18 Gennaio 2026
Cold Case, giustizia e memoria: Nada Cella e la sentenza che scuote il passato
Trent’anni di silenzi, errori e omissioni. Poi lo studio degli atti, i bottoni, e una condanna

Di Pierdomenico Corte Ruggiero
Chiavari, lunedì 6 maggio 1996.
Via Marsala 14 è una strada ordinata, borghese, dove nulla sembra fuori posto. È qui, al primo piano di uno stabile elegante, che Nada Cella, 24 anni, segretaria nello studio del commercialista Marco Soracco, entra come ogni mattina per iniziare la giornata di lavoro. Pochi minuti dopo, quella routine si spezza per sempre.
Nada viene trovata riversa a terra, il volto devastato dai colpi. È ancora viva, ma non parlerà mai. Morirà poco dopo in ospedale. L’arma non viene trovata. Nessun testimone diretto. Nessun movente evidente. Nasce così uno dei più lunghi e controversi cold case italiani, rimasto irrisolto per quasi trent’anni.
Le indagini partono immediatamente affidate alla Polizia di Stato. Ci sono molte tracce. Tra cui un bottone, appartenente al soggetto ignoto, accanto al corpo di Nada Cella.
Inoltre un commercialista il 27 maggio 1996 dichiara agli investigatori che, alcune settimane prima del delitto, Soracco gli avrebbe confidato quanto segue: ” La segretaria (in realtà non ricorda se dice ragazza, signorina o segretaria) andrà via”, “Poi ci sarà la botta”, “Ne sentirai parlare in seguito”.
A ciò aggiungiamo che il sabato prima di essere uccisa Nada si reca presso l’ufficio dove lavorava. Cosa che non aveva mai fatto prima.
Fin da subito emergono incongruenze e stranezze nelle versioni fornite da Marco Soracco, titolare dello studio, e da sua madre Marisa Bacchioni, che vive con lui nello stesso appartamento. Ma quelle discrepanze non vengono seguite fino in fondo. Il caso si disperde in ipotesi vaghe, suggestioni mai dimostrate, piste che non portano a nulla.
Una pista, però, poteva essere molto promettente. Da subito.
Una donna, mantenendo l’anonimato, telefona, pochi giorni dopo l’omicidio, varie volte a Marisa Bacchioni facendo il nome di una donna coinvolta nell’omicidio. Le telefonate vengono registrati. L’anonima lascia intendere di appartenere ad un gruppo di persone informate sulla vicenda.
Due testimoni, madre e figlio, rilasciano dichiarazioni che portano a realizzare un identikit che ha “una forte somiglianza con una donna”.
Il 13 maggio 1996 una donna si presenta dai Carabinieri e rilascia delle dichiarazioni che portano ad una donna che nel 1995 sarebbe uscita varie volte con Marco Soracco e che aveva un rapporto conflittuale con Nada Cella. I carabinieri procedono a perquisizione presso l’abitazione della donna indicata dalla testimone. Trovano dei bottoni molto simili a quello trovato accanto al corpo di Nada Cella.
Questi tre accertamenti portano tutti alla stessa donna. Anna Lucia Cecere. Il Pubblico Ministero, però, ritiene insufficienti gli elementi raccolti e archivia velocemente la sua posizione. La Polizia di Stato non sarà informata del ritrovamento dei bottoni da parte dei Carabinieri.
Il 17 febbraio 1998 la trasmissione Rai “Mistero in blu” di Carlo Lucarelli dedicata una puntata all’omicidio di Nada Cella. Con una ricostruzione della dinamica affidata a Silio Bozzi dirigente della Polizia Scientifica di Bologna. Ricostruzione ignorata nel 1998 ma che ha avuto un ruolo importante nel processo che ha portato alle condanne di pochi giorni orsono.
Nonostante i molti elementi raccolti, nel giro di pochi anni l’inchiesta si spegne. Il fascicolo viene archiviato. Nada Cella resta una vittima senza giustizia.
Eppure, il caso non scompare davvero. Resta nella memoria collettiva, nei racconti giornalistici, nei dubbi di chi ha sempre pensato che quella verità fosse rimasta sepolta da carte che andavano lette con attenzione.
A distanza di oltre vent’anni, il delitto di Nada Cella torna a farsi sentire. Ma non per una nuova prova scientifica, né per una confessione tardiva. Il punto di svolta arriva da un approccio diverso, quasi inattuale: rileggere tutto.
Il nome che segna la riapertura del caso è quello della criminologa Antonella Delfino Pesce. Il suo contributo non nasce da ricostruzioni mediatiche o da teorie suggestive, ma da un lavoro paziente e rigoroso: la lettura integrale degli atti, la comparazione delle testimonianze, la verifica della coerenza logica tra tempi, spazi e dichiarazioni.
