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21 Settembre 2026

Dittature che crescono, democrazie che stagnano: il paradosso dello sviluppo economico

Istituzioni e produttività guidano la crescita: i miti del PIL.

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  • Democrazia e crescita non hanno rapporti automatici: istituzioni, produttività e investimenti modificano profondamente ogni traiettoria nazionale.
  • Petrolio e risorse possono aiutare, ma senza istituzioni efficienti non garantiscono automaticamente prosperità economica duratura.
  • L’Asia non costituisce un blocco: Singapore, Taiwan, Corea e Cina mostrano livelli economici profondamente differenti.
  • La crescita procede attraverso accelerazioni, crisi e recuperi: nessuna grande economia segue una traiettoria perfettamente lineare.
  • Due secoli di dati mostrano che piccoli differenziali di crescita possono rovesciare gerarchie apparentemente consolidate completamente.

1. Introduzione: la crescita economica è molto meno semplice di quanto sembri

Perché alcuni paesi diventano ricchi mentre altri rimangono indietro? È una delle domande fondamentali dell’economia e, osservando due secoli di dati, emerge soprattutto una certezza: non esiste una risposta semplice. Le economie che oggi consideriamo avanzate non sono sempre state ricche; paesi partiti da condizioni simili hanno seguito traiettorie radicalmente differenti; nazioni apparentemente destinate a rimanere periferiche hanno realizzato spettacolari processi di convergenza, mentre altre hanno perso progressivamente terreno.

Il PIL reale pro capite rappresenta uno degli strumenti più utili per osservare queste trasformazioni. Misura la produzione economica reale rapportata alla popolazione e, quando viene costruito utilizzando prezzi comparabili nel tempo, consente di confrontare la capacità produttiva media di economie appartenenti a epoche differenti. Non coincide con lo stipendio del cittadino medio, non descrive la distribuzione del reddito e non misura tutte le dimensioni del benessere. Rimane però un indicatore fondamentale per capire quanto un’economia riesca a produrre mediamente per abitante.

I dati del Maddison Project Database 2023 mostrano quanto possano essere differenti le traiettorie nazionali. Nel 1950, per esempio, il PIL reale pro capite italiano era pari a circa 5.582 dollari internazionali del 2011. La Spagna si trovava a 3.459 dollari, la Corea del Sud appena a 998 e gli Stati Uniti erano già a circa 15.240.

Settantadue anni dopo la gerarchia è profondamente cambiata. Nel 2022 gli Stati Uniti raggiungono circa 58.487 dollari pro capite, la Corea del Sud 41.321, l’Italia 36.224 e la Spagna 34.123. La Corea, che nel 1950 disponeva di meno di un quinto del livello italiano, è riuscita quindi non soltanto a recuperare la distanza, ma a superare l’Italia.

Questi numeri rendono evidente quanto sia rischioso trasformare semplici associazioni storiche in leggi economiche universali. Se un gruppo di paesi democratici è mediamente più ricco, non significa automaticamente che la democrazia sia l’unica causa della loro ricchezza. Se alcuni grandi esportatori di petrolio hanno redditi elevati, non possiamo concludere che la disponibilità di risorse naturali garantisca automaticamente prosperità. Allo stesso modo, osservare la rapidissima crescita asiatica degli ultimi decenni non significa che tutte le economie dell’Asia abbiano già raggiunto o superato quelle occidentali.

È la distinzione tra correlazione e causalità. Due fenomeni possono verificarsi contemporaneamente senza che uno produca necessariamente l’altro. Un paese può avere istituzioni democratiche ed essere ricco, ma il risultato economico dipende anche da istruzione, capitale, tecnologia, produttività, commercio, struttura demografica, qualità delle istituzioni e storia precedente.

La stessa cautela vale per le traiettorie temporali. La crescita non procede lungo una linea continuamente ascendente. Guerre, depressioni, crisi finanziarie e pandemie possono interrompere bruscamente decenni di espansione. L’Italia, per esempio, passa da 36.311 dollari pro capite nel 2007 a livelli inferiori negli anni successivi e nel 2022 raggiunge 36.224: praticamente lo stesso ordine di grandezza di quindici anni prima.

La storia economica è quindi molto più irregolare delle formule semplici utilizzate per raccontarla. Corea del Sud e Argentina, Norvegia e paesi ricchi di risorse rimasti relativamente poveri, Cina e Singapore appartengono a mondi economici talmente differenti da rendere insufficienti categorie generiche come “Asia”, “Occidente” o “Sud globale”.

Il punto di partenza di questo articolo è proprio questo: mettere alla prova alcune convinzioni diffuse utilizzando la storia e i dati. Non per sostituire vecchi miti con nuove regole assolute, ma per mostrare che crescita, convergenza e prosperità derivano dall’interazione di numerosi fattori.

Duecento anni di storia economica insegnano soprattutto a diffidare delle spiegazioni monocausali. La domanda interessante non è soltanto quali caratteristiche abbiano i paesi ricchi, ma attraverso quali meccanismi quelle caratteristiche abbiano contribuito — oppure no — alla crescita. È questa differenza che separa una correlazione osservata da una spiegazione economica.

Grafico: quattro traiettorie, quattro storie differenti

Il grafico rende immediatamente visibile perché sia difficile ricondurre la crescita a una sola spiegazione: paesi che nel 1950 partivano da livelli estremamente differenti hanno seguito percorsi molto diversi.

