11 Gennaio 2026
La stessa strada, lo stesso destino: Giovanni e Graziella morti sulla SR630
La 630 continua a scorrere, giorno dopo giorno. Ma la comunità che la attraversa chiede qualcosa di semplice e radicale allo stesso tempo: non dover più piangere morti evitabili.

Di Pierdomenico Corte Ruggiero
“Le vite degli altri”, il film capolavoro del 2006. Il racconto della Stasi che nella DDR spiava le vite degli altri.
Noi, invece, da dieci anni le raccontiamo. Soprattutto quando vengono stroncate.
Lo facciamo con rispetto ed empatia. Però non conosciamo quelle persone.
Le cose cambiano quando racconti la morte di persone che hai conosciuto. Con cui hai parlato. Che hai sentito ridere. Non racconti più le vite degli altri ma un pezzo della tua di vita.
Come nel caso di Giovanni Di Vito e Graziella Parente da Coreno Ausonio. Morti nel 2022 e nel 2023. Incidente stradale. In territorio di San Giorgio a Liri. Sull’asfalto della SR630.
Ora dalla cima del Monte Maio, che ha visto il sacrificio di tante giovani vite durane la Seconda Guerra Mondiale, vegliano a metà strada tra terra e Cielo .

Giovanni e Graziella non sono visi sconosciuti. La loro allegria alle “panchine” è indelebile. Quando eravamo felici e lo sapevamo.
“Panchine” che, tra gli altri, conservano anche il ricordo di Gino ed Alessandra Parente. Padre e figlia, vittime della strada rispettivamente nel 2024 e nel 2009.

Giovanni e Graziella. Due giovani di grande valore. Che amavano e sono amati. Amore grazie al quale continuano a vivere. Come vivono nelle iniziative realizzate nel loro nome.


Passiamo ora alla SR630.
Una lingua d’asfalto apparentemente innocua, attraversata dal traffico che corre verso il mare o risale la valle in direzione Cassino. Dopo l’ennesimo incidente, la Strada Regionale 630, nel tratto che attraversa San Giorgio a Liri, diventa qualcos’altro: una strada di confine tra la vita e la morte, segnata da sirene, lamiere contorte e silenzi pesanti.
Negli ultimi anni, quel tratto urbano della Cassino-Formia è diventato sinonimo di tragedia. Morti, feriti gravi, famiglie spezzate. E una domanda che torna sempre uguale, dopo ogni schianto: era evitabile?
La SR 630 non è formalmente una superstrada. Ma per flussi di traffico, velocità medie e tipologia di veicoli, si comporta come tale. Auto, moto, mezzi pesanti, pendolari e turisti si mescolano su una carreggiata a doppio senso di marcia, spesso priva di separazione fisica centrale.
Secondo i dossier ufficiali sulla sicurezza stradale del Lazio, la 630 è da anni una delle arterie con il più alto indice di incidentalità e mortalità tra le strade regionali. Un dato freddo, che a San Giorgio a Liri ha preso nomi e volti. Come quelli di Giovanni, Graziella, Massimo Della Rosa e Alessandro Di Russo.
Qui, negli ultimi anni, si sono verificati incidenti mortali e sinistri gravissimi, alcuni dei quali causati da scontri frontali o manovre azzardate. Ogni episodio ha lasciato una ferita nella comunità, alimentando rabbia e paura.
Uno dei problemi più ricorrenti è quello delle inversioni di marcia e dei sorpassi in un tratto dove la doppia striscia continua vieta esplicitamente entrambe le manovre. Il Codice della Strada è chiaro, ma la realtà quotidiana racconta altro.
In assenza di uno spartitraffico fisico, la sola segnaletica orizzontale non basta a fermare chi, per fretta o abitudine, tenta manovre proibite. Inversioni a U improvvise, cambi di corsia azzardati, sorpassi in punti non consentiti: comportamenti che, su una strada con velocità sostenute, diventano trappole mortali.
È proprio qui che si annida il rischio maggiore: basta un errore, una distrazione, un attimo, e il confine tra corsie opposte scompare.
Dopo ogni tragedia, la richiesta è sempre la stessa. Cittadini, familiari delle vittime, associazioni locali chiedono da anni l’installazione di uno spartitraffico centrale nel tratto urbano della SR 630.
Non una misura simbolica, ma una soluzione concreta per impedire fisicamente gli scontri frontali e rendere impossibili le manovre vietate. Una richiesta che trova riscontro anche in studi tecnici: la separazione delle carreggiate è una delle misure più efficaci per ridurre la mortalità su strade a elevato traffico.
Progetti e ipotesi sono stati più volte annunciati. ASTRAL, l’ente gestore, ha studiato interventi che prevedono spartitraffico modulari, paletti dissuasori e attraversamenti rialzati. Ma tra rallentamenti burocratici, competenze incrociate e scelte politiche, l’opera non è mai diventata realtà.
Nel frattempo, come misura alternativa, è arrivato un autovelox fisso. Utile per contenere la velocità, ma insufficiente a risolvere il problema strutturale.
Uno degli argomenti più utilizzati contro lo spartitraffico riguarda il passaggio dei mezzi di emergenza. Su una carreggiata stretta, con barriere centrali, come possono intervenire ambulanze e vigili del fuoco?
È una domanda legittima, ma non insolubile. In molte realtà italiane ed europee esistono soluzioni già sperimentate:
Spartitraffico modulari e amovibili, apribili in caso di emergenza;
Varchi programmati ogni alcune centinaia di metri, utilizzabili solo dai soccorsi;
Barriere flessibili che impediscono il traffico ordinario ma possono essere superate da mezzi speciali;
Interventi mirati di allargamento della sezione stradale nei punti più critici.
La sicurezza non è una scelta binaria tra prevenzione e soccorso: può e deve tenere insieme entrambe. Basta chiedere ai tecnici e una soluzione viene trovata. Se esiste la volontà politica di trovarla ovviamente.
Viene naturale una considerazione. La competenza di questo tratto appartiene, secondo la normativa, al comune di San Giorgio a Liri.
Esiste, però, una questione di opportunità. La sicurezza della SR630 non interessa un singolo comune. Comunità che hanno visto, come Coreno Ausonio ma la lista è tragicamente lunga, morire sulla SR630 propri concittadini non hanno il diritto di sedersi ad un tavolo istituzionale decisionale? O devono solo sedersi sui banchi delle chiese per piangere i morti?
Oggi, lungo la SR 630 a San Giorgio a Liri, restano segni silenziosi: croci, fiori, candele. Non sono arredi urbani. Sono avvertimenti.
Ogni vittima racconta una storia che si interrompe all’improvviso. Ogni incidente solleva la stessa domanda: quanto vale una vita rispetto ai tempi della burocrazia?
Viene chiesto silenzio. Durante i funerali certamente. Poi, però, bisogna dare voce ai morti. Che avrebbero solo voluto continuare a vivere.
Qualcuno potrà dire che non bisogna fare polemica utilizzando i morti. Giustissimo.
Nessuna polemica. Non ci interessano i giochi di potere. Non ci interessa sostenere o attaccare il politico di turno.
Come sempre, con lo spirito di Pasquino, vogliamo solo stimolare chi “comanda” ad avere cura dei cittadini. Secondo Legge e Coscienza.
La 630 continua a scorrere, giorno dopo giorno. Ma la comunità che la attraversa chiede qualcosa di semplice e radicale allo stesso tempo: non dover più piangere morti evitabili.
Finché quella richiesta resterà senza risposta, questa non sarà solo una strada regionale.
Sarà una strada che continua a collezionare croci.
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