13 Aprile 2026
Il Molise che non resiste
Il Molise esiste: fragilità territoriale e urgenza di manutenzione reale.

Di Rossana Vaudo
Il Molise esiste? Per anni, tra un meme e una battuta, è stata posta questa domanda. Oggi è il Molise stesso a urlare la risposta, sotto il peso di un’emergenza dinanzi alla quale non si può più restare indifferenti.
Le immagini impressionanti dell’impetuoso getto d’acqua dalle paratie aperte della diga del Liscione, del crollo del ponte della statale 16, della enorme frana di Petacciato, hanno dato contezza di quanto si possa essere inermi di fronte alle forze della natura. Di quanto l’illusione che andrà tutto bene, e che le tragedie siano sempre sufficientemente lontane da scavalcare le nostre esistenze, non sia altro che una trappola da cui rischiamo di non poter più uscire.
Raccontare oggi il Molise significa raccontare la storia di questa illusione.
Una storia che può avere inizio proprio dai luoghi che, involontariamente, ne sono divenuti in questi giorni i simboli. A cominciare dalla diga del Liscione.
Si tratta una diga in terra, un terrapieno a sezione trapezoidale rivestito da un manto impermeabile di calcestruzzo, che si autosostiene grazie alla forza di gravità. Con i suoi 500 m di lunghezza e 60 di altezza, sbarra il corso del fiume Biferno e dà origine a un bacino artificiale lungo circa 8 km, creato per garantire un volume idrico che può arrivare a 148mila metri cubi d’acqua. Dalla sua realizzazione sono trascorsi più di cinquant’anni. I lavori iniziarono infatti nel 1967, per concludersi sette anni dopo, nel 1974. Il collaudo della diga avvenne con una clausola: sistemare dal punto di vista idraulico i terreni a monte. Una sistemazione che non è mai avvenuta.
Da allora, complice anche la riduzione di velocità che il corso d’acqua subisce a causa della diga, sul fondo dell’invaso si sono gradualmente depositati i detriti trasportati dal Biferno e dai suoi affluenti, ma anche quelli derivanti dal dilavamento del suolo e dalle frane. Fenomeni diffusi nell’intero bacino del Biferno, proprio per la natura sabbiosa e argillosa dei terreni che vi affiorano e per i mancati interventi di sistemazione dei versanti.
Di conseguenza, se nella parte del lago più a monte, la vegetazione ha riconquistato gran parte dei propri spazi, confinando il fiume nei meandri del suo letto, verso valle gli spessi strati di limo che hanno ricoperto il fondale sono diventati l’habitat ideale per gli anodonti, una specie di vongole gigantesche. Durante la stagione secca, quando l’acqua si ritira, le loro valve taglienti affiorano tra le crepe di una distesa ocra dalle sembianze quasi aliene.
A determinare la durata di una diga in terra, che va indicativamente dai cinquanta ai cento anni, più che la qualità costruttiva del terrapieno, è proprio la velocità con cui i sedimenti si accumulano nell’invaso, fino a rendere il suo sfruttamento non più conveniente. Quella del Liscione è dunque una diga anziana. Un invaso sempre meno profondo che si svuota facilmente durante la stagione secca e altrettanto velocemente si riempie in quella piovosa, richiedendo, con frequenza sempre maggiore, interventi di scarico controllato. Interventi che non rappresentano un inutile spreco di acqua dolce, come qualcuno li ha definiti. Ma che sono essenziali in quanto, oltre a prevenire esondazioni più gravi, apportano materiali utili a ricostruire le spiagge e a limitare la costante erosione delle coste, di cui le dighe stesse sono corresponsabili.

