Attualità
Serena Mollicone, la necessità ineludibile di una maxi perizia collegiale
L’opinione pubblica ha un ruolo importante nel processo penale, ma deve restare vigilante, non giudicante.

Di Pierdomenico Corte Ruggiero
Ci vorrà ancora qualche mese per il processo d’appello bis per l’omicidio di Serena Mollicone. Troppo per i ritmi frenetici della giustizia mediatica.
Per tenersi in allenamento, quindi, nulla di meglio di interviste e trasmissioni tv. Con annesso confronto/scontro.
Consulenti delle parti civili, consulenti della difesa, famigliari di Serena e di Santino.
Tutti a spiegarci perché è certa la colpevolezza o perché è certa l’innocenza degli imputati.
Con tutto l’assoluto rispetto per la professionalità dei consulenti e per il dolore dei famigliari, ci troviamo davanti alla fiera dell’ovvio.
Naturale ed ovvio che la parte civile vada a mostrare ed interpretare gli elementi che portano a sostenere l’assoluta colpevolezza degli imputati. Ovvio che la difesa faccia il contrario.
Ci presentano una visuale parziale. Com’è normale che sia.
Può bastare? Se vogliamo la verità oltre ogni dubbio no non può bastare.
La Procura di Cassino ha portato molti indizi ma le prove mancano.
Non è stato trovato un movente. Si la condanna può avvenire anche mancando il movente secondo l’orientamento costante della Cassazione.
Le cose cambiano, e di molto, quando a mancare è anche il motivo per cui Serena si reca in caserma.
No, non è elemento secondario o addirittura ininfluente.
Già non è stato mai spiegato perché improvvisamente Serena decide di non recarsi a Sora e di ritornare ad Arce.
Per quale motivo Serena decide di non andare a scuola e di recarsi in caserma?
La Procura sostiene che Marco Mottola ha incontrato Serena ad Isola Liri e le offre un passaggio.
Le prove di tutto questo? La testimonianza di Carmine Belli. Oggettivamente caratterizzata da carente attendibilità. Primo lui nel processo che lo ha visto imputato ha sempre dichiarato di aver visto Serena, presso il Bar della Valle e con un ragazzo con i capelli mesciati, il 31 maggio.
Secondo il socio di Belli sostiene che è stata vista il 31 maggio.
Terzo dopo il recente “scoop”, che oggi potrebbe diventare dannoso per l’accusa e per le parti civili, su alcune dichiarazioni di Belli, la sua attendibilità rischia di essere ancora più bassa https://www.lapresse.it/cronaca/2024/11/29/omicidio-serena-mollicone-il-dentista-di-mambro-smentisce-carmine-belli/ .
La barista del Bar della Valle, che in un primo momento riconosce in Marco Mottola il ragazzo mesciato, già dal 3 giugno 2001 dichiara che la ragazza che vede non è Serena Mollicone. Dichiara anche che il ragazzo mesciato era in ciabatte, pantaloncini corti, non guidava lui la Y10 e risulta più basso di Marco Mottola. A bordo della Lancia c’erano anche una seconda ragazza e un ragazzo al posto di guida.
Dove andava il presunto Marco Mottola alle 9 del mattino in ciabatte e pantaloncini? Perché non guida lui la sua auto? Chi erano la ragazza e il ragazzo non identificati?
Inoltre basterebbe chiedere ad un carrozziere se è possibile consegnare nel pomeriggio una vettura che alle 10 del mattino non è stata ancora verniciata e messa nel forno.
Senza prove di un incontro tra Marco Mottola e Serena la mattina del 1° giugno, la mancanza del perché Serena si reca in caserma è molto pesante.
Esiste la testimonianza di Santino Tuzi che colloca Serena Mollicone in caserma ad Arce la mattina del 1° giugno.
Testimonianza che Tuzi ritratta per poi confermare. Prima di suicidarsi.
Leggendo le centinaia di pagine delle trascrizioni delle dichiarazioni di Tuzi appaiono evidenti i molti dubbi sull’avvistamento di Serena.
Dubbi espressi ripetutamente dallo stesso Tuzi. Per molti Tuzi ha visto veramente Serena Mollicone in caserma. Per altri invece no.
In realtà, leggendo tutte le dichiarazioni di Santino Tuzi, appare evidente che in assoluta buonafede cercava di ricostruire il ricordo. Senza una certezza assoluta. Forse era Serena. Forse non era Serena.
Inoltre perché Tuzi rilascia queste dichiarazioni dopo sette anni dai fatti? Era una persona onesta e un carabiniere scrupoloso. No, non ci sono prove o indizi di minacce. La famosa frase “mi mettono le manette” pronunciata da Tuzi nel marzo 2008 trova spiegazione nella querela che deposita nel giugno 2007. Quasi nove mesi prima.