Il caso più spettacolare è la Corea del Sud: da 998 dollari nel 1950 a 41.321 nel 2022, oltre 41 volte il livello iniziale. L’Italia cresce enormemente ma rallenta nel XXI secolo; la Spagna recupera gran parte del ritardo italiano; gli Stati Uniti continuano invece a crescere partendo già da un livello molto elevato. Quattro percorsi che mostrano perché la crescita economica sia molto meno semplice di quanto sembri.

2. Primo mito: “Le democrazie crescono sempre di più”

L’idea che le democrazie crescano sempre più rapidamente dei regimi autoritari è intuitiva, ma formulata in questi termini è troppo semplice. La storia economica offre numerosi casi di paesi che hanno realizzato fasi di crescita eccezionale sotto governi non democratici e, allo stesso tempo, di democrazie che hanno attraversato lunghi periodi di stagnazione. Questo non dimostra che l’autoritarismo favorisca lo sviluppo: indica piuttosto che osservare il regime politico, isolandolo dalle altre caratteristiche economiche e istituzionali, non basta a spiegare la crescita. È un problema già evidenziato dalla letteratura comparata sul rapporto tra regimi politici e performance economica (Przeworski & Limongi, 1993; Persson & Tabellini, 2006).

La Corea del Sud costituisce uno degli esempi più significativi. Nel 1960 il suo PIL reale pro capite era ancora intorno a 1.548 dollari internazionali del 2011. Nel 1970 era salito a 2.975, nel 1980 a 6.064 e nel 1990 a 13.874. Questi valori, ricostruiti nelle serie storiche del Maddison Project Database, mostrano la straordinaria accelerazione avvenuta durante la seconda metà del Novecento (Bolt & Van Zanden, 2025). Una parte decisiva della trasformazione industriale sudcoreana avvenne prima della piena democratizzazione della fine degli anni Ottanta. Il paese attraversò per decenni governi autoritari, compreso quello di Park Chung-hee, mentre industrializzazione, esportazioni, investimenti e accumulazione di capitale trasformavano profondamente la struttura economica (Kohli, 2004; Horikane, 2005).

Una dinamica del genere rende insostenibile l’affermazione secondo cui soltanto le democrazie possano crescere rapidamente. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ricavarne la conclusione opposta: che sia stato l’autoritarismo, in quanto tale, a causare il miracolo coreano. Gli studi sullo sviluppo della Corea mostrano infatti l’importanza di politiche industriali, investimenti, trasformazione manifatturiera e capacità dello Stato di indirizzare risorse verso determinati settori produttivi (Kohli, 2004; Horikane, 2005).

La Spagna offre un secondo caso particolarmente interessante. Durante il regime di Francisco Franco, soprattutto dagli anni Sessanta, l’economia spagnola iniziò una forte accelerazione. Il PIL reale pro capite passa da 5.032 dollari nel 1960 a 9.503 nel 1970 e 14.006 nel 1980 (Bolt & Van Zanden, 2025). La modernizzazione economica precede quindi la transizione democratica successiva alla morte di Franco nel 1975

Un passaggio fondamentale fu rappresentato dalle riforme economiche e dalla maggiore apertura avviate alla fine degli anni Cinquanta. La letteratura sulla crescita spagnola sottolinea l’importanza della liberalizzazione, dell’accumulazione di capitale e soprattutto degli incrementi della produttività durante gli anni della grande accelerazione (Prados de la Escosura, Rosés & Sanz-Villarroya, 2012; Cebrián Villar, 2001).

Ma la crescita spagnola non termina con la democratizzazione. Prosegue durante il consolidamento delle nuove istituzioni democratiche e successivamente con l’integrazione europea, portando il PIL reale pro capite a 26.995 dollari nel 2000 e 34.123 nel 2022 (Bolt & Van Zanden, 2025). Il caso spagnolo è quindi particolarmente istruttivo: una fase di crescita accelerata inizia sotto un regime autoritario e continua successivamente all’interno di una democrazia.

Anche Taiwan attraversò una lunga fase di industrializzazione e crescita prima della piena democratizzazione. Nel lungo periodo il suo PIL pro capite è passato da livelli relativamente bassi a oltre 53.000 dollari nel 2022 secondo la serie Maddison utilizzata in questa analisi (Bolt & Van Zanden, 2025). Anche in questo caso, tuttavia, la successione temporale tra autoritarismo e sviluppo non è sufficiente per stabilire un rapporto causale tra i due fenomeni.

Questi casi mostrano soprattutto il pericolo della correlazione semplice. Un paese può crescere sotto un regime autoritario senza che sia necessariamente l’autoritarismo a produrre la crescita. Possono intervenire investimenti, istruzione, trasformazione industriale, commercio internazionale, trasferimento tecnologico, accumulazione di capitale e specifiche politiche economiche. È precisamente per questo che la letteratura economica ha cercato di andare oltre i semplici confronti tra paesi democratici e autoritari (Przeworski & Limongi, 1993).