Per questo, di fronte a eventi estremi come quelli dei giorni scorsi, piuttosto che imputare responsabilità nella gestione della risorsa idrica, ipotizzando un vantaggio nella cessione di una parte di essa alla Puglia, bisognerebbe ricordare che ogni fenomeno naturale necessita di un suo spazio di esistenza. Ciò che è fondamentale saper gestire è dunque il territorio stesso.
Le ampie zone pianeggianti che si trovano presso la foce dei fiumi e che si prestano, per la loro conformazione pianeggiante, allo sviluppo di attività produttive e infrastrutture di collegamento, come la zona industriale di Termoli, o la Fondovalle del Sinarca, non sono altro che lo spazio di esistenza dei fiumi, che essi stessi hanno costruito man mano che il loro corso diventava più sinuoso ed il rallentare della corrente favoriva la deposizione di una estesa coltre alluvionale. Spazi di cui hanno necessità di riappropriarsi ogni volta che la portata supera una certa soglia. Contenere le piene non può prescindere perciò dal rispetto per i fiumi. Dal concedere loro uno spazio sufficiente in cui divagare e in cui disperdere la propria energia nella costruzione di quelle curve mutevoli che sono i meandri. E dal garantire varchi liberi affinché possano defluire in mare. Un rispetto che viene negato, quando l’alveo è costretto in un innaturale percorso rettilineo, con le auto che gli corrono accanto.

Eppure ci sono state occasioni perse. Come i laghetti dell’ex zuccherificio del Molise. Oltre che importanti luoghi di sosta di uccelli migratori, avrebbero potuto funzionare come bacini di espansione, dopo semplici interventi di riconversione. Invece si è preferito interrarli, svalutando la lezione che l’alluvione del 2003 avrebbe dovuto lasciare.
Quasi a volerci ribadire che nella sfida contro la natura siamo sempre noi a perdere, si è risvegliata anche la frana di Petacciato. Con una superficie di 4 Km per 2, che la classifica come una delle più estese d’Europa, si caratterizza per lunghi periodi di quiescenza, più di una decina d’anni, e un riattivarsi che dura solo qualche giorno. Tempi sufficienti ad alterare la percezione umana del rischio.
A scatenare il fenomeno, antico e ampiamente studiato, tanto che sono già stati proposti interventi di sistemazione, come i pozzi drenanti, sono precipitazioni intense e prolungate. Il sottosuolo, in quell’area, è caratterizzato da depositi sabbiosi permeabili, che poggiano su un letto inclinato di argille grigio azzurre impermeabili. Le stesse che l’erosione costiera mette a nudo sulla spiaggia. Viscide, scivolose, plastiche. Può succedere quindi che, quando gli strati porosi sovrastanti sono saturi e appesantiti dall’acqua, quest’ultima inizia ad accumularsi proprio sulla superficie argillosa sottostante, riducendo in questo modo le forze di attrito. Se la forza di gravità prevale, la frana inizia a scivolare lentamente verso il mare, intercettando, come appena accaduto, infrastrutture essenziali per il collegamento lungo l’asse adriatico: la ferrovia, l’autostrada A14, la Strada Statale 16. Quest’ultima già interrotta in seguito al cedimento del ponte.
Si dice che prima o poi i nodi vengono al pettine. Ebbene, ci siamo. I nodi sono gli effetti di decenni di politiche autoreferenziali e poco lungimiranti, di un “tirare a campare”, di proclami mai realizzati, di interventi fermi alla fase progettuale, dispersi nel cambio delle amministrazioni, tra commissari e commissioni, o nella ripartizione degli incarichi.
Il risultato di tutto ciò è racchiuso nelle immagini circolate in questi giorni, diffuse perfino oltre i confini nazionali: sono le immagini di un territorio estremamente fragile, di un Molise isolato che non ce la fa più a resistere, ma che reclama di esistere. Un’esistenza che non può essere determinata solo dalla narrazione di quanto di bello questa regione può offrire, ma che ha bisogno di una presa di coscienza e, quando necessario, di una presa di posizione, affinché ogni scelta avvenga nel nome del bene comune e nel rispetto del territorio che ci ospita. Affinché non basti qualche giornata di sole ad illuderci che vada tutto bene.
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