19 Gennaio 2026
Shifco, Gaeta, Somalia: la rotta oscura che incrociò il destino di Ilaria Alpi
Dal porto del basso Lazio alle coste del Corno d’Africa, passando per la cooperazione internazionale, i traffici di armi e i sospetti sui rifiuti tossici. Trent’anni dopo, il nome Shifco resta una chiave irrisolta del caso Alpi-Hrovatin.

Di Pierdomenico Corte Ruggiero
Gaeta è uno scrigno che conserva storia e cultura. Una bellezza paesaggistica da togliere il fiato. Ogni passo è un passo nella storia. Enea, la Montagna Spaccata, il periodo borbonico e tanto altro.
Il porto di Gaeta, invece, non è mai stato un luogo di clamore. Navi commerciali, pescherecci, un traffico apparentemente ordinario. Eppure, tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, da quelle banchine partivano imbarcazioni destinate a una delle aree più instabili del pianeta: la Somalia. Navi che battevano il nome di una società sconosciuta al grande pubblico, ma centrale in una delle più controverse vicende della storia repubblicana: la Shifco.
È lungo questa rotta — Gaeta-Somalia — che si incrociano cooperazione internazionale, affari opachi e l’inchiesta che costò la vita a Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi il 20 marzo 1994.
La Shifco nasce formalmente come società mista italo-somala, finanziata nell’ambito dei programmi di cooperazione allo sviluppo promossi dall’Italia. L’obiettivo dichiarato è nobile: rilanciare la pesca industriale somala, fornendo pescherecci, know-how e occupazione.
Ma quando, nel 1991, la Somalia collassa dopo la caduta del regime di Siad Barre, la Shifco non scompare. Anzi, continua a operare in un contesto privo di uno Stato centrale, con una flotta che si muove in acque senza controlli, sotto l’ombrello della cooperazione internazionale.
Negli anni successivi, rapporti delle Nazioni Unite, informative dei servizi segreti italiani e atti parlamentari segnalano anomalie sempre più evidenti: navi Shifco coinvolte in violazioni dell’embargo sulle armi, movimenti sospetti, equipaggi armati, la vicenda di Volpe 132 https://ilsud-est.it/attualita/inchiesta/2024/05/20/lultimo-volo-di-volpe-132-e-il-muro-di-gomma/. In particolare, la nave “21 Oktobar II” compare in più documenti ONU come mezzo utilizzato per il trasporto illecito di armi destinate alle fazioni somale.
Parallelamente, prende corpo un’altra ipotesi, ancora più inquietante: quella del traffico di rifiuti tossici e radioattivi, smaltiti illegalmente lungo le coste somale grazie alla complicità di intermediari locali e organizzazioni criminali internazionali.
È qui che entra in scena Gaeta. Diverse navi Shifco fanno scalo nel porto laziale, punto logistico fondamentale per rifornimenti, manutenzione e rotte verso l’Africa orientale. Tutto regolare, sulla carta.
Ma nel tempo, testimonianze e dichiarazioni giudiziarie sollevano interrogativi pesanti. Il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone, ex esponente del clan dei Casalesi, racconta di porti del basso Lazio utilizzati come snodi per traffici illeciti di rifiuti, in collegamento con l’Africa https://ilmanifesto.it/le-navi-dei-casalesi. Le sue dichiarazioni non portano a condanne definitive, ma rafforzano un quadro di sospetti mai del tutto chiariti.
Anche per questo, il nome di Gaeta ricorre negli atti delle commissioni parlamentari d’inchiesta sui traffici internazionali di rifiuti e sul caso Alpi-Hrovatin. Nessuna prova conclusiva, ma troppe coincidenze per essere archiviate come casuali.
Quando Ilaria Alpi, inviata del TG3, arriva in Somalia, non è una turista di guerra. È una giornalista preparata, che studia dossier, segue piste economiche, interroga fonti scomode. Nei suoi appunti e nei servizi preparatori emergono nomi precisi: Shifco, Omar Said Mugne (manager della compagnia), rotte marittime, navi che pescano poco ma viaggiano molto.
Alpi sospetta che dietro la facciata della pesca si nasconda un sistema di scambi illegali: armi in cambio di rifiuti, cooperazione come copertura, interessi economici che coinvolgono soggetti italiani e stranieri.
Il 20 marzo 1994, poche ore dopo aver raccolto nuove informazioni a Mogadiscio, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin vengono assassinati in un agguato rapido e mirato. Non un tentativo di rapina finito male, come si sostenne inizialmente, ma un’esecuzione.
Da allora, il caso è un susseguirsi di depistaggi, indagini lacunose e clamorosi errori giudiziari. L’unico condannato, il cittadino somalo Hashi Omar Hassan, verrà assolto dopo 17 anni di carcere, riconosciuto come vittima di una testimonianza falsa.
Nel frattempo, emergono nuovi elementi: informative del Sismi declassificate, testimonianze di altri collaboratori di giustizia, riferimenti a figure chiave del traffico d’armi internazionale. Ma nessuna inchiesta arriva a una verità processuale definitiva.
La Shifco, pur citata in numerosi atti ufficiali, non sarà mai formalmente imputata per l’omicidio Alpi-Hrovatin. Resta però un nodo centrale di quella rete di interessi che Ilaria stava cercando di raccontare.
Oggi, a oltre trent’anni dall’omicidio, il nome di Ilaria Alpi è sinonimo di giornalismo d’inchiesta pagato con la vita. Il porto di Gaeta, la Somalia devastata dalla guerra, la Shifco e i fondi della cooperazione italiana restano tasselli di un mosaico incompleto.
Non esiste una sentenza che dica perché Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono stati uccisi. Ma esiste una certezza storica: stavano seguendo una pista vera, che toccava interessi enormi e fragilissimi equilibri internazionali.
Inoltre il porto di Gaeta torna a far parlare di se https://latinatu.it/tonnellate-di-petcoke-e-670-camion-carichi-di-veleno-tra-gaeta-e-formia-la-denuncia/ https://ilsud-est.it/attualita/inchiesta/2023/08/07/formia-il-mistero-di-antonio-bardellino-e-larrivo-dei-cinesi/
L’attualità che rende attuale anche il fantasma della Shifco.
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