Allo stesso modo, l’esistenza di democrazie stagnanti non dimostra che la democrazia ostacoli lo sviluppo. L’Italia contemporanea ne offre un esempio utile: tra 2000 e 2022 il PIL reale pro capite aumenta soltanto da 32.717 a 36.224 dollari (Bolt & Van Zanden, 2025). La debole crescita italiana non può essere attribuita automaticamente alla natura democratica del sistema politico, così come la rapida crescita coreana non può essere attribuita automaticamente all’autoritarismo.

La ricerca economica offre infatti un quadro molto più articolato. Acemoglu, Naidu, Restrepo e Robinson (2019), utilizzando un ampio campione internazionale e strategie econometriche volte ad affrontare i problemi di causalità, trovano che la democratizzazione produce nel lungo periodo effetti positivi sul PIL pro capite. Tra i meccanismi analizzati figurano investimenti, istruzione, riforme economiche e disponibilità di beni pubblici (Acemoglu et al., 2019).

Anche Papaioannou e Siourounis (2008), studiando le transizioni democratiche, trovano evidenze di una relazione positiva tra democratizzazione e crescita. Persson e Tabellini (2009) sottolineano inoltre l’importanza del cosiddetto “capitale democratico”: non conta soltanto la presenza formale di una democrazia in un determinato momento, ma anche l’esperienza istituzionale accumulata nel tempo.

Studi precedenti avevano tuttavia evidenziato quanto fosse difficile isolare statisticamente il rapporto tra regime politico e crescita e quanto potessero essere fuorvianti le semplici correlazioni internazionali (Przeworski & Limongi, 1993). Anche Persson e Tabellini (2006) insistono sulla necessità di considerare attentamente le caratteristiche concrete delle istituzioni e delle transizioni politiche.

Il falso mito, dunque, non consiste nell’affermare che le istituzioni democratiche siano irrilevanti. Consiste soprattutto nella parola “sempre”.

Corea del Sud, Taiwan e Spagna mostrano che una rapida crescita può iniziare anche sotto regimi autoritari. La letteratura econometrica fornisce contemporaneamente evidenze secondo cui la democratizzazione può favorire il reddito e la crescita nel lungo periodo (Papaioannou & Siourounis, 2008; Acemoglu et al., 2019). Le due osservazioni non sono contraddittorie.

La conclusione più prudente è che il regime politico interagisca con numerose altre variabili. Capitale umano, investimenti, produttività, apertura commerciale, capacità amministrativa e istituzioni economiche contribuiscono insieme a determinare la traiettoria di un paese. La storia non autorizza quindi né l’equazione “democrazia = crescita automatica” né quella opposta “autoritarismo = sviluppo rapido”. Trasformare una relazione complessa in una legge universale significa confondere la presenza contemporanea di due fenomeni con una spiegazione causale.

3. Corea del Sud e Spagna: crescere prima della piena democratizzazione

Corea del Sud e Spagna rappresentano due casi particolarmente utili per comprendere quanto sia difficile stabilire un rapporto automatico tra regime politico e crescita economica. Entrambi i paesi avviarono importanti processi di modernizzazione quando non erano ancora democrazie consolidate. Entrambi continuarono poi a crescere dopo la democratizzazione. La loro storia non dimostra quindi che l’autoritarismo produca sviluppo, ma mostra perché la semplice successione temporale degli eventi non possa essere confusa con una relazione causale.

Il caso sudcoreano è il più spettacolare. Nel 1960 la Corea del Sud era ancora un’economia estremamente povera: secondo il Maddison Project Database 2023, il PIL reale pro capite era pari a circa 1.548 dollari internazionali del 2011. Nel 1970 raggiungeva 2.975 dollari e nel 1980 6.064. Nel 1990 era già arrivato a 13.874 dollari. La grande accelerazione economica era dunque iniziata molti anni prima della democratizzazione della fine degli anni Ottanta.

Una parte fondamentale di questa trasformazione coincise con la presidenza autoritaria di Park Chung-hee, iniziata dopo il colpo di Stato militare del 1961 e terminata con il suo assassinio nel 1979. Durante questo periodo la Corea sviluppò un modello fortemente orientato all’industrializzazione e alle esportazioni. Lo Stato intervenne nell’allocazione del credito e nella definizione delle priorità industriali, mentre aumentavano investimenti, accumulazione di capitale e capacità manifatturiera. Negli anni Settanta acquistò particolare importanza anche la spinta verso l’industria pesante e chimica (Kohli, 2004; Horikane, 2005).

La crescita, tuttavia, non terminò con la trasformazione politica. Dopo la transizione democratica del 1987, il PIL reale pro capite continuò ad aumentare: 23.108 dollari nel 2000, 31.538 nel 2010 e 41.321 nel 2022. Il miracolo coreano attraversa quindi differenti regimi politici e non può essere spiegato semplicemente identificando crescita e autoritarismo.

La Spagna offre una traiettoria differente ma altrettanto istruttiva. Nel 1960, durante la dittatura di Francisco Franco, il PIL reale pro capite era pari a circa 5.032 dollari. Nel 1970 raggiungeva 9.503 dollari. In appena dieci anni era aumentato di quasi l’89%.

L’accelerazione arrivò dopo il progressivo abbandono delle politiche economiche più autarchiche del primo franchismo. Il Piano di stabilizzazione del 1959 e la maggiore apertura dell’economia contribuirono a inserire la Spagna in una fase di industrializzazione, investimenti e crescita della produttività molto più intensa (Prados de la Escosura, Rosés & Sanz-Villarroya, 2012).

