26 Ottobre 2026
L’Eterno Ritorno dell’Illusione Liberale: Illusioni Tecnocratiche, Repressione Strategica e la Crisi Materiale Italiana

Di Maddalena Celano
Introduzione: Le piazze in subbuglio e la regia invisibile
Nelle ultime settimane, il panorama italiano è attraversato da una nebulosa di
mobilitazioni e disordini coordinati: blocchi dei trasporti, scioperi dei camionisti,
manifestazioni di piazza e agitazioni di categoria. A prima vista, il quadro appare
frammentato, quasi pulviscolare. Tuttavia, un’analisi dialettica e attenta ai rapporti di
forza rivela come questa dinamica non sia affatto il frutto di un’esplosione spontanea
o di una pura spinta rivoluzionaria dal basso.
Ciò che si intravede è l’azione di un soggetto politico ‘differito’ e a trazione borghese:
una rete informale composta da ceti medi illuminati, quadri produttivi, apparati
tecnocratici e reti d’opinione che bypassano deliberatamente la ‘trimurti’ sindacale
tradizionale, ritenuta burocratizzata e inadeguata. Questa borghesia progressista
muove le fila delle proteste per sollecitare una ristrutturazione dell’Italia in senso
liberale, moderno ed europeista. In questo schema, le frangie tradizionali della
Sinistra e i collettivi antagonisti vengono sistematicamente usati come ‘carne da
cannone’ o capri espiatori: esibendo i vecchi simboli della Sinistra radicale nelle
piazze di Roma e Milano, attirano la dura risposta repressiva del governo securitario
di destra (il cosiddetto conto dei “fratelli di taglia”), permettendo al contempo ai
registi liberali di rimanere coperti, incontaminati e pronti a proporsi come l’unica
alternativa ‘ragionevole’ e di governo.
La tara storica del liberismo in Italia: Dalle origini risorgimentali alla
Meloni
Questo calcolo della borghesia liberale sconta tuttavia una tara d’origine storica e
strutturale. In Italia, il liberalismo non ha mai messo radici profonde nella società
reale, rimanendo un guscio sovrastrutturale ed elitario. Fin dall’unificazione
risorgimentale, condotta in modo verticistico e incompiuto, la classe dirigente liberale
ha tentato di calare dall’alto un modello istituzionale ed economico estraneo alla
composizione sociale del Paese.
Ogni qual volta il progetto liberale è entrato in crisi di legittimità di fronte all’avanzare
delle masse o al riacutizzarsi delle contraddizioni di classe, le élite liberali non hanno
esitato ad affidarsi a soluzioni autoritarie e repressive per preservare i rapporti di
proprietà:
● Nel Primo Dopoguerra: Dopo l’esplosione delle lotte operaie del Biennio
Rosso, fu proprio la borghesia liberale a spianare la strada al fascismo di
Benito Mussolini, considerandolo uno strumento temporaneo ed efficace per
ripristinare l’ordine e disciplinare il lavoro.
● Nell’Epoca Contemporanea: Allo stesso modo, le odierne élite tecnocratiche
e liberali hanno spalancato le porte all’affermazione della destra di Giorgia
Meloni.
L’errore tragico e sistematico dei liberali consiste nel credere di poter usare il
fascismo come un mero “ariete” temporaneo per attuare politiche di austerity e
macelleria sociale, per poi riprendere le redini del potere. In realtà, così facendo, i
liberali avvelenano costantemente il terreno sociale, alimentando il fascio-populismo
e distruggendo le precondizioni stesse per una transizione liberale classica.
Il limite strutturale dell’ideologia liberale: L’astrazione contro la
realtà materiale.
Dal punto di vista della critica marxista, il fallimento del liberalismo non è
contingente, ma strutturale. Il liberalismo è un’ideologia segnata da un’incorregibile
astrazione formale: proclama l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e si veste
di finto inclusivismo e diritti civili “sulla carta”, ma lascia intatte le disuguaglianze
materiali e i rapporti di dominazione nei luoghi di produzione.
Trattando il popolo come una massa astratta di individui interscambiabili e ignorando
la realtà storica, geografica e sociale dei popoli, il liberalismo preteso “inclusivo”
finisce per rivelarsi una maschera elegante per la deregolamentazione e il
disciplinamento economico. I popoli non si governano con le formule della
tecnocrazia o con i parametri contabili; ogni collettività necessita di un trattamento
politico adeguato alla propria specifica traiettoria storica e materiale.
L’incubatore mancato e il rischio del deserto sociale
In un Paese antropologicamente e storicamente permeato da una cultura
comunitaria, corporativa e statalista come l’Italia, l’unico modo per gestire una
transizione senza precipitare nella reazione sarebbe richiedere un “incubatore”
politico e pedagogico: una figura o un movimento di transizione dotato di un forte
carisma e di una carica popolare, assimilabile al peronismo storico (il populismo di sinistra di Juan Domingo Perón, capace di unire giustizia sociale, tutele per i
lavoratori e sovranità).
Tuttavia, rigettando qualsiasi spinta popolare e rifiutando di farsi carico della
protezione sociale reale dei lavoratori, l’operazione dei liberali nostrani rischia di
abortire tragicamente. Invece di preparare il Paese al liberalismo, la combinazione
tra cieca austerity liberale e reazione securitaria sta accelerando la trasformazione
dell’Italia in una landa desolata, un deserto economico e sociale privo di prospettive
e abbandonato alle sue contraddizioni irrisolte.

