30 Marzo 2026
Quando il disordine diventa sistema
la situazione dei conflitti in Iran e Ucraina sta degenerando, Stati Uniti e Ucraina stessi non pare comprendano la situazione la cui gravità i loro atti sembrano acuire

Analisi
Aree di crisi nel mondo n. 282 del 29-3-26
Ucraina e Iran: due guerre che si nutrono a vicenda, due narrative occidentali che scricchiolano, e un’America che scopre i limiti reali della propria macchina militare proprio nel momento peggiore.
Di Stefano Orsi Il Sudest · 29 Marzo 2026
C’è un momento, nel corso di ogni guerra prolungata, in cui la realtà comincia a fare a pugni con la narrativa che la circonda. Per il conflitto ucraino quel momento è arrivato da tempo, anche se fatica a essere riconosciuto nei luoghi in cui si costruisce l’opinione pubblica occidentale. Per la guerra in Iran — l’Operazione Epic Fury, come l’ha battezzata l’amministrazione Trump con il gusto per il naming che la contraddistingue — quel momento sembra stia arrivando adesso, nella quinta settimana di bombardamenti, con la portaerei Gerald Ford fuori combattimento, un AWACS distrutto in Arabia Saudita, le milizie filo-iraniane che colpiscono liberamente le basi americane in Iraq, e gli Houthi che entrano ufficialmente in guerra dalla parte di Teheran. Proviamo a fare il punto su entrambi i fronti, cercando di andare oltre i comunicati ufficiali.
Ucraina: una guerra bloccata che si svuota lentamente
Sul fronte ucraino non è cambiato molto rispetto alla settimana scorsa, e questo è di per sé una notizia. I russi avanzano nelle direzioni che contano — Kharkiv, Slavyansk, Sumy, la DPR — a ritmi di qualche centinaio di metri al giorno, il che nella logica attuale del conflitto equivale a un’avanzata costante. Il fronte è dominato dai droni a tal punto che le unità operano ormai in gruppetti di due o tre uomini: schierare reparti più grandi vuol dire essere individuati e distrutti nel giro di minuti. Gli “assalti meccanizzati” di cui si legge nei comunicati sono, nella realtà del campo, due trasporti truppe e un carro armato. È la guerra del 2026, e conviene smettere di leggerla con le categorie del 1944.
I droni ucraini continuano a colpire in profondità. Nella settimana appena trascorsa, tre attacchi in sette giorni ai terminal petroliferi di Ust-Luga e Primorsk nel Baltico, con danni all’infrastruttura di esportazione russa. Qui però vale la pena segnalare un’analisi pubblicata dallo Spectator — non esattamente un organo di simpatia per Mosca — che mette in discussione l’efficacia di questa tattica. Dopo la riforma fiscale russa del 2024, il bilancio di Mosca incassa le entrate petrolifere nel momento dell’estrazione, non dell’esportazione. Distruggere raffinerie e terminal riduce l’offerta globale e fa salire i prezzi: con il greggio Urals probabilmente del 50% più alto rispetto a febbraio, la riduzione delle forniture fisiche viene compensata dall’aumento dei ricavi. L’effetto netto potrebbe essere un aumento delle entrate russe. Non lo diciamo noi: lo dice la stampa britannica.
Va inoltre registrato, senza che questa notizia abbia trovato il risalto che meritava, che i droni ucraini diretti verso Ust-Luga e Primorsk sorvolano lo spazio aereo di Estonia, Lettonia e Lituania. Tre di questi UAV si sono schiantati lungo la rotta, uno per paese, lungo quella che è evidentemente una traiettoria codificata. Il Cremlino ha risposto con una formulazione degna del migliore teatro dell’assurdo, affermando che i droni sorvolano lo spazio NATO “a loro insaputa”. Nessuno ci crede, nessuno lo dice ad alta voce, e tutti fanno finta che la cosa non abbia conseguenze. Per ora.