Quando Franco morì nel 1975, la modernizzazione economica era quindi già in corso. Ma anche in questo caso la crescita non scomparve con la democratizzazione. Nel 1980 il PIL pro capite raggiungeva 14.006 dollari, nel 1990 19.215 e nel 2000 26.995. L’ingresso nella Comunità Economica Europea nel 1986 accompagnò una nuova fase caratterizzata da crescente integrazione commerciale, investimenti e modernizzazione infrastrutturale. Nel 2022 il PIL pro capite spagnolo raggiunge 34.123 dollari.

Corea del Sud e Spagna mostrano dunque perché sia necessario distinguere tre affermazioni molto diverse. La prima — “questi paesi crebbero durante periodi autoritari” — è una descrizione storica. La seconda — “l’autoritarismo causò quella crescita” — è un’ipotesi causale che richiede prove molto più forti. La terza — “senza autoritarismo non sarebbero cresciuti” — è addirittura un’affermazione controfattuale, molto più difficile da dimostrare.

In entrambi i casi esistono infatti numerosi meccanismi alternativi o complementari: accumulazione di capitale, istruzione, aumento della produttività, industrializzazione, urbanizzazione, apertura internazionale, esportazioni, trasferimento tecnologico e trasformazione della struttura occupazionale.

Inoltre, la prosecuzione della crescita dopo la democratizzazione impedisce di leggere queste storie come semplici successi economici dell’autoritarismo. La Corea passa da 13.874 dollari pro capite nel 1990 a oltre 41.000 nel 2022. La Spagna da 19.215 a oltre 34.000.

I due casi forniscono quindi una lezione metodologica più importante di qualsiasi giudizio sul singolo regime: “prima” non significa necessariamente “a causa di”. La crescita può iniziare sotto una determinata struttura politica, continuare dopo la sua scomparsa e dipendere da processi economici che attraversano entrambe le fasi.

Corea del Sud e Spagna non dimostrano che l’autoritarismo faccia crescere un paese. Dimostrano qualcosa di più circoscritto ma essenziale per smontare i falsi miti della crescita: la democratizzazione non è una condizione che debba necessariamente precedere l’inizio di ogni processo di sviluppo economico, mentre capire perché quel processo inizi e continui richiede di guardare molto oltre la semplice etichetta del regime politico.

4. Secondo mito: “Le risorse naturali rendono automaticamente ricchi”

Petrolio, gas, carbone, rame, oro e altri minerali possono rappresentare un vantaggio economico enorme. Un paese che dispone di grandi giacimenti possiede infatti una fonte potenziale di esportazioni, entrate fiscali e investimenti che molte altre economie non hanno. Ma trasformare questa opportunità in prosperità duratura è tutt’altra questione. La storia economica mostra che essere ricchi di risorse naturali e diventare ricchi per abitante non sono affatto la stessa cosa.

La Norvegia rappresenta uno dei casi di maggior successo. Secondo il Maddison Project Database 2023, il PIL reale pro capite norvegese era di circa 4.570 dollari internazionali del 2011 nel 1922. Nel 2022 raggiunge 88.366 dollari: oltre 19 volte il livello di un secolo prima. Petrolio e gas hanno certamente contribuito alla straordinaria ricchezza contemporanea del paese, ma il dato iniziale contiene una precisazione importante: la Norvegia aveva già avviato un processo di sviluppo molto prima dello sfruttamento su larga scala degli idrocarburi del Mare del Nord.

Il petrolio, quindi, non trasformò improvvisamente un’economia priva di strutture moderne in un paese ricco. La rendita energetica si inserì in un sistema economico già caratterizzato da capitale umano, capacità amministrativa e istituzioni in grado di gestire le nuove entrate.

Ed è precisamente qui che nasce il problema delle risorse naturali. Un giacimento può aumentare enormemente il valore delle esportazioni, ma non garantisce automaticamente che quelle risorse vengano trasformate in capitale produttivo, infrastrutture, istruzione o maggiore produttività.

La letteratura economica ha utilizzato l’espressione “maledizione delle risorse” per descrivere il paradosso di economie che, pur disponendo di abbondanti materie prime, non riescono a ottenere risultati proporzionalmente migliori. Non si tratta di una legge inevitabile. È piuttosto un rischio che dipende dal modo in cui le rendite vengono amministrate.

Un’economia fortemente dipendente da una singola materia prima può inoltre diventare vulnerabile alle oscillazioni dei prezzi internazionali. Quando petrolio o minerali valgono molto, entrate pubbliche ed esportazioni possono aumentare rapidamente; quando i prezzi diminuiscono, lo stesso meccanismo può funzionare nella direzione opposta. La ricchezza del sottosuolo non equivale quindi necessariamente a una struttura produttiva diversificata.

Il confronto internazionale rende evidente che esistono anche strade completamente differenti verso la prosperità. Corea del Sud, Taiwan e Singapore hanno raggiunto livelli molto elevati di PIL pro capite senza costruire il proprio sviluppo sulla disponibilità di grandi riserve di petrolio o gas. La loro crescita è stata associata soprattutto a industrializzazione, commercio, accumulazione di capitale, istruzione e progressivo spostamento verso attività a maggiore produttività.

