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25 Gennaio 2026

Nada Cella e Serena Mollicone: Tra sentenze coraggiose e processi “stanchi”

Il confronto tra due dei casi di cronaca nera più complessi d’Italia: il delitto di Chiavari e l’omicidio di Arce. Mentre per Nada Cella arriva una sentenza importante, il processo Mollicone sembra avvolto nell’incertezza.

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Credit foto https://www.quotidiano.net/cronaca/nada-cella-simonetta-cesaroni-serena-mollicone-ultimissime-vdq2aonu

Di Pierdomenico Corte Ruggiero

Nada Cella, 24 anni, uccisa a Chiavari il 6 maggio 1996. Serena Mollicone, 18 anni, uccisa probabilmente in una zona compresa tra Isola del Liri e Roccasecca il 1° giugno 2001. Due giovani donne separate dal tempo e dalla geografia, ma unite da un destino brutale e da una lunga attesa per la giustizia.

Nada è stata uccisa nell’ufficio dove lavorava; Serena in un luogo che, dopo quasi 25 anni, resta ancora avvolto nel mistero.

Per decenni, l’omicidio di Nada Cella è scivolato nell’oblio mediatico. La svolta è arrivata grazie all’instancabile lavoro della criminologa Antonella Delfino Pesce, capace di portare ,attraverso una meticolosa analisi dei vecchi atti, elementi ritenuti dalla Procura di Genova validi. Le indagini sono state riaperte e l’azione coordinata della parte civile, della Procura della Repubblica di Genova e della Squadra Mobile di Genova ha portato al processo.

Il processo ha visto in primo grado la condanna di Anna Lucia Cecere e Marco Soracco https://www.genovatoday.it/cronaca/delitto-nada-cella-sentenza.html . Nonostante l’assenza della cosiddetta “pistola fumante”, l’accusa è riuscita a ricostruire un mosaico coerente fatto di testimonianze, moventi e dinamiche . Una sentenza che, pur potendo essere messa in discussione nei successivi gradi di giudizio, rappresenta oggi un primo passo.

Al contrario, il percorso giudiziario per l’omicidio di Serena Mollicone appare oggi come un “processo stanco”. Nonostante l’enorme attenzione mediatica costante, le indagini lunghe un quarto di secolo non hanno ancora portato a una verità definitiva.

Dopo l’assoluzione di Carmine Belli, l’attenzione si è spostata sulla famiglia Mottola. Con due assoluzioni e un secondo processo d’appello, in svolgimento, deciso dalla Cassazione. Tuttavia, il dibattimento sembra riproporre ciclicamente gli stessi dubbi:

  • Testimonianze fragili: Testimoni chiave come Carmine Belli e il brigadiere Santino Tuzi hanno fornito versioni contrastanti nel tempo. Le dichiarazioni di Tuzi sulla presenza di Serena in caserma, ritrattate e poi riconfermate prima del suo tragico suicidio, restano un enigma senza risposta oggettiva. Le recenti dichiarazioni di Marco Malnati, amico di Santino Tuzi, suscitano qualche perplessità. Solo nel 2024 dichiara che Tuzi, qualche mese prima di morire, gli confida di aver visto Serena in caserma la mattina del 1° giugno 2001. Malnati si giustifica: ha parlato solo ora perché temeva conseguenze per le figlie pur non avendo prove di minacce.
  • Però nel 2008, poche ore dopo la morte di Tuzi, Malnati non ha problemi a dichiarare, davanti alle telecamere, che Santino Tuzi era stato ucciso e che gli aveva confidato che era stato il maresciallo Mottola a portare il cellulare in casa Mollicone. Malnati poi ritratta. La domanda resta: Perché nel 2008 non ha problemi a parlare del cellulare ma non dice della confidenza di Tuzi su Serena vista in caserma?
  • La famosa barista che riconosce da una foto, per poi smentire dopo un confronto diretto, in Marco Mottola un ragazzo visto con una giovane nel bar della Valle la mattina del 1° giugno 2001 ha anche sempre dichiarato che la ragazza non era Serena Mollicone. Che i due si allontanano su una Y10 bianca, Marco Mottola aveva una Y10 bianca, ma a bordo vi erano altre due persone, una ragazza e un ragazzo, mai identificate. Inoltre non guidava il ragazzo inizialmente associato a Marco Mottola.
  • L’ex amante di Tuzi dichiara di non aver mai visto nell’edificio della caserma Serena. Dichiara invece che Tuzi quando passava per Fontecupa, dove è stato trovato il corpo di Serena, diventava nervoso e “sudava”. Ammesso che sia vero, che senso ha? Tuzi prestava tranquillamente servizio nella caserma dove Serena sarebbe stata uccisa per poi diventare nervoso nel posto dove viene lasciato il corpo!?
  • Assenza di prove scientifiche certe: Persino dati elementari ma decisivi, come l’altezza precisa della vittima, sono oggetto di discussione. Non ci sono tracce biologiche ed impronte associabili agli imputati. Le uniche impronte trovate non appartengono a loro. La mancanza di un movente chiaro e le incongruenze sui tempi necessari per il trasporto del corpo a Fonte Cupa alimentano il “ragionevole dubbio”.

Come sottolineato dalla Corte d’assise d’appello di Roma nella sentenza poi cassata dalla Suprema Corte, in un contesto dove gli stessi elementi possono portare a letture opposte ma ugualmente credibili, la condanna rischia di restare “instabile”.

Certo spesso i processi “stanchi”, specie in sede di rinvio, terminano con una condanna, così da lasciare alla Cassazione l’ultima parola. Sono però sentenze che rischiano appunto di essere “instabili”. Che possono poi “inciampare” in Cassazione o dopo anni creare “l’effetto Garlasco”.

Molti chiederanno alla Corte d’assise d’appello di Roma il coraggio dimostrato dalla Corte d’assise di Genova nel processo per l’omicidio di Nada Cella. Sono, però, due situazioni molto diverse. Già poche settimane dopo l’omicidio di Nada Cella erano emersi elementi che portavano verso Anna Lucia Cecere ( diversi testimoni e gli accertamenti dei Carabinieri).

Nel caso di Serena Mollicone prima è stato accusato Carmine Belli. Poi abbiamo testimoni che dichiarano dopo sette anni o addirittura dopo 23 anni. Testimonianze spesso claudicanti e contraddittorie. Per molti anni l’arma del delitto è stata indicata in un corpo contundente poi dopo 16 anni è cambiata: superficie piana, la porta .

Il caso Mollicone è stato segnato da scontri durissimi, querele e polemiche mediatiche. In questo clima, risuonano con forza le parole di Antonella Delfino Pesce, oggettivamente sempre aliena da polemiche e passerelle mediatiche, nel commentare la sentenza di condanna nel processo per l’omicidio di Nada Cella: “Non possiamo essere felici, considerato che siamo qui perché Nada è morta”.

Questa riflessione deve valere per entrambi i casi. La giustizia non è una gara a chi “ha ragione” tra accusa e difesa, né un palcoscenico per polemiche. È la ricerca sobria e composta della verità, anche quando questa verità è difficile da accettare o resta parziale. Perché, alla fine di ogni processo, resta il dato più doloroso: la perdita di due giovani vite.

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