Il problema vero: i soldi stanno finendo
La notizia più importante della settimana sul fronte ucraino non riguarda il campo di battaglia. Secondo Bloomberg, l’Ucraina potrebbe esaurire i fondi per sostenere la guerra già a giugno. Il quadro è questo: il veto ungherese blocca un prestito UE da 90 miliardi di euro, ritorsione diretta per il rifiuto ucraino di riaprire l’oleodotto russo verso Slovacchia e Ungheria. Il sostegno diretto americano è stato ridotto. Il budget militare 2026 è in calo e l’esercito ha sospeso ordini di veicoli blindati. In parallelo, l’impennata dei prezzi del carburante — conseguenza diretta della guerra in Medio Oriente — sta riducendo le riserve operative delle Forze Armate ucraine per carri armati, artiglieria e APC. Due guerre che sembrano distanti si toccano nel modo più concreto possibile: alla pompa.
Sul versante diplomatico, Zelensky ha dichiarato che Washington chiede a Kiev di cedere l’intero Donbas alla Russia come condizione per ottenere garanzie di sicurezza. Lo riporta Die Zeit. L’Ucraina si trova così stretta tra una pressione militare che non allenta, una crisi finanziaria che si avvicina, e una mediazione americana che chiede concessioni sempre più pesanti in cambio di un sostegno sempre più incerto. Il Wall Street Journal scrive apertamente che gli USA potrebbero presto reindirizzare verso il Medio Oriente le armi destinate all’Ucraina. Rubio non lo ha escluso in conferenza stampa il 28 marzo.
In questo contesto torna utile ricordare l’ammissione di Victoria Nuland in una recente intervista al giornalista russo in esilio Mikhail Zygar. Nuland ha confermato che nel marzo 2022, poche settimane dopo l’invasione, un accordo di pace era a portata di mano. Le due parti erano, usando le parole di fonti a conoscenza dei negoziati, “davvero vicine”. La condizione principale di Mosca era la neutralità ucraina rispetto alla NATO e limitazioni agli armamenti di Kiev, senza però vincoli speculari per le forze russe. Fu a quel punto che Washington e Londra fecero pesare le loro riserve, e l’accordo si sgretolò. Nuland non lo nega: “fu a quel punto che crollò”, dice. Quattro anni di guerra e centinaia di migliaia di morti dopo, questa ammissione merita di uscire dalle note a piè di pagina.
«È chiaro che le relazioni della Russia con i paesi europei sono in crisi — non per nostra colpa, perché la crisi stessa è avvenuta per colpa sia della precedente amministrazione americana che di una serie di importanti paesi europei.»Vladimir Putin, briefing al Consiglio di Sicurezza, 27 marzo 2026
Iran: i limiti reali dell’Operazione Epic Fury
Il 28 febbraio 2026 — lo ripetiamo perché la data conta — gli Stati Uniti e Israele hanno avviato l’Operazione Epic Fury mentre erano in corso i negoziati diplomatici con Teheran sul dossier nucleare. Era il secondo fallimento dei negoziati in nove mesi. Attaccare durante i negoziati non è una dimenticanza: è una scelta. Lavrov l’ha definita “un tradimento”, e dal punto di vista della logica diplomatica è difficile trovare una parola più precisa.
Cinque settimane dopo, il bilancio militare americano-israeliano è quello che i comunicati ufficiali descrivono come un successo: oltre 1.000 obiettivi colpiti, quattro dei principali siti di produzione di missili balistici danneggiati, almeno 29 siti di lancio compromessi secondo un’analisi del Washington Post, il ritmo dei lanci iraniani ridotto del 90% rispetto ai picchi del giugno 2025. Sono numeri reali, e non ha senso negarli. Ma non raccontano l’intera storia.