La Corea del Sud costituisce un esempio particolarmente netto. Nel 1950 disponeva di appena 998 dollari pro capite. Nel 2022 raggiunge 41.321 dollari. Taiwan passa da 1.728 dollari nel 1922 a 53.143 nel 2022. Singapore, partendo da circa 2.884 dollari nel 1922, arriva a circa 80.320.

Queste traiettorie mostrano perché sia sbagliato identificare la ricchezza nazionale con ciò che un paese possiede nel sottosuolo. Nel lungo periodo conta soprattutto ciò che un’economia riesce a fare con le risorse disponibili, naturali oppure create attraverso capitale, tecnologia e conoscenza.

La domanda corretta non è quindi: “Quanto petrolio possiede questo paese?”, ma: “Come vengono trasformate le rendite in capacità produttiva futura?”. Due economie con risorse naturali comparabili possono ottenere risultati radicalmente differenti se una investe i proventi, diversifica la produzione e costruisce capitale umano mentre l’altra rimane dipendente dall’esportazione della materia prima.

Il falso mito nasce dunque dalla confusione tra opportunità e risultato. Petrolio, gas e minerali possono essere un enorme vantaggio. Non sono però una macchina automatica della prosperità. Le risorse possono finanziare lo sviluppo, ma la crescita di lungo periodo dipende anche da produttività, investimenti, capitale umano, diversificazione e qualità delle istituzioni che amministrano le rendite.

5. Norvegia e altri produttori: stessa risorsa, risultati differenti

Pochi casi mostrano meglio della Norvegia perché possedere risorse naturali e saperle trasformare in prosperità siano due cose differenti. Petrolio e gas possono generare esportazioni, entrate fiscali e investimenti enormi, ma la storia economica dimostra che la presenza di giacimenti non determina automaticamente il livello di ricchezza raggiunto da un paese. È il modo in cui quelle rendite vengono utilizzate, insieme alla struttura economica esistente, a fare una parte importante della differenza.

La traiettoria norvegese è impressionante. Secondo il Maddison Project Database 2023, nel 1922 il PIL reale pro capite della Norvegia era pari a circa 4.570 dollari internazionali del 2011. Nel 2022 raggiunge 88.366 dollari. In cento anni il livello diventa quindi circa 19,3 volte quello iniziale, con un aumento cumulato superiore al 1.800%.

Attribuire l’intera trasformazione al petrolio sarebbe però storicamente sbagliato. La scoperta del grande giacimento di Ekofisk avvenne nel 1969 e la produzione commerciale iniziò nei primi anni Settanta. La Norvegia aveva quindi già raggiunto livelli di sviluppo considerevoli prima che gli idrocarburi del Mare del Nord diventassero una componente centrale dell’economia.

Il petrolio amplificò una capacità produttiva già esistente. Le entrate generate dal settore energetico furono inserite in un sistema caratterizzato da istituzioni relativamente solide, elevato capitale umano e capacità amministrativa. Nel tempo una parte importante delle rendite petrolifere è stata inoltre trasformata in attività finanziarie attraverso il fondo sovrano norvegese, con l’obiettivo di distribuire nel tempo i benefici derivanti da una risorsa esauribile.

Il confronto con altri produttori mostra perché il sottosuolo non sia sufficiente. Il Venezuela possiede enormi riserve petrolifere e per lunghi periodi del Novecento beneficiò di consistenti entrate energetiche. La sua traiettoria economica, tuttavia, è stata molto più instabile. Crisi macroeconomiche, dipendenza dalle esportazioni petrolifere e profonde difficoltà istituzionali hanno impedito di trasformare la rendita in una crescita stabile paragonabile a quella norvegese.

Anche numerosi altri esportatori di materie prime mostrano una forte vulnerabilità alle oscillazioni dei prezzi internazionali. Quando il prezzo della risorsa aumenta, esportazioni, entrate pubbliche e PIL possono crescere rapidamente. Quando diminuisce, la stessa dipendenza può trasformarsi in una fonte di instabilità.

È in questo contesto che gli economisti parlano di “maledizione delle risorse”. L’espressione non significa che petrolio, gas o minerali rendano necessariamente un paese più povero. Indica piuttosto un paradosso osservato in diversi casi: una grande abbondanza di risorse può convivere con crescita debole, volatilità, insufficiente diversificazione produttiva e istituzioni fragili.

Esiste anche il problema della cosiddetta “malattia olandese”. Una forte espansione del settore delle risorse può rendere meno competitive altre attività esportatrici, attirando capitale e lavoro verso il comparto dominante e contribuendo all’apprezzamento del cambio reale. Se l’economia non riesce a diversificarsi, la dipendenza dalla materia prima può quindi aumentare.

La Norvegia dimostra però che nessuno di questi meccanismi è inevitabile. La “maledizione” non è una legge naturale. Politiche fiscali, qualità delle istituzioni, gestione delle entrate, investimenti, capitale umano e diversificazione possono modificare radicalmente il risultato.

La domanda decisiva non è dunque se un paese possieda petrolio, ma cosa faccia dei proventi generati dal petrolio. Una risorsa non rinnovabile può essere semplicemente consumata oppure trasformata in capitale finanziario, infrastrutture, conoscenza e capacità produttiva futura.

