02 Marzo 2026
Referendum in Italia: perché dire NO alla riforma che indebolisce la giustizia
Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani saranno chiamati alle urne per un referendum costituzionale che va ben oltre la tecnica giuridica: è in gioco l’indipendenza della magistratura e la capacità dello Stato di difendere i diritti dei lavoratori e di combattere corruzione e criminalità organizzata.

Di Marlene Madalena Pozzan Foschiera
Cos’è in votazione
Il governo di destra guidato da Giorgia Meloni propone di modificare più articoli della Costituzione del 1948 — tra cui gli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 — per introdurre la “separazione delle carriere” tra pubblici ministeri e giudici.
Oggi magistrati e pm appartengono allo stesso corpo e, seppur raramente (solo lo 0,3% cambia funzione), possono transitare nell’uno o nell’altro ruolo durante la carriera. La riforma abolirebbe totalmente questa possibilità e istituirebbe organismi disciplinari separati.
Poiché il testo non ha raggiunto i due terzi in Parlamento, la decisione è ora nelle mani degli elettori.
Cosa significa votare NO
Votando NO, si respinge la riforma e si difendono le regole attuali che garantiscono l’unità della magistratura e, di conseguenza, una maggiore autonomia effettiva dell’azione penale e investigativa.
Una magistratura più indipendente è cruciale per:
- combattere corruzione negli appalti pubblici;
- perseguire lo sfruttamento del lavoro;
- affrontare la criminalità organizzata;
- garantire giustizia per le fasce più vulnerabili.
Isolare i pm istituzionalmente dai giudici rischia di diminuire la resilienza dell’apparato giudiziario di fronte alle pressioni politiche e di potere.
Perché la CGIL e la sinistra dicono NO
La CGIL, il più grande sindacato italiano, ha scelto con chiarezza il NO. Maurizio Landini ha detto che questa riforma “non serve a far funzionare meglio la giustizia” ma rischia di creare controllo politico su funzioni oggi autonome.
Con la CGIL si sono schierati:
- Libera (associazione antimafia),
- ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia),
- Legambiente,
- tutta l’opposizione di centro-sinistra (Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra).
Italia Viva ha scelto l’astensione, vista da molti progressisti come un’opportunistica fuga dalle responsabilità.
Argomento del governo e sua debolezza
La destra sostiene che la separazione delle carriere garantirebbe imparzialità. Tuttavia:
- solo lo 0,3% dei magistrati passa da pm a giudice;
- non esiste un’emergenza di “promiscuità” tra funzioni;
- la riforma non affronta problemi reali come la lentezza dei processi o il sottofinanziamento della giustizia lavorativa.
È evidente che il vero obiettivo non è migliorare la giustizia, ma indebolire la sua capacità di controllo su poteri politici ed economici.
Uno sguardo dal Brasile
Per i milioni di italiani e italo-discendenti che vivono all’estero la posta in gioco è reale. Si stima che nel mondo ci siano oltre 60 milioni di persone di origine italiana — più della metà della popolazione dell’Italia stessa — con forti legami culturali e, in molti casi, politici. In paesi come Argentina e Brasile la domanda di doppia cittadinanza italiana è altissima, proponendo un legame elettorale e identitario significativo.
Ciò che accade nella giustizia italiana non resta confinato alla penisola: le riforme istituzionali influenzano anche chi guarda all’Italia come casa culturale e politica.
La scelta del 22 e 23 marzo
Questo referendum costituzionale può essere uno dei più decisivi nella storia repubblicana. Non si tratta di una riforma tecnica: è una scelta tra una giustizia indipendente e una giustizia più vulnerabile alle ingerenze politiche.
Il movimento sindacale italiano lo ha capito. È nelle piazze, nelle fabbriche e nelle urne a dire NO.

