniva annunciato il fallimento dei colloqui) è essa stessa un segnale: Vance è stato descritto dalle fonti interne all’amministrazione come uno dei principali critici della guerra, e la sua leadership riflette la divisione interna tra chi voleva colpire duro e chi cercava un’uscita onorevole.
La delegazione iraniana, composta da circa settanta funzionari ed esperti diplomatici, militari ed economici, era guidata dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Il format negoziale è rivelatore: i colloqui erano inizialmente previsti come “proximate talks”, con le delegazioni in stanze separate comunicanti tramite mediatori pakistani, ma fonti vicine alla mediazione hanno confermato che le due squadre si sono poi trovate fisicamente nello stesso ambiente nella sede della Serena Hotel, con i pakistani comunque presenti come terza parte.
“La nostra esperienza nel negoziare con gli americani è sempre stata di fallimenti e promesse non mantenute.”
— Mohammad Bagher Ghalibaf, subito dopo l’atterraggio a Islamabad
I nodi principali del dibattito – confermati da fonti pakistane, americane e iraniane, pur con versioni divergenti – hanno riguardato quattro aree: il programma nucleare, il regime di transito nello Stretto di Hormuz, le richieste di risarcimento e sblocco di asset congelati, e la questione del cessate il fuoco regionale (con il Libano come punto di frizione principale). L’Iran ha presentato quattro “condizioni non negoziabili” ai mediatori pakistani, tra cui la cessazione degli attacchi israeliani in Libano come precondizione per qualsiasi accordo permanente.
2.2 — Il nodo nucleare e il crollo dei negoziati
Le trattative si sono protratte per ventuno ore consecutive. “Quindici ore e contando”, riferiva un alto funzionario della Casa Bianca nella notte tra l’11 e il 12 aprile; i reporter presenti a Islamabad descrivevano delegazioni che continuavano a discutere ben oltre le quattro del mattino locali. La rottura è avvenuta sul punto che Washington aveva dichiarato essere la propria condizione irrinunciabile: l’impegno formale e verificabile dell’Iran a non perseguire armi nucleari.
“The bad news is that we have not reached an agreement. And I think that’s bad news for Iran much more than it’s bad news for the United States of America.”
— JD Vance, conferenza stampa a Islamabad, 12 aprile 2026
Vance ha lasciato Islamabad definendo quella presentata agli iraniani “la nostra offerta finale e migliore” e invitandoli a valutarla – senza però indicare termini, modalità o prospettive per un secondo round. L’Iran ha risposto attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei che “i due lati hanno concordato su una serie di punti” e che “è naturale che non si raggiunga un accordo in un giorno”. I media statali iraniani hanno attribuito il fallimento alle “pretese eccessive” e alle “ambizioni” americane. Tasnim News, agenzia parastatale iraniana, ha dichiarato che “la palla è nel campo americano”.
Mentre i diplomatici ancora parlavano, il CENTCOM americano operava in parallelo sul terreno: due cacciatorpediniere lanciamissili guidati, la USS Frank E. Petersen Jr. e la USS Michael Murphy, hanno transitato nello Stretto di Hormuz il 11 aprile, nell’ambito di un’operazione per la bonifica delle mine antisommergibile posate dall’Iran dall’inizio del conflitto. Un alto funzionario militare iraniano ha dichiarato che la nave aveva invertito la rotta dopo aver ricevuto l’avvertimento che sarebbe stata colpita entro trenta minuti se avesse continuato. Il Pentagono ha descritto l’operazione come un’iniziativa pianificata. Entrambe le versioni probabilmente contengono elementi di verità e di narrazione strategica.
Il ministro pakistano degli Esteri Ishaq Dar, in una dichiarazione su X, ha esortato le parti a mantenere il “spirito positivo” dei colloqui e a rispettare l’impegno al cessate il fuoco, pur in assenza di un accordo formale. Islamabad ha compreso che la propria credibilità diplomatica – costruita in settimane di mediazione a rischio geopolitico altissimo – dipende ora dalla tenuta di una tregua che nessuna delle parti ha firmato nella stessa versione.
▸ Fonti: NPR, CNN, TIME, NBC News, CNBC, Al Jazeera, Washington Post, 11-12 aprile 2026; appunti del 12 aprile 2026 (documento fornito).
