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23 Marzo 2026

Guerra e petrolio: il cortocircuito che il mondo non si aspettava

Gli Stati Uniti bombardano l’Iran e nel frattempo tolgono le sanzioni al suo petrolio. L’Iran blocca lo Stretto ma lascia passare le proprie superpetroliere, che caricano milioni di barili a Kharg Island. Mosca propone a Washington uno scambio: meno intelligence a Teheran in cambio di meno armi a Kiev. Sette giorni tra il 15 e il 21 marzo 2026 in cui i due principali conflitti del pianeta hanno rivelato di essere, in realtà, un unico sistema.

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ANALISI · MEDIO ORIENTE · UCRAINA · GEOPOLITICA GLOBALE

Aree di crisi nel mondo n. 281 del 21-3-26

Gli Stati Uniti bombardano l’Iran e nel frattempo tolgono le sanzioni al suo petrolio. L’Iran blocca lo Stretto ma lascia passare le proprie superpetroliere, che caricano milioni di barili a Kharg Island. Mosca propone a Washington uno scambio: meno intelligence a Teheran in cambio di meno armi a Kiev. Sette giorni tra il 15 e il 21 marzo 2026 in cui i due principali conflitti del pianeta hanno rivelato di essere, in realtà, un unico sistema.

Stefano Orsi · 21 marzo 2026

C’è un’immagine satellitare che sintetizza meglio di qualsiasi analisi la settimana appena trascorsa. È del 14 marzo, è stata pubblicata da TankerTrackers.com ed è stata ripresa da UANI, l’organizzazione che monitora le esportazioni di greggio iraniano. Si vedono due superpetroliere — Very Large Crude Carriers, le navi più grandi che solcano i mari — ormeggiate ai moli di Kharg Island, il terminal da cui transita il 90% del petrolio iraniano. Stanno caricando 2,7 milioni di barili di greggio.

Quello stesso giorno, i bombardieri B-2 Spirit americani avevano appena finito di colpire le installazioni militari sull’isola. I missili avevano distrutto basi navali dei Pasdaran, depositi di mine, hangar. Ma i 55 serbatoi di stoccaggio erano intatti. Le superpetroliere erano lì. Stavano caricando.

Questa contraddizione — apparentemente surreale, in realtà perfettamente razionale nei suoi singoli passaggi — è la chiave per capire la settimana dal 15 al 21 marzo 2026, e più in generale la logica del conflitto che ha stravolto gli equilibri energetici globali a partire dal 28 febbraio.

Il paradosso Kharg: si bomba l’isola ma non le sue petroliere

La scelta americana di non toccare le infrastrutture petrolifere di Kharg Island non è stata un errore. È stata una decisione consapevole, confermata da Trump in persona: “ho lasciato i tubi perché ci sono voluti anni per costruirli, ma militarmente l’isola è morta”. La logica è economica prima ancora che militare: distruggere Kharg significherebbe far esplodere il prezzo del barile verso i 150 dollari, innescare una crisi energetica globale e consegnare ai Repubblicani una sconfitta politica alle elezioni di midterm prima ancora che una vittoria militare sul campo.

Il risultato pratico, però, è che l’Iran ha continuato a esportare greggio quasi indisturbato dall’inizio del conflitto. Secondo i dati di Kpler e TankerTrackers, da quando è iniziata l’Operazione Epic Fury il 28 febbraio, Teheran ha già spedito tra i 13 e i 16 milioni di barili di greggio, a un ritmo di circa 1,1–1,5 milioni di barili al giorno. Prima della guerra esportava 1,69 milioni di barili al giorno. Il calo è reale ma non drammatico, e in febbraio — in previsione dei raid — l’Iran aveva già accelerato i caricamenti toccando il record storico di 3,79 milioni di barili al giorno nella settimana del 16 febbraio.

