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30 Marzo 2026

Giustizia, oltre il referendum: la riforma possibile tra garanzie e indipendenza

Necessaria riforma della giustizia che unisca indipendenza, responsabilità ed efficienza.

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Di Pierdomenico Corte Ruggiero

Il referendum sulla giustizia si è concluso, ma il vero lavoro comincia adesso. Perché resta comunque la necessità di cambiare qualcosa nel funzionamento della giustizia italiana. Senza demolire il sistema, ma correggendo gli squilibri che negli ultimi anni hanno alimentato sfiducia, polemiche e scontri istituzionali.

Il rischio, però, è che il dibattito resti prigioniero della logica del tifo: da una parte chi vede nella magistratura un potere incontrollato, dall’altra chi teme che ogni riforma nasconda il tentativo di indebolire l’autonomia dei giudici. E’ necessario uscire da questa contrapposizione sterile.

Una riforma credibile della giustizia deve tenere insieme due principi che non sono incompatibili: indipendenza della magistratura e responsabilità nell’esercizio del potere giudiziario.

Il primo nodo è il rapporto tra pubblici ministeri e giudici. La separazione totale delle carriere è stata a lungo presentata come la soluzione per garantire un giudice davvero terzo rispetto all’accusa. Ma c’è anche un rischio evidente: creare due corpi distinti potrebbe rendere il pubblico ministero più esposto alle pressioni della politica. Una soluzione più equilibrata esiste ed è già nella vigente riforma Cartabia: mantenere l’unità dell’ordine giudiziario, ma limitare in modo molto più rigido il passaggio da giudice a pubblico ministero e viceversa. Se il cambio di funzione diventa raro e circoscritto all’inizio della carriera, la distanza professionale aumenta senza mettere a rischio l’indipendenza.

Un secondo punto riguarda la responsabilità dei magistrati. L’idea che i giudici siano immuni dagli errori è semplicemente falsa: gli errori esistono e, quando accadono, hanno conseguenze pesanti sulla vita delle persone. Allo stesso tempo, una responsabilità civile diretta rischierebbe di trasformare ogni processo in una minaccia di cause contro il magistrato. Il punto di equilibrio potrebbe stare in un sistema più trasparente: quando lo Stato viene condannato per errore giudiziario, la posizione del magistrato dovrebbe essere automaticamente riesaminata e, nei casi di dolo o colpa grave, dovrebbero scattare conseguenze disciplinari reali.

Anche la valutazione della professionalità dei magistrati merita una revisione. Oggi molti osservatori denunciano un sistema autoreferenziale, in cui le valutazioni sono quasi sempre positive. Coinvolgere l’avvocatura nei consigli giudiziari potrebbe rendere il sistema più credibile, purché si evitino conflitti di interesse. Gli avvocati potrebbero partecipare alla valutazione su aspetti organizzativi e professionali — tempi delle decisioni, gestione delle udienze, efficienza del lavoro — lasciando ai magistrati le valutazioni più strettamente giurisdizionali.

C’è poi il tema della custodia cautelare, uno degli strumenti più delicati del diritto penale. Serve a impedire fughe, inquinamento delle prove o la reiterazione di reati gravi. Ma negli anni è stata spesso criticata per un uso eccessivo, soprattutto nei procedimenti che poi si concludono con assoluzioni. La soluzione non è abolirla, ma renderla davvero una misura eccezionale, privilegiando quando possibile strumenti meno invasivi come arresti domiciliari, controlli elettronici e divieti di avvicinamento.

Infine, la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura resta fortemente auspicabile. Le vicende degli ultimi anni hanno mostrato quanto il sistema delle correnti possa trasformare l’organo di autogoverno dei magistrati in un terreno di competizione politica interna. Un sistema misto, che affianchi l’elezione a una quota di componenti sorteggiati tra magistrati con requisiti di esperienza, potrebbe ridurre il peso delle correnti senza eliminare il principio democratico.

Tutto questo, però, rischia di essere insufficiente se non si affronta il vero problema strutturale della giustizia italiana: la lentezza dei processi. Tribunali sovraccarichi, carenza di personale amministrativo, procedure ancora troppo complesse. Senza un investimento serio su organizzazione, digitalizzazione e risorse umane, ogni riforma rischia di restare solo un intervento di superficie.

Il referendum ha riaperto una questione che la politica ha spesso preferito rimandare.

La giustizia non ha bisogno di una rivoluzione ideologica. Ha bisogno di una riforma intelligente, capace di rafforzare allo stesso tempo le garanzie dei cittadini e l’autonomia dei giudici. In altre parole: una magistratura indipendente, ma anche pienamente responsabile davanti al Paese.

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