2.3 — L’approccio negoziale a confronto: chi aveva le carte?
L’analisi comparata delle posizioni delle due delegazioni rivela asimmetrie strutturali che spiegano la difficoltà di un accordo. Washington è arrivata a Islamabad con una sola richiesta veramente non negoziabile – il nucleare – ma con una postura di base contraddittoria: Trump dichiarava che “whether we make a deal or not makes no difference to me” mentre la sua amministrazione aveva bisogno urgente di abbassare i prezzi del petrolio e placare l’inflazione energetica interna.
L’Iran, al contrario, ha presentato una lista di dieci punti come condizioni minime, sapendo che alcuni di essi (i risarcimenti, il ritiro totale delle truppe americane dal Medio Oriente) erano politicamente impossibili per Washington, ma che la loro presenza rafforzava la posizione negoziale complessiva. Teheran ha mantenuto due leve concrete durante i colloqui: il controllo fisico di Hormuz e la non-resa delle strutture nucleari sopravvissute ai bombardamenti. Come ha osservato l’analista del canale Willy OAM nel video del 11 aprile, “gli USA hanno carte che non possono o non vogliono giocare”: l’invio di truppe di terra richiederebbe una mobilitazione politicamente insostenibile, e l’uso di armi nucleari è fuori questione.
Un ulteriore elemento di debolezza negoziale americana è stato l’abbattimento dell’F-15E Strike Eagle, avvenuto il 3 aprile in territorio iraniano. L’evento – analizzato estesamente da InsideOver – ha dimostrato che le difese aeree iraniane (sistemi mobili a guida infrarossa, incluso il sistema Majid AD-08 citato da The War Zone) erano capaci di intercettare velivoli di alto profilo con tecniche passive che eludono i sistemi di allerta radar standard. L’operazione di recupero del navigatore, durata ventiquattr’ore con l’impiego di elicotteri HH-60W, aerei HC-130J e droni MQ-9, è costata altri danni ai mezzi di soccorso. Ogni abbattimento non è solo una perdita in hardware: è uno strumento di propaganda e, soprattutto, un segnale che il dominio aereo ha un prezzo crescente.
▸ Fonti: InsideOver, aprile 2026; The War Zone, 5 aprile 2026; analisi Willy OAM, 11 aprile 2026 (documento fornito).
III. IL GIOCO NELL’OMBRA: CINA, RUSSIA E IL RIORDINO MULTIPOLARE
3.1 — La Cina: il mediatore silenzioso
La figura geopolitica più complessa dell’intera crisi è quella di Pechino. La Cina ha mantenuto per settimane una postura pubblica di “neutralità” – con il Ministero degli Esteri che definiva l’aggressione USA-israeliana come la causa principale della crisi – mentre operava attivamente nelle retrovie della mediazione. Trump stesso, il 9 aprile, ha confermato ad AFP che la Cina aveva svolto un ruolo nel convincere l’Iran ad accettare la tregua. Tre diplomatici con conoscenza diretta dei processi hanno confermato a AP che Pechino, in quanto maggior acquirente di petrolio iraniano, ha utilizzato la propria leva economica per spingere Teheran verso il tavolo.
Il 31 marzo 2026, Cina e Pakistan avevano presentato congiuntamente una “iniziativa in cinque punti”: cessate il fuoco immediato, avvio rapido di colloqui di pace, stop agli attacchi su obiettivi non militari, libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e riconoscimento della primazia della Carta ONU. Wang Yi aveva tenuto oltre ventisei telefonate con i ministri degli Esteri delle parti coinvolte, e un inviato speciale cinese aveva visitato la regione. Pechino ha al tempo stesso bloccato al Consiglio di Sicurezza ONU (insieme a Mosca) la bozza di risoluzione presentata dal Bahrein che avrebbe autorizzato l’uso della forza per riaprire Hormuz.