Il caso norvegese porta così a una conclusione più generale. Le risorse naturali possono accelerare enormemente la crescita e sostenere livelli di reddito eccezionali, ma non sostituiscono le condizioni necessarie per trasformare una rendita temporanea in prosperità duratura. Lo stesso barile di petrolio può rappresentare un’opportunità in qualsiasi paese; ciò che cambia è l’economia e il sistema istituzionale nel quale quella ricchezza viene inserita.

6. Terzo mito: “L’Asia ha già superato l’Occidente”

Dire che “l’Asia ha superato l’Occidente” può sembrare plausibile osservando la crescita cinese, l’ascesa dell’India o il successo tecnologico di Corea del Sud, Taiwan e Singapore. Il problema è che l’affermazione mette insieme grandezze economiche molto diverse. Per capire realmente come siano cambiate le gerarchie mondiali bisogna distinguere almeno tre concetti: PIL complessivo, popolazione e PIL pro capite.

Cina e India sono giganti economici anche perché sono giganti demografici. Un paese con oltre un miliardo di abitanti può produrre un PIL complessivo enorme pur mantenendo un livello di produzione per persona molto inferiore a quello delle economie occidentali avanzate. Per valutare quanto sia mediamente produttiva o ricca un’economia, il PIL reale pro capite offre quindi una prospettiva molto diversa dalla dimensione assoluta.

Il caso cinese è emblematico. Secondo il Maddison Project Database 2023, nel 1950 il PIL reale pro capite della Cina era appena 799 dollari internazionali del 2011. Nel 1980 raggiungeva 1.930 dollari, nel 2000 4.730 e nel 2010 9.658. Nel 2022 arriva a 19.238 dollari.

È una trasformazione straordinaria: in settantadue anni il livello viene moltiplicato per circa 24 volte. Ma nello stesso 2022 gli Stati Uniti raggiungono 58.487 dollari pro capite. Il livello cinese equivale quindi a circa un terzo di quello statunitense.

Dire che “l’Asia ha superato l’Occidente” sulla base dell’ascesa cinese confonde dunque dimensione economica complessiva e reddito per abitante.

Il problema diventa ancora più evidente quando si guarda all’interno dell’Asia. Non esiste infatti un unico livello asiatico di sviluppo.

Nel 2022 Singapore raggiunge circa 80.320 dollari internazionali per abitante, un livello superiore a quello statunitense nella serie utilizzata. Taiwan arriva a 53.143 dollari, la Corea del Sud a 41.321 e il Giappone a 38.269. La Cina è a 19.238. Le distanze all’interno dello stesso continente sono quindi gigantesche.

La geografia non determina automaticamente la posizione economica.

Singapore e Taiwan si trovano molto più vicine alle economie occidentali ad alto reddito di quanto non siano alla Cina in termini di PIL pro capite. Allo stesso modo, parlare genericamente di “Occidente” nasconde differenze considerevoli: nel 2022 gli Stati Uniti raggiungono 58.487 dollari, la Germania 46.648, la Francia 39.066, l’Italia 36.224 e la Spagna 34.123.

Alcune economie asiatiche hanno dunque già raggiunto o superato numerose economie occidentali. Altre rimangono molto più indietro.

La Corea del Sud mostra inoltre quanto rapidamente possano cambiare queste posizioni. Nel 1950 disponeva di appena 998 dollari pro capite, contro 5.582 dell’Italia e 15.240 degli Stati Uniti. Nel 2022 raggiunge 41.321 dollari, superando l’Italia. Non ha però ancora raggiunto il livello americano.

L’errore del falso mito consiste quindi nel trasformare una reale redistribuzione del peso economico mondiale in un semplice sorpasso tra due blocchi omogenei. L’Asia ha acquisito un’importanza economica enormemente maggiore, ma contiene contemporaneamente economie ad altissimo reddito, economie intermedie e paesi ancora relativamente poveri.

Anche la demografia conta. Cina e India possono esercitare un peso enorme sull’economia mondiale senza avere necessariamente il PIL pro capite più elevato. Singapore, al contrario, può avere un reddito per abitante eccezionalmente alto senza avvicinarsi alla dimensione complessiva dell’economia cinese.

La domanda “l’Asia ha superato l’Occidente?” non ha quindi una risposta utile finché non viene specificato che cosa si vuole misurare. Se parliamo di popolazione, produzione complessiva, commercio, manifattura o PIL pro capite possiamo ottenere classifiche completamente differenti.

La vera trasformazione degli ultimi decenni non è la sostituzione dell’Occidente con un blocco asiatico uniforme. È l’emergere di una geografia economica molto più complessa, nella quale alcune economie asiatiche hanno già raggiunto la frontiera mondiale, mentre altre stanno ancora attraversando un processo di convergenza.

7. Non esistono due blocchi chiamati Asia e Occidente

Rappresentare l’economia mondiale come una competizione tra “Asia” e “Occidente” è comodo, ma rischia di nascondere più di quanto spieghi. All’interno di entrambe le aree esistono differenze enormi nei livelli di reddito, nelle strutture produttive e nelle traiettorie di crescita. Singapore, Taiwan, Corea del Sud e Cina appartengono tutte all’Asia orientale, ma i loro livelli di PIL reale pro capite sono talmente differenti che considerarli parte di un unico blocco economico può diventare fuorviante.