L’Iran ha risposto con missili di nuova generazione che hanno penetrato le difese israeliane colpendo quartieri civili a Dimona e Arad — oltre 200 feriti — e ha lanciato missili verso Diego Garcia, la base USA-britannica nell’Oceano Indiano a 4.000 km di distanza. Il fatto che i missili non abbiano raggiunto l’isola è meno importante del fatto che siano stati lanciati: la gittata reale dell’arsenale iraniano si sta rivelando superiore a quanto dichiarato e, in alcuni settori, a quanto stimato dai servizi di intelligence occidentali. L’IRGC afferma di aver colpito con i missili Ghadr-380 sei navi da sbarco americane nel porto di Al-Shuyukh, affondandone tre. Soprattutto, il Gerald Ford è fuori combattimento — Trump stesso ha detto “dovevamo correre per salvarci la vita, era finita” — e la sostituzione con il gruppo del George Bush, già in transito, richiederà settimane, precisamente quelle che stanno erodendo la finestra di 60 giorni entro cui il presidente può condurre operazioni militari senza l’autorizzazione del Congresso.
Il 27 marzo alla base saudita Prince Sultan è stato distrutto un Boeing E-3 Sentry AWACS. In sé sembrerebbe una perdita singola. Il contesto la rende molto più grave: degli E-3 originali, 15 sono stati cannibalizzati tra il 2023 e il 2024 per recuperare pezzi di ricambio. Ne restano 16 teoricamente utilizzabili, con un tasso di prontezza operativa del 55-56%. Il programma sostitutivo E-7A Wedgetail è in una situazione critica: Hegseth ne aveva proposto la cancellazione, il Congresso lo ha salvato iniettando 1,1 miliardi supplementari, ma nessuno conosce i tempi di messa in servizio. Nel frattempo, il sistema che deve essere sostituito viene abbattuto in guerra. Se fosse successa la stessa cosa a un A-50 russo, la copertura mediatica occidentale sarebbe durata settimane.
La dottrina dei droni che l’America non ha imparato
Nelle stesse ore, al Victory Base Complex di Baghdad, milizie sciite filo-iraniane hanno colpito con droni FPV a basso costo un elicottero HH-60M configurato per l’evacuazione medica e un radar Sentinel AN/MPQ-64. Lo confermano fonti indipendenti come The War Zone e Militarnyi. La domanda che si pone da sola è questa: quattro anni di guerra in Ucraina, con la più documentata e analizzata evoluzione della guerra dei droni nella storia militare recente, hanno insegnato qualcosa all’esercito americano sulla difesa dai piccoli UAV commerciali e FPV? A giudicare dai risultati operativi, la risposta è no. L’addestramento rimane sbilanciato verso l’uso offensivo; la dottrina difensiva è sistematicamente sottosviluppata. Le lezioni di Kherson e Zaporizhia non sono state metabolizzate.
Questo si inserisce in un quadro più ampio che vale la pena guardare con onestà. La base industriale della difesa americana si è contratta in modo drammatico dopo la fine della Guerra Fredda. Nei primi anni Novanta il Pentagono aveva 51 appaltatori principali in competizione per i contratti di difesa: oggi sono cinque. La produzione mensile di proiettili di artiglieria è passata da 438.000 unità al mese della Guerra Fredda a 14.400 alla vigilia dell’invasione ucraina del 2022, risalita faticosamente a 40.000-55.000 unità nonostante miliardi di investimenti — ancora lontana dall’obiettivo di 100.000. Si può spendere quasi mille miliardi di dollari l’anno in difesa e scoprire, nel momento in cui quella difesa serve davvero, che la capacità industriale reale è quella di una potenza di secondo rango. È quello che sta succedendo.
Trump, i 15 punti e la diplomazia come variabile dipendente
Il 26 marzo Trump ha annunciato su Truth Social una pausa di dieci giorni dagli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, scadenza il 6 aprile. Ha detto di aver “concesso loro dieci giorni, ne avevano chiesti sette”. L’Iran ha smentito immediatamente di aver chiesto qualsiasi pausa. Nello stesso giorno Israele ha colpito i due maggiori impianti siderurgici iraniani a Isfahan e Ahvaz, una centrale elettrica e siti nucleari civili, incluso il reattore a acqua pesante di Arak — già distrutto nel giugno 2025 e nel frattempo ricostruito. Il Ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha scritto che questi attacchi “contraddicono la scadenza estesa di Trump per la diplomazia”. Ha ragione. La pausa riguarda i siti energetici; gli attacchi militari continuano. La distinzione, nella pratica, significa poco.
