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31 Agosto 2026

Alla scoperta del Molise lungo il cammino per Itaca: intervista a Rossana Vaudo

Intervista a Rossana Vaudo su Molise, cultura, il format SmallTalk e la forza di ritrovare se stessi.

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Credit foto Rossana Vaudo

Di Pierdomenico Corte Ruggiero

Abbiamo nuovamente, https://ilsud-est.it/cultura/2025/11/17/dialogo-con-rossana-vaudo-tra-scienza-emozioni-luci-ed-ombre/ , il piacere di dialogare con Rossana Vaudo, che ringraziamo.

Credit foto Rossana Vaudo

Parlaci del progetto Small Talk: obiettivi, protagonisti, luoghi.

SmallTalk è un format destinato alla rete, che nasce, da un’idea di Charles Papa, allo scopo
di promuovere e raccontare il territorio in modo trasversale, dinamico e innovativo. Si
presenta quindi come un grande contenitore video, di cui la location, nella sua essenza,
diventa protagonista assoluta. In un susseguirsi dinamico di performance artistiche, salotti,
dj set, è l’arte stessa degli ospiti a raccontare i borghi. Con un magistrale movimento delle
camere e una fotografia straordinaria, ogni spazio si trasforma in un luogo vivo e condiviso.
Per questo lo slogan di SmallTalk è: cultura in movimento.
Il progetto è stato finanziato dalla Regione Molise nell’ambito del Piano di Sviluppo e
coesione, e in questa stagione sono state girate otto puntate, ciascuna in un borgo del
Molise. Ururi, Ferrazzano, Montecilfone, Frosolone, Termoli, Casalciprano, San Martino in
Pensilis, Salcito, i comuni coinvolti. In tutto trentasei ospiti, professionalità di origini
molisane che spiccano nell’ambito della cultura e delle arti. Come Piero Ricci, maestro della
zampogna, i fratelli De Luca, vincitori del David di Donatello per il miglior trucco prostetico,
o Pierfrancesco Citriniti, regista e film maker di Propaganda Live.
Un’ulteriore puntata ha riguardato in seguito Montaquila, e sono attualmente in corso
colloqui per portare SmallTalk addirittura a Berat, città patrimonio UNESCO in Albania.
Un progetto, dunque, a tutti gli effetti ancora in movimento.

Credit foto Rossana Vaudo


Tu non sei molisana per nascita ma d’adozione. Hai scelto il Molise, quindi raccontaci
questa Regione.


È così, sono stata adottata dal Molise. In genere sono molto sensibile all’energia dei luoghi
e quando sono arrivata per la prima volta in questa regione, ormai quasi trent’anni fa, ho
percepito il suo registro lento, pacato, accogliente. Credo sia stato questo ad attrarmi, il
senso di serenità che il territorio molisano infonde. Adattarsi, provenendo da regioni attive
e quasi frenetiche come il Lazio, o la Campania dove ho frequentato l’università, non è
stato semplice. A mancarmi erano soprattutto itinerari. Quando vivevo a Gaeta, avevo a
portata di mano un patrimonio storico, culturale, paesaggistico e naturalistico immenso. I
miei week end erano dedicati a esplorazioni, escursioni, passeggiate, gite fuori porta. Il
Molise, tranne poche eccezioni quali il Matese e la costa, mi si presentava invece come un
territorio prevalentemente rurale, modellato dall’agricoltura e dalle frane. La vera scoperta
del Molise è avvenuta grazie ai social, a Instagram in particolare. La fotografia ha permesso
di rivalutare luoghi, di farli conoscere, di costruire economie attorno a bellezze
straordinarie prima quasi sconosciute. Basti pensare alle cascate di Carpinone, o alle
sorgenti del Volturno. Anche la pandemia è stata d’aiuto. Quando non era possibile
oltrepassare i confini regionali, l’ho girata in lungo e in largo. Scoprendo ricchezze
straordinarie, come i graffiti preistorici di Morricone del Pesco, i paesaggi incantati di Valle
Fiorita, le cascate e il ponte tibetano a Roccamandolfi, il parco dei calanchi a Montenero di
Bisaccia, il castello di Lupara o il teatro sannitico di Pietrabbondante.

Negli anni, gli itinerari di cui avevo sentito la mancanza, compresi quelli che ripercorrono
gli antichi tratturi della transumanza, hanno iniziato a delinearsi. E ad attrarre turismo,
anche dall’estero. Così come hanno iniziato a caratterizzarsi i piccoli borghi. Grazie a
SmallTalk e agli eventi di cui sono stata ospite, ho avuto modo di conoscerli meglio, di
scoprire anche qui scrigni preziosi che meritano di essere svelati. Un esempio recentissimo,
il museo del profumo a Poggio Sannita.
Oggi il Molise è una regione dove il turismo è in crescita, dove ogni borgo riconosce la
propria autenticità e la offre al visitatore in cerca di esperienze autentiche, lontano dalla
massa e dai luoghi comuni.