I dati del Maddison Project Database 2023 mostrano chiaramente il problema. Nel 2022 Singapore raggiunge circa 80.320 dollari internazionali del 2011 per abitante. Taiwan arriva a 53.143, la Corea del Sud a 41.321 e la Cina a 19.238. Singapore dispone quindi di un PIL pro capite superiore a quattro volte quello cinese; Taiwan è a circa 2,8 volte il livello della Cina.

La distanza geografica è relativamente limitata, quella economica è gigantesca.

Il confronto con le economie occidentali rende ancora meno utile la divisione in due blocchi. Gli Stati Uniti raggiungono 58.487 dollari pro capite nel 2022, la Germania 46.648, la Francia 39.066, l’Italia 36.224 e la Spagna 34.123.

Ne deriva una graduatoria molto diversa dalla semplice contrapposizione Asia-Occidente. Singapore si colloca sopra gli Stati Uniti; Taiwan sopra la Germania; la Corea del Sud supera Francia, Italia e Spagna. La Cina, al contrario, rimane molto sotto tutte queste economie.

Non esiste quindi una linea economica capace di separare nettamente i due continenti.

Le differenze diventano ancora più interessanti quando si osservano le traiettorie storiche. Nel 1950 la Corea del Sud aveva un PIL pro capite di appena 998 dollari, contro 5.582 dell’Italia e 15.240 degli Stati Uniti. Nel 2022 raggiunge 41.321 dollari e supera l’Italia. Taiwan compie una trasformazione ancora più spettacolare nel confronto secolare, passando da circa 1.728 dollari nel 1922 a oltre 53.000 nel 2022.

La Cina segue un percorso differente. Nel 1950 parte da appena 799 dollari pro capite e raggiunge 19.238 nel 2022. Il moltiplicatore è straordinario, circa 24 volte, ma il livello finale rimane molto inferiore a quello delle economie asiatiche che avevano iniziato prima la convergenza.

Anche l’“Occidente” è tutt’altro che uniforme. Nel 2022 esistono oltre 22.000 dollari di differenza tra Stati Uniti e Italia e più di 24.000 tra Stati Uniti e Spagna. Persino all’interno dell’Europa occidentale, Germania, Francia, Italia e Spagna non occupano la stessa posizione.

Il problema nasce quindi dall’utilizzo di categorie geografiche per descrivere fenomeni economici. “Asia” identifica un continente, non un livello di sviluppo. “Occidente” è una categoria storica e geopolitica ancora meno precisa e non corrisponde a una fascia uniforme di PIL pro capite.

Per comprendere la crescita è molto più interessante confrontare singole traiettorie. Corea del Sud e Italia mostrano un sorpasso. Taiwan e Germania mostrano come un’economia asiatica partita molto più indietro possa raggiungere livelli superiori. Cina e Stati Uniti mostrano invece che una gigantesca dimensione economica complessiva può convivere con una distanza ancora enorme nel reddito per abitante.

La trasformazione degli ultimi settant’anni non consiste dunque nel semplice passaggio della leadership dall’Occidente all’Asia. È molto più complessa: alcune economie asiatiche sono entrate nella fascia dei paesi più ricchi del mondo, altre stanno ancora convergendo, mentre anche le economie occidentali continuano a mostrare performance profondamente differenti.

Il vero confronto non è quindi “Asia contro Occidente”. È Singapore contro Stati Uniti, Taiwan contro Germania, Corea del Sud contro Italia, Cina contro economie avanzate e, soprattutto, ciascun paese contro la propria storia. È osservando queste traiettorie che emergono i meccanismi della crescita che le grandi etichette geografiche tendono invece a nascondere.

8. Quarto mito: “La crescita economica è continua”

Uno dei modi più ingannevoli di immaginare la crescita economica è rappresentarla come una linea che sale regolarmente nel tempo. Osservando periodi molto lunghi, molte economie sono effettivamente diventate enormemente più ricche. Ma il percorso seguito per arrivarci è tutt’altro che continuo. Guerre, depressioni, crisi finanziarie, pandemie e trasformazioni strutturali interrompono ripetutamente la crescita, provocando talvolta perdite che richiedono molti anni per essere recuperate.

L’Italia ne offre un esempio drammatico. Secondo il Maddison Project Database 2023, nel 1939 il PIL reale pro capite italiano era pari a circa 5.246 dollari internazionali del 2011. Alla fine della Seconda guerra mondiale, nel 1945, era precipitato a 2.831 dollari. In appena sei anni l’Italia aveva perso circa il 46% della produzione reale per abitante.

La successiva ricostruzione fu rapidissima. Nel 1950 il PIL pro capite era già risalito a 5.582 dollari, superando il livello del 1939. Da quel momento iniziò la straordinaria accelerazione del miracolo economico: 9.430 dollari nel 1960, 15.492 nel 1970, 20.959 nel 1980 e 26.003 nel 1990.

Una curva di lungo periodo mostra quindi un enorme progresso; osservandola più attentamente, però, emergono crolli e ripartenze.

Il Giappone racconta una seconda forma di discontinuità. Non è necessario che avvenga una catastrofe perché la crescita cambi radicalmente velocità. Nel 1950 il PIL reale pro capite giapponese era di circa 3.062 dollari. Nel 1970 raggiungeva 15.484 e nel 1990 29.949. In quarant’anni era diventato quasi dieci volte quello iniziale.