Il paradosso energetico in cifre (fonti: Kpler, TankerTrackers, IEA)
Greggio iraniano esportato dal 28 febbraio al 18 marzo: ~13-16 milioni di barili
Destinazione: quasi esclusivamente Cina, via Stretto di Hormuz e rotta del Pacifico
Barili iraniani già in mare al 20 marzo: ~140 milioni (fonte Treasury USA)
Prezzo del barile Brent al 21 marzo: $112, +60% dall’inizio del conflitto
Revenue stimata per l’IRGC dall’inizio del conflitto: oltre 1 miliardo di dollari (UANI)
Transiti totali al giorno attraverso Hormuz prima della guerra: ~138 navi; ora: ~3

La destinazione di quelle petroliere è, quasi per intero, la Cina. Pechino stava già accumulando riserve strategiche di greggio iraniano da mesi, anticipando la crisi: le importazioni cinesi di petrolio erano aumentate del 15,8% nei primi due mesi del 2026 rispetto all’anno precedente. La flotta ombra iraniana — 25 petroliere identificate da UANI solo nel Golfo Persico a ovest dello Stretto — funziona con AIS spento o intermittente, transitando lungo le coste iraniane nella zona economica esclusiva, e va a trasbordo ship-to-ship nelle acque al largo della Malesia prima di raggiungere i porti cinesi.

L’Iran stava già vendendo quei barili a qualsiasi costo. Invece di finire in Cina, li rendiamo acquistabili da Thailandia e Vietnam.”Funzionario dell’amministrazione Trump, citato da CNN, sul razionale della revoca delle sanzioni

La mossa più paradossale: Washington toglie le sanzioni al petrolio di Teheran

Venerdì 20 marzo, con il Brent a 112 dollari e la benzina alle stazioni americane aumentata di quasi un dollaro al gallone in un mese, il Tesoro degli Stati Uniti ha emesso una licenza generale che autorizza l’acquisto del petrolio iraniano già caricato sulle petroliere fino al 19 aprile. In pratica: chiunque — alleati USA inclusi, escluse le entità in Russia, Cuba e Ucraina occupata — può comprare i 140 milioni di barili di greggio iraniano che galleggiano già in mare senza rischiare sanzioni secondarie americane.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha giustificato la mossa con una formula apparentemente elegante: quell’olio sarebbe comunque finito in Cina a prezzo scontato, meglio renderlo acquistabile dagli alleati, togliendo a Pechino il vantaggio competitivo. È una razionalizzazione politica comprensibile sul piano interno, ma che regge male all’analisi geopolitica. L’Iran non ha alcun interesse strategico a dirottare le proprie esportazioni lontano dalla Cina per compiacere un avversario che lo sta bombardando. La Repubblica Islamica dipende da Pechino non solo come mercato energetico ma come pilastro di un asse strategico che include anche Mosca: i tre paesi condividono interessi convergenti nel ridurre il peso del dollaro negli scambi internazionali e nell’erodere la capacità americana di usare le sanzioni come leva. Rompere quella rete di interdipendenze in nome di un accordo temporaneo con Washington — lo stesso Washington che la sta bombardando — equivarrebbe a segare il ramo su cui è seduta.

Dall’altra parte, la logica cinese è altrettanto solida. Pechino acquista petrolio iraniano — e russo — esigendo il pagamento in yuan, non in dollari. Non è un capriccio valutario: è la costruzione sistematica di un circuito energetico impermeabile alle sanzioni americane. Bessent scommette che i ricavi iraniani saranno difficili da raggiungere attraverso il sistema finanziario internazionale; ma se quei ricavi transitano già in yuan attraverso banche cinesi, il sistema finanziario internazionale — inteso come quello dollarocentrico — è semplicemente irrilevante. La licenza americana non cambia questa architettura. La aggira.

Il risultato pratico è che i potenziali acquirenti europei e asiatici che potrebbero teoricamente beneficiare della licenza si trovano comunque di fronte a rischi assicurativi e legali enormi per quelle navi, mentre la Cina prosegue tranquillamente per la propria strada. Il Brent non ha reagito all’annuncio: era a 112 dollari e lì è rimasto. La misura è soprattutto politica interna. Come ha scritto Brett Erickson di Obsidian Risk Advisors: “se siamo arrivati al punto di togliere sanzioni al paese con cui siamo in guerra, abbiamo finito le opzioni”.