Ci sono stati moltissimi casi simili. Come quello di Eugenio Laudicino il testimone chiave nella strage di via Caravaggio. Che non è riuscito a dare certezze sulla persona vista quella notte.
Le testimonianze di Malnati, De Fonseca, Torriero, Iommi, Gemma e Tersigni hanno punti deboli.
Ci sono avvistamenti di Serena dopo le ore 13 che non sono stati “smontati” con prove inoppugnabili.
Sul nastro adesivo sono state trovate impronte digitali che non appartengono agli imputati. E non basta dire che sono frutto di contaminazione, bisogna provarlo. Senza fare confusione.
Sull’impronta è stato trovato il DNA di un ufficiale del Ris ma l’impronta dattiloscopica non appartiene a lui.
Oggettivamente, tabulati alla mano, i Mottola non sembrano avere il tempo sufficiente per recarsi da Arce a Fontecupa per occultare il corpo. Inoltre aveva piovuto molto, i segni sulle scarpe e sugli abiti di Franco Mottola sarebbero stati evidenti alle persone che lo hanno incontrato in caserma ad Arce. Poi perché scegliere proprio Fontecupa?
Tanto più che l’occultamento, secondo la Procura, è avvenuto nella notte tra il 1 e il 2 giugno quando ancora non era stata diffusa la notizia di avvistamenti di Serena.
Ci dicono che ci sono elementi scientifici inoppugnabili.
La consulenza Cattaneo che individua nella porta della caserma l’arma del delitto. La consulenza del Ris che indica una elevata compatibilità tra i frammenti di legno trovati sul corpo di Serena e la porta. Elevata compatibilità anche per una piccola scheggia metallica trovata sul corpo, che per i Ris è della caldaia dell’appartamento dove si trova la porta.
Però quello della Professoressa Cattaneo è un esperimento scientifico al termine del quale a suo giudizio esiste ottimale compatibilità tra il cranio di Serena e la lesione nella porta. Ma se facciamo fare lo stesso esperimento ad altri medici legali cosa accadrebbe?
Per essere più chiari, è stato verificato il grado di consenso che la tesi raccoglie nella comunità scientifica?
Diventa vincolante quanto scritto dal Gip del Tribunale di Napoli nel 2015 nell’archiviare la nuova indagine sulla strage di via Caravaggio.

Difficile affermare oltre ogni ragionevole dubbio che dei minuscoli frammenti di legno possano appartenere solo ed esclusivamente a quella porta. Idem per la vernice.
Ci si divide tra innocentisti e colpevolisti. Troppo semplicistico.
Vogliamo invece credere nella terza via.
Quella indicata dal art 533 cpp. Una condanna deve essere possibile solo “al di là di ogni ragionevole dubbio”.
E oggettivamente nel processo per l’omicidio di Serena Mollicone ci sono diversi e ragionevoli dubbi.
I testimoni anche se escussi ininterrottamente fino a che non gelerà l’inferno non porterebbero delle certezze. Anzi. Questo dopo due processi di merito è evidente.
Per fare chiarezza anche qui esiste una terza via. Non accogliere le tesi scientifiche della difesa o dell’accusa.
Procedere invece ad una maxi perizia collegiale con periti nominati dalla Corte.
Che vadano a verificare le cause della morte, la compatibilità della ferita con la porta e l’impronta digitale, i frammenti di legno e di vernice.
Così da sciogliere tutti i dubbi.
Se confermano la consulenza Cattaneo che si proceda alla condanna più dura. Invece se non la confermano è doverosa l’assoluzione con la formula più ampia.
Altrimenti una condanna sarà soggetta ad un probabile annullamento della Cassazione visto che si reggerebbe sugli stessi elementi valutati dalla prima corte. Mentre l’assoluzione sarà sempre messa in discussione.
Serena Mollicone non merita il tempo e il denaro per una maxi perizia?
Anche in campo mediatico sarebbe auspicabile una terza via. Non spingere le persone, con documenti parziali, a schierarsi ma dare loro elementi per avere un giudizio fondato sugli atti. Come ci hanno insegnato “Telefono Giallo” e “Blu Notte”.
L’opinione pubblica ha un ruolo importante nel processo penale, ma deve restare vigilante, non giudicante.
In una democrazia, è giusto che i cittadini si interessino ai processi, pongano domande e pretendano trasparenza: il controllo dell’opinione pubblica è un antidoto contro abusi, insabbiamenti e ingiustizie.
Tuttavia, quando l’opinione pubblica pretende di sostituirsi ai giudici, spinta da emozione o pressione mediatica, si rischia il linciaggio morale, la gogna preventiva e la perdita del principio di presunzione d’innocenza.
Che ha la stessa dignità del diritto alla verità per le vittime.
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