Washington ha inviato a Teheran, tramite mediatori in Pakistan e Oman, un piano in quindici punti che chiede lo smantellamento completo di Natanz, Isfahan e Fordow, restrizioni sui missili balistici e la riapertura permanente di Hormuz, offrendo in cambio la revoca delle sanzioni e assistenza per il nucleare civile. Un alto funzionario di un paese mediatore riferisce che Trump sembrerebbe orientato verso un’operazione terrestre se i negoziati fallissero. Un secondo mediatore ricorda che tenere Kharg Island — l’isola attraverso cui transita il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane, e che sembra essere il principale obiettivo operativo ipotizzato — richiederebbe molte più truppe di quelle disponibili e una campagna ben più lunga della finestra di sei settimane che Washington ha reso pubblica. Anche il vicepresidente Vance avrebbe detto a Netanyahu che rovesciare il regime iraniano non è realistico.
Nel frattempo, i sostenitori della linea dura a Teheran chiedono apertamente lo sviluppo di armi nucleari e il ritiro dal Trattato di non proliferazione. Reuters lo conferma, aggiungendo che la discussione è più esplicita che in qualsiasi momento precedente, con l’IRGC in posizione di crescente influenza sulle scelte strategiche iraniane. È l’effetto prevedibile — e previsto da molti analisti — di un attacco condotto durante i negoziati: rafforzare la fazione che aveva ragione a non fidarsi dell’interlocutore americano.
Hormuz, gli Houthi e le conseguenze che già si vedono
Il 28 marzo Ansarullah ha dichiarato formalmente di essere entrata in guerra a fianco dell’Iran, lanciando missili balistici contro siti militari israeliani. Il loro controllo dello Stretto di Bab el Mandeb si aggiunge alla pressione iraniana su Hormuz. Se entrambe le vie fossero bloccate simultaneamente, il sistema commerciale globale degli idrocarburi si troverebbe senza due delle sue arterie principali in un lasso di tempo che i mercati non hanno ancora incorporato nei prezzi, nonostante il greggio Brent abbia già superato i 115 dollari al barile. La catena di approvvigionamento globale dei fertilizzanti si è ridotta fino al 33%. Le Filippine hanno dichiarato lo stato di emergenza energetica. Non saranno le ultime.
L’ex capo dell’intelligence britannica MI6, Alex Younger, ha descritto su The Economist la strategia iraniana come “escalation orizzontale”: espansione geografica del conflitto per moltiplicare i fronti su cui Washington deve operare contemporaneamente, con la minaccia su Hormuz come leva di pressione globale. “Hanno giocato bene le loro carte”, ha concluso. Una valutazione notevole, proveniente da chi ha passato una carriera a studiare e contrastare Teheran.
Una nota finale su ciò che le due guerre hanno in comune
C’è un filo che attraversa entrambi i conflitti e che merita di essere nominato esplicitamente. In Ucraina, il sistema occidentale ha scelto nel 2022 di non percorrere una via negoziale che, stando alla testimonianza di Nuland stessa, era percorribile. In Iran, ha scelto di attaccare durante i negoziati. In entrambi i casi, la narrativa prevalente ha presentato queste scelte come inevitabili o come risposte all’aggressione altrui, oscurando il momento in cui una decisione diversa avrebbe potuto produrre un esito diverso.
Non si tratta di assolvere nessuno: né Mosca, che ha invaso un paese sovrano, né Teheran, che non è uno stato liberale. Si tratta di riconoscere che le guerre in corso non sono catastrofi naturali prive di cause umane identificabili, e che quelle cause includono anche scelte fatte nelle cancellerie occidentali. Riconoscerlo non è antioccidentalismo: è il minimo indispensabile per sperare che la prossima crisi, quale che sia, venga gestita con più intelligenza di questa.
Stefano Orsi
Il Sudest · Esteri
29 Marzo 2026