La scelta cinese di lasciare a Pakistan il ruolo visibile della mediazione è stata deliberata e calcolata. Come osserva l’analisi di Asianet Newsable, “consentendo al Pakistan di ‘fronteggiare’ l’iniziativa, Pechino si è assicurata di poter influenzare i risultati indirettamente, mantenendo una plausibile negabilità”. Per la Cina il dilemma era netto: agire come mediatore formale avrebbe richiesto responsabilità di esecuzione, potenzialmente incluse responsabilità militari o di peacekeeping. Restare nell’ombra ha permesso di capitalizzare diplomaticamente senza rischiare il coinvolgimento diretto in un conflitto che Washington ha lanciato senza consultarla.
Sul piano mediatico interno, il profilo hashtag #HeChickenedOut – che circolava sui social cinesi dopo che Trump non ha attaccato le centrali elettriche iraniane nonostante le minacce – rivela come Pechino stia costruendo una narrazione di lungo termine: quella di un ordine mondiale in cui Washington “bluffa” e la Cina “stabilizza”. La visita di Trump in Cina, prevista inizialmente per fine marzo e rinviata a causa della guerra, è ora riprogrammata per metà maggio: ogni settimana senza accordo a Islamabad riduce il margine diplomatico di Xi Jinping.
▸ Fonti: AP (China aims to show global leadership, 4 aprile 2026); Irish Times, 1 aprile 2026; Axios, 31 marzo 2026; Las Vegas Sun (AP), 9 aprile 2026; Wikipedia, China in the 2026 Iran war; Asianet Newsable, aprile 2026.
3.2 — La Russia: la guerra nell’ombra e il dividendo ucraino
Mosca ha scelto la strategia dell’ambiguità calcolata. Lavrov ha dichiarato che la Russia è “pronta a fare la propria parte” per fermare le ostilità, ma ha evitato attacchi retorici diretti a Trump, concentrandosi invece sulla legittimità della chiusura di Hormuz da parte iraniana. Al Consiglio di Sicurezza ONU la Russia ha co-firmato con la Cina e la Francia il veto alla risoluzione del Bahrein. Nelle sue conferenze stampa con il ministro degli Esteri egiziano, Lavrov ha descritto la bozza di risoluzione come un potenziale strumento per “interrompere i negoziati o per legittimare a posteriori l’aggressione contro l’Iran”.
Dietro la facciata diplomatica, l’intelligence russa ha operato in maniera più concreta. Rapporti di think tank e canali OSINT indicano che la Russia stia fornendo all’Iran immagini satellitari e dati in tempo reale sui movimenti delle navi e delle truppe americane. Le tattiche di droni impiegate dall’Iran ricalcano l’approccio russo sviluppato in Ucraina: saturazione progressiva, logorio delle scorte di missili difensivi, uso di sistemi economici per esaurire sistemi costosi. La perdita di efficacia dei sistemi Patriot PAC-3 nel teatro medio-orientale è direttamente collegata all’esaurimento delle scorte causato dall’impiego in Ucraina.
Il dividendo russo della crisi iraniana è misurabile su tre livelli. Sul piano militare, il consumo americano di Tomahawk (oltre 850 nel primo mese) ha reso irrealizzabile la fornitura promessa al Giappone e ha ridotto le capacità di risposta rapida in Asia-Pacifico; Washington ha ufficialmente comunicato a Tokyo il rinvio delle consegne di Tomahawk, a causa dell’esaurimento delle scorte del Pentagono. Sul piano economico, il prezzo del petrolio sopra i 100 dollari al barile ha incrementato le entrate russe, anche con export parzialmente deviato attraverso rotte alternative. Sul piano politico, la crisi NATO – descritta dal premier polacco Tusk come il “sogno di Putin” realizzato – ha visto l’alleanza paralizzata, con Italia, Spagna e Francia che hanno negato l’uso delle proprie basi per le operazioni contro l’Iran, e con Orbán che spingeva per la revoca immediata delle sanzioni all’energia russa.
▸ Fonti: Poland News Pravda, 2-3 aprile 2026; NATO News Pravda, 2 aprile 2026; Slovakia News Pravda, 10 aprile 2026; Bloomberg News e Military Watch Magazine (appunti del 3 aprile 2026, documento fornito).