Credit foto Rossana Vaudo


Come nasce, tra serio e faceto, il “Molise non esiste”?


Il Molise è una regione giovanissima, nata nel 1963 a seguito di un referendum che la volle
separata dall’Abruzzo. A mio avviso, una scelta politica poco lungimirante, corresponsabile
del mancato sviluppo e dell’isolamento che ha reso il Molise una Regione quasi invisibile a
livello nazionale. Da cui il meme, lanciato una decina d’anni fa dai social e dalla satira e
ripreso anche da Maurizio Crozza in un suo monologo.
“Il Molise non esiste resiste” è poi una celebre scritta su una parete diroccata del piccolo
comune di Civitacampomarano, realizzata nell’ambito del primo CVTà Street Fest, un
festival di street art che richiama artisti anche dall’estero e che tanto ha contribuito a
riqualificare questo borgo semiabbandonato. Il simbolo forse più rappresentativo di come
Molise abbia saputo sfruttare quello che era un tormentone, un running joke, per farne un
prodotto di marketing territoriale, una sorta di brand. Non solo per magliette, calamite e
souvenir, ma per il Molise stesso. Che inizia così a occupare un posto di tutto rispetto tra le
mete turistiche italiane più gettonate.
Restano però profondi limiti allo sviluppo di questa piccolissima Regione. In primo luogo le
infrastrutture, con una viabilità costantemente compromessa da lavori in corso e dissesti.
Spostarsi in Molise significa munirsi di pazienza e di buoni ammortizzatori. E oggi, dopo il
crollo del ponte sul Trigno, anche muoversi lungo la direttrice adriatica comporta analoghe
difficoltà.
Va poi sottolineato che, con poco più di trecentomila abitanti, più o meno gli stessi di una
città come Catania, le risorse economiche non possono che essere scarse. Se a ciò si
aggiungono una gestione a volte poco attenta e un sistema politico spesso basato su
logiche di tipo feudale, forse rigurgiti del grande Contado del Molise da cui la Regione ha
preso il nome, è chiaro che le prospettive di crescita restano principalmente legate ad
iniziative individuali. A coloro che hanno saputo fare della cultura, ma anche dell’amore per
il territorio e le sue tradizioni, un volano economico.


Nel film “Come un gatto in tangenziale – Ritorno a Coccia di Morto” si vuole sfatare il
“con la cultura non si mangia”. La cultura crea ritorno occupazionale. Però c’è una
difficolta nel capire che la cultura, non il nozionismo, è indispensabile per creare figure
competenti nei vari campi dell’economia, del lavoro e della pubblica amministrazione. Da docente, perché è difficile comprendere questo basilare principio e la differenza tra
cultura e nozionismo?


La scuola moderna pone le competenze, il saper fare, al centro dell’azione didattica.
Almeno sulla carta. Di fatto c’è però un retaggio culturale ancora ben radicato, anche tra
molti docenti, che vede le pure conoscenze, le nozioni, come fondamentali e indispensabili,
anche oggi che la tecnologia informatica ce le mette a disposizione in pochi istanti, senza
necessità di dover ricordare. Nonostante gli studenti abbiano più bisogno di sapersi
orientare tra questa moltitudine di informazioni, di imparare a riconoscere l’affidabilità
delle fonti, di sviluppare senso critico.
Senza scendere in considerazioni di tipo politico, oggi più che mai è evidente che un’ampia
fetta di popolazione trovi rassicurante ciò che fa parte del passato, della tradizione. “Si è
sempre fatto così” è un’affermazione che purtroppo ricorre anche quando si tratta di
scuola, al di là dei proclami. Basti pensare alla volontà del Ministro Valditara di reintrodurre
lo studio delle poesie a memoria.
Accogliere il cambiamento richiede una mente aperta, e questo vale anche per individuare
nuovi modelli di sviluppo in un mondo che si trasforma in modo veloce e a volte
imprevedibile. La vera cultura, dunque, è quella che dissemina idee, le condivide, le
rielabora quando necessario. Quella che può diventare un concreto motore di sviluppo,
anche e soprattutto dove mancano risorse convenzionali. La cultura è quella che sa
trasformare uno sfottò, come “Il Molise non esiste”, in un’occasione di rilancio, perché non
segue strade già percorse, ma ne esplora di strade nuove, e se necessario se le inventa.
Nel film Come un gatto in tangenziale si eviscera proprio questo dualismo. La cultura con
cui non si mangia è quella fine a se stessa, astratta e se vogliamo inutile, ostentata da una
certa classe intellettuale per ribadire la propria posizione di privilegio. Quella vera è invece
a servizio della società, è capace di costruire ponti, di attuare trasformazioni positive, di
migliorare la vita di tutti, valorizzando la bellezza e l’arte.

