Mettiti in comunicazione con noi

26 Gennaio 2026

Garigliano, il nucleare che non se ne va

Il sogno atomico del Sud, gli incidenti dimenticati e i rischi che restano anche dopo lo smantellamento

Pubblicato

su

Di Pierdomenico Corte Ruggiero

C’è un punto, lungo il basso corso del fiume Garigliano, dove il paesaggio sembra quieto e innocente. Campi coltivati, aria salmastra che arriva dal Tirreno, il confine naturale tra Lazio e Campania. Eppure, da oltre sessant’anni, quel tratto di territorio custodisce una delle storie più controverse dell’Italia industriale: la centrale nucleare del Garigliano, nel comune di Sessa Aurunca, simbolo di progresso negli anni Sessanta. Oggi fantasma tecnologico che continua a interrogare il presente.

La centrale del Garigliano nasce in un’Italia che guarda al futuro con fiducia quasi incosciente. È il tempo del boom economico, delle grandi opere, della fede nella scienza come motore di emancipazione nazionale. Nel 1959 iniziano i lavori per la costruzione dell’impianto, affidati alla Società Elettronucleare Nazionale (SENN), con un progetto firmato dall’ingegnere Riccardo Morandi, lo stesso del ponte sul Polcevera a Genova.

Quando viene inaugurata nel 1964, la centrale è un vanto tecnologico: un reattore ad acqua bollente (BWR) da 150 megawatt, tra i primi in Europa a entrare in funzione commerciale. Produce energia per il Mezzogiorno, porta occupazione, rappresenta l’ingresso dell’Italia nel club delle nazioni nucleari.

Per anni, il Garigliano lavora senza clamore, immerso in una narrazione pubblica fatta di fiducia e silenzi.

Ma sotto la superficie, qualcosa scricchiola. Negli anni Settanta emergono problemi tecnici sempre più seri. Addirittura il sospetto di un attentato alla centrale nucleare del Garigliano https://ilsud-est.it/attualita/inchiesta/2020/03/20/1-febbraio-1970-attentato-alla-centrale-nucleare-del-garigliano/ .

Nel 1978 viene rilevata una crepa in uno dei generatori di vapore, un guasto che impone lo stop dell’impianto e solleva interrogativi sulla sicurezza complessiva della struttura.

Non si tratta di un incidente spettacolare, di quelli che finiscono in prima pagina. È qualcosa di più sottile e per questo più inquietante: la consapevolezza che l’impianto sta invecchiando. Male. Che gli standard di sicurezza stanno cambiando più velocemente delle tecnologie che dovrebbero garantirli.

Il colpo finale arriva all’inizio degli anni Ottanta. Dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980, il tema della vulnerabilità sismica diventa centrale. I costi di adeguamento esplodono, il clima politico cambia, la fiducia nel nucleare si incrina.

Il 1° marzo 1982, la centrale del Garigliano viene definitivamente spenta.

Lo spegnimento non coincide con la fine della storia. Anzi, ne apre una nuova, più lunga e meno visibile. Il reattore viene svuotato del combustibile, inviato negli anni successivi per il riprocessamento in Francia e nel Regno Unito. Ma l’impianto resta lì, intatto, come un corpo addormentato.

Per quasi vent’anni si sceglie la strada del “safe storage”: una custodia protettiva che congela la situazione in attesa di decisioni politiche mai davvero risolutive. Nel 1999, la gestione passa a SOGIN, la società pubblica incaricata dello smantellamento di tutti gli impianti nucleari italiani.

Solo nel 2012 arriva l’autorizzazione al decommissioning completo: lo smantellamento sistematico della centrale, pezzo dopo pezzo.

Oggi il sito del Garigliano è un cantiere ad alta sorveglianza. Non produce energia, ma lavoro tecnico, procedure, controlli. Il cuore del reattore viene smontato utilizzando robot telecomandati, con operazioni svolte sott’acqua per ridurre l’esposizione radiologica degli operatori.

Nel 2024, SOGIN ha completato una delle fasi più delicate: lo smantellamento dei componenti interni del vessel del reattore. Parallelamente vengono realizzati depositi temporanei per ospitare i rifiuti radioattivi prodotti dalle operazioni, in attesa del mai completato Deposito Nazionale.

Una soluzione provvisoria che dura da decenni.

La storia del Garigliano è attraversata anche da zone d’ombra. Inchieste giornalistiche e indagini giudiziarie hanno sollevato dubbi sulla gestione dei rifiuti nei primi anni di attività, ipotizzando interramenti di materiali radioattivi a bassa profondità.

A preoccupare è soprattutto la posizione dell’impianto: a ridosso del fiume, in un’area soggetta a piene ed esondazioni. In passato, l’acqua ha raggiunto parti del sito, alimentando timori di contaminazione ambientale. Timori manifestati, in ogni sede, dall’avvocato Carlo Marcantonio Tibaldi.

Studi scientifici successivi hanno ridimensionato l’ipotesi di un impatto radiologico significativo sul mare e sulle falde, attribuendo eventuali tracce di isotopi al fallout globale. Ma il sospetto, nella popolazione locale dei comuni di Sessa Aurunca, Santi Cosma e Damiano, Castelforte, Minturno, Formia, Gaeta, Coreno Ausonio, Spigno Saturnia e Ausonia, non si è mai dissolto del tutto.

Anche quando lo smantellamento sarà completato, il Garigliano non sarà una pagina definitivamente chiusa. I rifiuti radioattivi resteranno sul sito finché non esisterà una struttura nazionale per ospitarli. Il territorio continuerà a richiedere monitoraggi ambientali costanti.

C’è poi un fattore nuovo, che negli anni Sessanta nessuno aveva previsto: il cambiamento climatico. Eventi meteorologici estremi, innalzamento del livello delle acque, stress sugli argini fluviali rendono più complessa la gestione di un sito industriale sensibile in un’area fragile.

Mentre l’Italia discute ciclicamente di un possibile ritorno al nucleare, il Garigliano resta lì, come un monito silenzioso. Racconta la distanza tra le promesse del progresso e il peso delle conseguenze. Ricorda che l’energia non finisce quando si spegne un interruttore.

Perché il nucleare, anche da morto, continua a chiedere attenzione, risorse, memoria.

E il fiume, intanto, scorre ancora. Testimone della negligenza umana.

RIPRODUZIONE RISERVATA ©