Riesce anche a creare un forte legame con Silvana Smaniotto, la madre di Nada.
Delfino Pesce torna sui luoghi del delitto. Consuma le scarpe, osserva, confronta. Rimette al centro il contesto.
Antonella Delfino Pesce, da genetista, conosce le nuove tecnologie e l’inglese. Inoltre è figlia del Professor Vittorio Pesce Delfino pioniere nell’uso dell’informatica in campo scientifico ed investigativo, anche per cercare di dare giustizia a Palmina Martinelli, nell’Italia analogica degli anni 80. Nonostante ciò lei non fa “l’americana”. Niente CSI. Niente tute bianche.
Apre tutti gli scatoloni che contengono gli atti dell’indagine. Legge pagina per pagina. Trova, non per caso quindi, il verbale dei carabinieri sul sequestro dei bottoni. Elemento importantissimo.
Il cuore del lavoro investigativo sta in un principio semplice ma decisivo: la verità non va inventata, va riconosciuta dentro ciò che già esiste.
La Procura di Genova riapre formalmente il caso. L’indagine diventa un gioco di squadra: Antonella Delfino Pesce, la Procura di Genova, la Squadra Mobile di Genova e l’avvocato di parte civile Sabrina Franzone.
Gli indagati sono Anna Lucia Cecere, Marco Soracco e la madre Marisa Bacchioni. L’accusa è grave: omicidio volontario per Cecere, favoreggiamento per Soracco e Bacchioni.
La nuova ricostruzione restituisce centralità alla scena del crimine, alle testimonianze, al ritrovamento dei bottoni e alle incongruenze.
Non emerge una prova isolata e clamorosa, ma una trama coerente di elementi che, letti insieme, delineano una responsabilità precisa. Con un movente chiaro. La gelosia, la Cecere voleva prendere il posto di Nada in ufficio.
Nonostante ciò nel marzo 2024 il GUP proscioglie Anna Lucia Cecere. Il 20 novembre 2024 la Corte d’appello di Genova annulla la decisione del GUP. La Cecere, Soracco e sua madre vengono rinviati a giudizio. In realtà Marisa Bacchioni non verrà processata, viene ritenuta non in condizione di sostenere il processo.
Il processo, iniziato nel febbraio 2025, si sviluppa tra perizie, testimonianze e rilettura minuziosa degli atti. La difesa insiste sulle lacune investigative. L’accusa costruisce il quadro accusatorio proprio valorizzando gli indizi. Tutti.
È un processo che non promette spettacolo, ma metodo. E proprio questo metodo, fondato sulla coerenza e sulla ricostruzione logica, porta alla sentenza.
Oggi, a quasi trent’anni dal delitto, arriva la prima sentenza giudiziaria:
Anna Lucia Cecere viene condannata a 24 anni di reclusione per l’omicidio di Nada Cella.
Marco Soracco viene condannato a due anni per favoreggiamento.
È una condanna che segna il primo passo verso la verità. Ci sarà l’appello ovviamente e la presunzione di non colpevolezza è sacra . Il lavoro delle parti continua.
Il caso Nada Cella dimostra che non sempre la riapertura di un caso arriva grazie alla tecnologia più avanzata o a una prova improvvisa. A volte arriva tornando alle basi: le carte, i luoghi, il tempo.
Lavorando lentamente. Rileggendo ciò che era stato ignorato.
Utilizzando pazienza, competenza e perseveranza. Senza cadere nel tranello delle polemiche sui titoli. Polemiche che volevano colpire Antonella Delfino Pesce: “la cavallara”, la “veterinaria”. Titoli che sono comunque un merito ma che sono stati, inutilmente, usati per sminuire.
Nada Cella oggi non è più solo una vittima dimenticata. È il simbolo di una ricerca della verità che ha resistito al tempo e che, alla fine, ha trovato la strada per emergere. Anche se in ritardo. Questa doveva essere la chiusura di questa nostra cronaca. Abbiamo però la possibilità di chiudere con un commento di Antonella Delfino Pesce, che ringraziamo:
” Vorrei che questa vicenda desse un po’ di speranza a tutte quelle famiglie che oggi aspettano che lo Stato dia loro una risposta. Credo che in Italia ci siano ancora professionisti non solo competenti ma anche così volitivi da fare tutto ciò che è umanamente possibile per arrivare alla verità. E ho avuto l’immensa fortuna di conoscerne parecchi, a Genova, dal 2017 ad oggi ed è a loro che oggi va il mio più sentito grazie. So bene che è il primo grado e c’è ancora tanta strada da compiere ma il filo rosso di questa indagine non è mai stato condizionato dalla probabilità del risultato quanto dalla necessità di ricostruire l’accaduto. È vabbè… TIRAMM INNANZ “.
RIPRODUZIONE RISERVATA ©