Credit foto Rossana Vaudo

Tu sei originaria di Gaeta e in Molise vivi in una città di mare. Il mare, da sempre,
rappresenta accoglienza, esplorare l’altro. Oggi, invece, si vorrebbe mettere il filo spinato sul mare. Si tratta di bisogno di sicurezza o di incapacità di aprirsi verso il “diverso”, di necessità di trovare un capro espiatorio?


Penso che si tratti di un bisogno di semplificazione, oltre che di una carenza di quella
cultura di cui parlavamo prima. Lo vediamo in più ambiti: ci si affida alla soluzione più facile
da comprendere, ancor più se identifica un nome, un responsabile a cui dare la colpa, un
capro espiatorio. Capire dinamiche complesse, come quelle dell’immigrazione o del
cambiamento climatico, richiede un bagaglio culturale non indifferente. Richiede studi
specifici. Non alla portata di chiunque.
In altre epoche, chi non ne era in possesso si sarebbe fidato degli esperti. Oggi, invece,
chiunque può avere voce, chiunque reclama il diritto di dire la propria, anche senza capirci
nulla, senza aver studiato. Basta dare uno sguardo ai commenti sui social per avere un’idea
della proporzione del fenomeno.

La paura, la ricerca di colpevoli, il rifiuto del nuovo o del diverso può essere utile a certa
politica, ma non risolve alcun problema, anzi li complica, poiché ostacola la ricerca di
soluzioni. Di cui abbiamo urgente bisogno, prima che sia troppo tardi.
Come la storia del Molise insegna, restringere i confini, isolarsi, ci rende più poveri, da tutti
i punti di vista.
Il mare, fin dall’antichità, rappresenta libertà, comunicazione, cultura, e deve continuare a
esserlo. Ricordiamo infine che se possiamo vantarci di vivere in un Pease così straordinario
lo dobbiamo proprio a tutto ciò che, attraverso il mare, nei secoli è giunto a noi, compresa
la tanto declamata cultura greca.


Ha avuto molto successo il recente film “Odissea”. Viviamo un po’ tutti la nostra
Odissea. Lo chiedo a te che nei tuoi romanzi hai trattato l’argomento, come si trova la
forza per tornare ad Itaca?


La vita di ciascuno di noi è un viaggio verso una destinazione solo immaginata, ma di cui
nella realtà non conosciamo il percorso, né la durata. Per questo, come scrivo nel romanzo
“Il secondo principio”, se da una parte è necessario pianificare il nostro futuro e investire
energie nei nostri progetti, dall’altra dobbiamo essere pronti ad affrontare gli ostacoli che
potremmo trovarci davanti. Essere pronti a scegliere nuove direzioni, sfruttando i venti che
soffiano a favore. Come Ulisse.
Se c’è dunque un’Itaca in questo viaggio che è la vita, allora Itaca siamo noi stessi. La
raggiungiamo dopo aver compreso chi siamo, cosa vogliamo, dopo aver ritrovato la nostra
autenticità. E spesso sono proprio le difficoltà del viaggio che ci aiutano a scoprirlo.


In tanti parlano dei giovani, spesso in senso negativo, ma come si parla con i giovani?


Quando mio nonno criticava la mia generazione, mia nonna lo metteva a tacere ricordando
lo squallore dei loro tempi. Era una donna illuminata, anche se nata nel 1916 e con
un’istruzione conclusa con la sesta elementare.
La verità è che i tempi cambiano e i giovani, di questo cambiamento, sono sempre i
pionieri. Parlare ai giovani significa dunque abbandonare gli stereotipi, rinunciare all’ovvio,
superare le apparenze.
I giovani, come è sempre stato, hanno un grande bisogno di comunicare, ma lo sanno fare
solo se l’ascolto è autentico. Parlare ai giovani significa dunque rinunciare a una falsa
autonarrazione e ritrovarci come eravamo, senza filtri, alla loro età.


Sei una bravissima fotografa. La vita meglio guardala in b/n o a colori?


Guardare foto in bianco e nero mi affascina moltissimo, ma nelle mie ho sempre preferito il
colore. Rinunciarvi significherebbe per me perdere qualcosa. Lo stesso vale per la vita,
dove ritengo che ogni sfumatura abbia un senso e meriti di essere colta.


Quando avremo il piacere di leggere il tuo prossimo romanzo?


Sono concentrata nella scrittura del mio terzo romanzo proprio in questi giorni,
consapevole che dopo la riapertura delle scuole avrò meno tempo. Spero possa uscire entro il prossimo anno, anche se i tempi tecnici dell’editoria sono in genere piuttosto
lunghi.