IV. L’EUROPA NELL’OCCHIO DEL CICLONE ENERGETICO
4.1 — La doppia crisi: Hormuz e il fronte ucraino
L’Europa si trova in una posizione di vulnerabilità strutturale che la crisi iraniana ha reso visibile con una brutalità che nessun rapporto della Commissione aveva anticipato nella sua intensità temporale. La chiusura di Hormuz ha colpito una filiera che l’Europa considerava già diversificata dopo la crisi del 2022: ma la transizione verso LNG importato aveva creato una nuova dipendenza dalle rotte del Golfo Persico. Secondo stime riportate da Vattenfall e dal Commissario UE all’Energia Dan Jorgensen, l’Europa importa oltre il 40% del proprio carburante per aviazione attraverso rotte che transitano nel Golfo, e l’ultimo cargo di kerosene dal Golfo Persico era previsto in arrivo a Rotterdam il 9 aprile: da quel momento, la penuria di jet fuel sarebbe diventata strutturale nel giro di settimane, con conseguenze immediate per la stagione estiva dei trasporti aerei.
Il costo aggiuntivo per le importazioni di energia della UE – solo tra febbraio e aprile 2026 – ha superato i 14 miliardi di euro, secondo dati pubblicati da fonti governative slovacche e confermati da analisti indipendenti. Il TTF del gas europeo ha subito un crollo del 19% all’annuncio della tregua dell’8 aprile, poi ha rapidamente corretto al rialzo quando i mercati hanno compreso che Hormuz restava de facto chiusa. Jorgensen ha avvertito i ministri dell’energia UE che le conseguenze della crisi avrebbero superato la durata del conflitto stesso, “perché le infrastrutture energetiche nella regione sono state distrutte dalla guerra”.
In parallelo, il fronte ucraino ha aggravato la crisi. La Russia ha intensificato gli attacchi alle infrastrutture energetiche ucraine con impiego di bombe FAB-3000 su Kostiantynivka e attacchi alle raffinerie e stazioni elettriche ferroviarie nel nord-est. Mosca ha colpito depositi di carburante a Feodosia (Crimea) e infrastrutture a Lugansk. L’ipotesi avanzata dagli analisti di Military Summary è che la Russia voglia distruggere le riserve di carburante ucraine per prevenire una possibile offensiva primaverile e limitare la mobilità dei droni di Kiev – una lettura coerente con il pattern tattico osservato nel settore di Sumy.
Il consumo di armamenti americani nel teatro medio-orientale ha reso concreta la preoccupazione del ministro degli Esteri polacco Sikorski: l’Ucraina rischia di essere lasciata senza forniture di missili americani mentre Washington gestisce l’emergenza iraniana. Il budget di difesa proposto da Trump per il 2027 – 1,5 trilioni di dollari, il più alto dalla Seconda Guerra Mondiale – non include fondi per l’Ucraina. Budapest ha richiesto la revoca delle sanzioni all’energia russa come condizione per qualsiasi sostegno europeo coordinato. La NATO, secondo le analisi di Tusk, appare paralizzata: incapace persino di coordinarsi sulla posizione da assumere nei confronti di Trump.
4.2 — L’iniziativa italiana e il riposizionamento europeo
In questo contesto, la missione della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel Golfo tra il 3 e il 4 aprile – tappe in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti – ha rappresentato il tentativo di un’Europa frammentata di mantenere canali energetici alternativi aperti. A Doha, Meloni ha offerto “l’eccellenza del sistema produttivo italiano” per la riabilitazione delle infrastrutture energetiche del Qatar e ha ribadito la necessità assoluta di libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Il ministro degli Esteri Tajani ha poi confermato vittime civili italiane nei raid israeliani su Beirut, Sidone e Tiro, e ha segnalato che una colonna UNIFIL è stata bloccata dall’IDF con un veicolo colpito dai “colpi di avvertimento” israeliani.
L’atteggiamento europeo nei confronti della guerra – Italia e Spagna che negano le proprie basi, la Francia che co-firma il veto ONU con Russia e Cina – riflette una frattura profonda tra la fedeltà atlantica formale e la crescente insofferenza politica e pubblica verso una guerra percepita come americana. Il commissario europeo all’energia ha parlato esplicitamente di “misure di emergenza” ispirate al modello 2022: tetti alle tariffe elettriche, rinvio delle manutenzioni nelle raffinerie, possibili sussidi. Ma, come nota la Slovak News Pravda, Francia e UK sono già sotto pressione debitoria e non possono permettersi un altro ciclo di supporto massiccio.