Le voci critiche negli USA (fonti: The Hill, US News, CNN)
Sen. Andy Kim (D-NJ): “Trump mette più soldi in tasca a Putin e all’Iran, ma toglie soldi alle famiglie americane”
Anthony Scaramucci, ex comunicatore Casa Bianca: “Attacchiamo le infrastrutture iraniane e poi leviamo le sanzioni al loro petrolio. Audace strategia”
Sen. Blumenthal (D-CT): “Enormemente, vergognosamente stupido”
Brett Erickson, Obsidian Risk Advisors: “Se siamo qui a togliere sanzioni al paese che stiamo bombardando, abbiamo finito le opzioni”
Goldman Sachs: prezzi del petrolio elevati potrebbero persistere fino al 2027 indipendentemente dalle prossime mosse

I messaggi contrastanti di Trump: riduco, aumento, vendo il loro petrolio

Nello stesso giorno in cui il Tesoro toglieva le sanzioni iraniane, la Casa Bianca confermava l’invio di altri 2.500 marines verso il Golfo Persico a bordo della USS Boxer, in aggiunta ai 2.500 già in rotta dalla base di Okinawa con la USS Tripoli. Totale in movimento: circa 5.000 Marines. Nel pomeriggio, Trump dichiarava ai giornalisti di “valutare una riduzione dello sforzo militare”. L’analisi di US News ha sintetizzato il paradosso con precisione: lo stesso presidente, nello stesso giorno, ha detto di voler rallentare la guerra, ha mandato più truppe, e ha tolto sanzioni al nemico per salvare i prezzi della benzina.

L’elemento più inquietante per gli analisti geopolitici non è la contraddizione in sé — le guerre producono sempre pressioni contraddittorie — ma il segnale che dà all’Iran: l’amministrazione è a corto di strumenti economici, il calendario politico interno (midterm in novembre) vincola le scelte militari, e la finestra della massima pressione si sta chiudendo. La licenza di 30 giorni sul petrolio scade il 19 aprile. Se a quella data Hormuz è ancora chiuso e i prezzi sono ancora alti, Washington si troverà nella stessa crisi con la Riserva Strategica parzialmente svuotata e un’opzione in meno nel cassetto.

Il collegamento con l’Ucraina: la proposta del Cremlino

L’interconnessione tra i due conflitti non è solo energetica. Questa settimana Politico ha riportato che il Cremlino avrebbe formulato informalmente agli Stati Uniti uno scambio: Mosca smetterebbe di condividere con l’Iran dati satellitari e intelligence — ritenuti cruciali per le difese aeree di Teheran — in cambio di una riduzione del supporto militare americano all’Ucraina. Washington ha smentito di aver accettato. Ma il fatto che la proposta esista, e che sia trapelata, dice molto sulla consapevolezza russa di quanto i due scenari siano oggi negoziabili come un pacchetto unico.

Nel frattempo il fronte ucraino continua a spostarsi verso ovest in modo sistematico. Pokrovsk è in mano russa da gennaio (ISW). Myrnohrad è caduta il 4 febbraio. I combattimenti si sono ora spostati su Grishino e sull’area di Kostiantynivka. Giovedì 20 marzo un attacco di droni russi ha colpito Piazza Maidan a Kiev. Zelensky è stato esplicito nel definire questa “la settimana peggiore per il sostegno occidentale a Kiev”: i Patriot vengono dirottati verso il Golfo Persico, l’attenzione mediatica è altrove, e Mosca ne approfitta per avanzare.

Il round negoziale previsto ad Abu Dhabi è stato rinviato a data da destinarsi. Sul tavolo c’è un piano americano che prevede, tra le condizioni più pesanti per Kiev, il riconoscimento de facto della sovranità russa sui territori annessi e la rinuncia alla NATO. Ungheria e Slovacchia continuano a bloccare il prestito europeo da 100 miliardi. Il cancelliere Merz ha parlato di “slealtà” di Budapest.

Cronologia della settimana: i passaggi chiave
15 mar — USS Lincoln conferma posizione a ~350 km dalle coste iraniane nel Mar Arabico
17 mar — Israele elimina Ali Larijani (consiglio sicurezza) e il comandante dei Basij in raid a Teheran
18 mar — B-2 Spirit colpiscono bunker missilistici a Hormuz con bombe penetranti GBU-57; primo uso operativo Iron Beam
19 mar — UANI: due petroliere iraniane cariche di greggio entrano nello Stretto di Malacca dirette in Malesia
20 mar — Treasury USA: revoca sanzioni su 140 milioni di barili iraniani già in mare, valida fino al 19 aprile
20 mar — Brent Crude a $112, +60% dall’inizio del conflitto; SPR americano già parzialmente svuotato
20 mar — Droni russi colpiscono Piazza Maidan a Kiev; almeno 3 morti
21 mar — Iran lancia IRBM verso Diego Garcia (~4.000 km): uno abbattuto da SM-3, uno guasto in volo
21 mar — Missile iraniano cade vicino al sito nucleare di Dimona: ~50 feriti, nessuna fuga radioattiva (AIEA)

Diego Garcia: quando il missile arriva dove non dovrebbe arrivare

Sabato 21 marzo, tra le 7:15 e le 7:30 UTC, l’Iran ha lanciato due missili balistici verso la base angloamericana di Diego Garcia nell’Oceano Indiano. La base è a circa 4.000 chilometri da Teheran. Il limite teorico dei vettori iraniani stimato dall’intelligence occidentale era di 2.000 chilometri. Il secondo missile è stato abbattuto da un intercettore SM-3 Block IIA lanciato da una fregata americana; il primo ha avuto un guasto tecnico ed è precipitato in mare.

Nessun danno materiale alla base. Ma la revisione al rialzo delle capacità balistiche iraniane è un fatto con conseguenze che vanno ben oltre questo conflitto: significa che buona parte dell’Europa meridionale — inclusa l’Italia — rientra oggi nel raggio teorico di quei vettori. La notizia ha avuto finora scarsissima eco nel dibattito pubblico europeo.

Nello stesso giorno, un missile iraniano è caduto nei pressi del Centro di Ricerca Nucleare di Dimona nel Negev. I danni hanno colpito un edificio amministrativo adiacente, con circa 50 feriti. L’AIEA ha confermato l’assenza di fughe radioattive. Il simbolismo dell’attacco — un colpo diretto al sito nucleare israeliano, per quanto senza penetrare le strutture operative — è stato immediatamente colto da tutte le cancellerie regionali.

E l’Italia? Tra l’articolo 11 e le basi NATO sul proprio suolo

Il Consiglio Supremo di Difesa si è riunito a Roma il 13 marzo, presieduto da Mattarella. La linea è stata netta: neutralità attiva, richiamo all’articolo 11 della Costituzione, nessuna partecipazione al conflitto. Ma la neutralità ha limiti strutturali quando sul suolo nazionale ci sono basi americane e NATO. Il comunicato ha ricordato al governo Meloni che qualsiasi uso delle infrastrutture militari italiane al di là degli accordi esistenti richiede il voto parlamentare — un richiamo all’ordine istituzionale che non è passato inosservato.

Nel frattempo un incidente ha avuto risonanza minima ma merita attenzione: detriti di razzi intercettati sono caduti sulla base italiana UNIFIL di Shama, in Libano, con feriti lievi tra i militari della Brigata Sassari. È un promemoria che la guerra non è solo sugli schermi.

Il filo che lega tutto è il petrolio — e la sua assenza. Finché Hormuz resterà di fatto bloccato per il traffico commerciale, mentre l’Iran lascerà passare le proprie petroliere dirette in Cina, e finché Washington dovrà ricorrere alle stesse sanzioni che avrebbe dovuto mantenere come leva, il conflitto avrà una logica interna profondamente contraddittoria. Il 19 aprile scade la licenza sul petrolio iraniano. Se a quella data la guerra non è finita — e tutti gli indicatori suggeriscono che non lo sarà — le opzioni rimaste sul tavolo di Washington saranno ancora meno. E i mercati energetici europei lo sapranno già.

Fonti verificate

Washington Post (20-21 marzo 2026) · CNN Business e Politics (16-20 marzo) · CBS News (20 marzo) · CNBC (3-16-20 marzo) · Bloomberg (21 marzo) · The Hill (20 marzo) · US News (21 marzo) · Reuters (12 marzo) · UANI Shipping Update (16 e 19 marzo 2026) · TankerTrackers.com · Kpler · ISW (Institute for the Study of War) · IEA (International Energy Agency) · Politico · Goldman Sachs Research