▸ Fonti: Vattenfall, 6 marzo 2026; Slovak News Pravda, 10 aprile 2026; NATO News Pravda, 2 aprile 2026; appunti del 4 aprile 2026 (documento fornito); Il Fatto Quotidiano, 4 aprile 2026.
V. GLI SCENARI: TRE POSSIBILI FUTURI PER UN ACCORDO CHE NON ESISTE
5.1 — Scenario 1: La de-escalation controllata
Il primo scenario, e il più favorevole, prevede che le parti tornino al tavolo nelle prossime settimane – eventualmente con un formato differente, con mediatori aggiuntivi o con un’agenda più ristretta – e raggiungano un accordo parziale sul nucleare (verifiche internazionali, congelamento dell’arricchimento) in cambio di uno sblocco progressivo delle sanzioni. In questo scenario, Hormuz verrebbe riaperta gradualmente, con un regime di transito iraniano controllato che Washington accetterebbe de facto – una capitalizzazione storica per Teheran. Il Libano resterebbe un dossier separato, con negoziati tra Israele e governo libanese previsti a Washington a partire da martedì 14 aprile.
Questo scenario è plausibile ma richiede alcune condizioni che oggi non sono verificate: che Trump abbia reale intenzione di accettare una soluzione parziale (il suo elettorato è diviso tra chi vuole la pace energetica e chi vuole la vittoria totale); che Israele accetti di limitare le operazioni in Libano abbastanza da non fornire a Teheran il pretesto per chiudere Hormuz; che la Cina mantenga la propria pressione su Teheran. La visita di Trump a Pechino, prevista per metà maggio, potrebbe essere il contesto in cui Xi e Trump concordano un framework condiviso.
5.2 — Scenario 2: La tregua come congelamento strategico
Il secondo scenario – il più probabile – è quello in cui la tregua di due settimane scada senza un accordo formale, ma le parti scelgano tacitamente di non riprendere le ostilità a piena intensità. Hormuz rimarrebbe in uno stato di apertura parziale, con un pedaggio iraniano di circa 1 dollaro al barile che Washington non riconosce formalmente ma tollera de facto. I negoziati si prolungherebbero in una forma di “diplomazia del rischio”: ogni settimana senza accordo è una settimana in cui entrambe le parti mantengono il proprio status quo – gli USA senza i costi di una nuova campagna militare, l’Iran senza le conseguenze di un’escalation sulle proprie infrastrutture petrolifere.
In questo scenario il Libano rimane un fronte caldo, con il rischio che ogni intensificazione israeliana dia a Teheran il pretesto per chiudere nuovamente Hormuz. Il congelamento strategico è conveniente per la Cina (che mantiene il transito delle proprie navi) e per la Russia (che beneficia dei prezzi alti), meno per l’Europa, che si troverebbe a gestire una crisi energetica a bassa intensità ma persistente per mesi.
5.3 — Scenario 3: La ripresa delle ostilità
Il terzo scenario – quello che la conferenza stampa di Hegseth anticipa implicitamente – è la ripresa delle operazioni militari dopo la scadenza della tregua. L’innesco più probabile sarebbe un’operazione israeliana in Libano ritenuta da Teheran una violazione dell’accordo, seguita dalla chiusura di Hormuz, seguita dalla risposta americana. Hegseth ha già indicato la prossima mossa: un’operazione per “mettere in sicurezza” le scorte nucleari iraniane se i negoziati non producono risultati. Questa formulazione descrive un’azione militare già pianificata.
In questo scenario le implicazioni per l’Europa sarebbero severe: prezzi del petrolio tornati sopra i 115 dollari, penuria di carburante per aviazione, pressione inflazionistica che colpirebbe in particolare le economie manifatturiere del sud Europa. La NATO resterebbe divisa, con alcuni alleati che fornirebbero basi operative e altri che si tirerebbero fuori. La Russia incrementerebbe le operazioni in Ucraina sfruttando la distrazione americana. La Cina rafforzerebbe la propria narrazione di stabilizzatore responsabile in contrasto con un Occidente bellicoso.
L’analisi di Analisi Difesa (8 aprile 2026) suggerisce che Trump stia cercando una “via d’uscita onorevole” per evitare una recessione economica – stimata al 45% di probabilità in caso di conflitto prolungato – mantenendo la narrativa della vittoria. Ma lasciare l’Iran come vincitore geopolitico de facto della regione, con un potere di controllo su Hormuz superiore a quello pre-bellico, è un costo strategico che si pagherà per decenni.
▸ Fonti: Analisi Difesa, 8 aprile 2026; TIME, 11 aprile 2026; Al Jazeera, 11-12 aprile 2026; NBC News, 12 aprile 2026.
CONCLUSIONI
La crisi USA-Iran del 2026 è, prima di tutto, una crisi della capacità delle grandi potenze di concludere ciò che iniziano. Gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra con obiettivi massimalisti – regime change, smantellamento nucleare, riapertura di Hormuz – e si trovano dopo quaranta giorni con un Iran irrisolto, un Libano in fiamme, alleati europei alienati, arsenali ridotti e mercati energetici ancora volatili. L’Iran ha subito la distruzione di gran parte delle proprie capacità militari convenzionali e l’assassinio della propria leadership, ma ha tenuto il regime e trasformato Hormuz in un asset negoziale permanente. Entrambe le parti hanno ragione nel proclamarsi non sconfitte. Entrambe hanno torto nel proclamarsi vincitrici.
Nel mezzo di questa ambiguità operano le potenze che non si sono combattute: la Cina, che capitalizza diplomaticamente e preserva il proprio accesso all’energia; la Russia, che guadagna tempo e denaro in Ucraina mentre l’America guarda altrove; il Pakistan, che emerge da questa crisi come attore diplomatico di primo piano nel sistema multipolare. Il mondo che uscirà da Islamabad – qualunque cosa accada nelle prossime settimane – sarà meno ordinato, più frammentato e meno disposto ad accettare l’egemonia di un unico polo.
Per l’Europa, la lezione più urgente è quella energetica: la dipendenza da rotte del Golfo per LNG e carburante per aviazione è una vulnerabilità strutturale che nessun trattato bilaterale può eliminare senza decenni di investimenti in capacità alternativa. La crisi del 2026 è il test di resistenza che nessun piano di emergenza aveva simulato con sufficiente realismo. Il Commissario Jorgensen ha ragione: le conseguenze dureranno più del conflitto. La domanda è se la politica europea saprà usare questa finestra di dolore per costruire qualcosa di più resiliente, o se si accontenterà – come nel 2022 – di gestire l’emergenza nell’attesa che qualcun altro risolva il problema.
NOTA METODOLOGICA E FONTI PRINCIPALI
L’articolo si basa su: (1) appunti di ricerca originali prodotti tra il 3 e il 12 aprile 2026 dall’autore, incluse analisi di video di canali militari specializzati (Military Summary, Les Conflits en Cartes, HistoryLegends, Willy OAM); (2) fonti giornalistiche internazionali primarie: NPR, CNN, TIME, NBC News, CNBC, Al Jazeera, Washington Post, Bloomberg, Reuters, ANSA, Il Fatto Quotidiano, Sky TG24, The War Zone (TWZ); (3) fonti analitiche specializzate: InsideOver (due articoli, aprile 2026), Analisi Difesa (8 aprile 2026), ISW (Iran Update Special Report, 3 aprile 2026); (4) fonti primarie diplomatiche: Ministero degli Esteri cinese (conferenza stampa Mao Ning, 7 aprile 2026), comunicati IRNA, DVIDS (DoD), CENTCOM; (5) banche dati open source: Wikipedia (2025-2026 Iran–United States negotiations; 2026 Iran war ceasefire; China in the 2026 Iran war); (6) analisi energetiche: Vattenfall (6 marzo 2026), Consiglio UE (regolamento gas russo, dicembre 2025), Slovakia News Pravda (10 aprile 2026). Tutti i dati numerici citati (unità navali bloccate, prezzi petrolio, consumi Tomahawk) sono tratti da fonti citate nel testo o nelle note a margine delle sezioni.