Dagli anni Novanta, tuttavia, la traiettoria cambia. Nel 2000 il Giappone arriva a circa 33.211 dollari, nel 2010 a 35.011 e nel 2022 a 38.269. L’economia non torna povera: semplicemente smette di crescere alla velocità eccezionale del secondo dopoguerra. Tra 1950 e 1990 il PIL pro capite aumenta di quasi il 900%; tra 1990 e 2022 di appena il 28%.

Anche l’Italia contemporanea mostra quanto possa essere lunga una fase di sostanziale stagnazione. Nel 2000 il PIL pro capite raggiunge 32.717 dollari e nel 2007 arriva a circa 36.311. Quindici anni dopo, nel 2022, è ancora a 36.224 dollari: leggermente sotto il massimo del 2007.

Nel mezzo si trovano la crisi finanziaria internazionale del 2008-2009, la crisi europea dei debiti sovrani e la pandemia. Nel 2020 il PIL pro capite italiano precipita a 32.385 dollari, prima di recuperare a 34.827 nel 2021 e 36.224 nel 2022.

La pandemia dimostra quanto rapidamente uno shock possa interrompere una traiettoria. Ma mostra anche un’altra caratteristica fondamentale della crescita: perdere il 10% e successivamente guadagnare il 10% non riporta esattamente al punto di partenza. Le recessioni profonde lasciano quindi effetti che richiedono incrementi successivi più elevati per essere completamente recuperati.

Il falso mito nasce soprattutto osservando soltanto il punto iniziale e quello finale. Se confrontiamo l’Italia del 1950 con quella del 2022 vediamo un aumento da 5.582 a 36.224 dollari e potremmo immaginare una progressione quasi regolare. In realtà tra quei due numeri si trovano accelerazioni eccezionali, recessioni, stagnazione e ripartenze.

La crescita economica di lungo periodo è quindi il risultato cumulativo di fasi molto differenti. Alcuni decenni possono trasformare un paese, altri produrre progressi minimi e singoli shock possono cancellare temporaneamente anni di avanzamento.

Il dato fondamentale non è che le economie crescano ogni anno. È che, quando aumenti di produttività e capacità produttiva riescono a prevalere sulle crisi nell’arco di molti decenni, il livello finale può essere enormemente superiore a quello iniziale. La crescita assomiglia quindi molto meno a una scala mobile sempre in salita e molto più a un percorso irregolare fatto di accelerazioni, frenate, cadute e recuperi.

9. Crescere significa avanzare a scatti, non seguire una linea retta

Quando osserviamo settant’anni di storia economica in un unico grafico, la crescita può apparire come una lunga marcia verso livelli di reddito sempre più elevati. Ma ingrandendo la traiettoria emergono accelerazioni, frenate, recessioni e recuperi. Italia, Germania, Giappone e Corea del Sud ne sono quattro esempi particolarmente efficaci: tutti sono diventati enormemente più ricchi dal 1950, ma nessuno ha seguito una linea perfettamente regolare.

Nel 1950 il PIL reale pro capite italiano era pari a 5.582 dollari internazionali del 2011. La Germania raggiungeva 6.186, il Giappone 3.062 e la Corea del Sud appena 998. Settantadue anni dopo i livelli sono completamente differenti: 36.224 dollari per l’Italia, 46.648 per la Germania, 38.269 per il Giappone e 41.321 per la Corea del Sud.

Il punto iniziale e quello finale suggeriscono una storia comune di grande crescita. Le strade percorse, però, sono profondamente diverse.

L’Italia vive la propria grande accelerazione soprattutto nel secondo dopoguerra. Dai 5.582 dollari del 1950 passa a 9.430 nel 1960 e 15.492 nel 1970. In vent’anni il PIL reale pro capite quasi triplica. La crescita continua successivamente, ma rallenta: 20.959 dollari nel 1980, 26.003 nel 1990 e 32.717 nel 2000.

Il XXI secolo cambia completamente il ritmo. Nel 2007 l’Italia raggiunge 36.311 dollari. Nel 2022, quindici anni dopo, è a 36.224. Tra i due estremi si trovano la crisi finanziaria, la crisi dei debiti sovrani e la pandemia. Nel 2020 il PIL pro capite precipita a 32.385 dollari, prima del recupero successivo.

Il Giappone mostra un’altra traiettoria. Parte ancora più indietro dell’Italia, con 3.062 dollari nel 1950, ma raggiunge 15.484 nel 1970 e 29.949 nel 1990. In quarant’anni il reddito reale per abitante viene moltiplicato quasi dieci volte.

Poi arriva la frenata. Nel 2000 il Giappone è a circa 33.211 dollari, nel 2010 a 35.011 e nel 2022 a 38.269. Il paese continua a essere molto ricco, ma la velocità del miracolo economico è scomparsa.

La Corea del Sud offre la curva più spettacolare. Nel 1950 dispone di appena 998 dollari pro capite. Nel 1970 è ancora a 2.975. Poi l’accelerazione diventa impressionante: 6.064 dollari nel 1980, 13.874 nel 1990, 23.108 nel 2000, 31.538 nel 2010 e 41.321 nel 2022.

Anche questa traiettoria, tuttavia, non è perfettamente lineare. La crisi finanziaria asiatica della fine degli anni Novanta e la pandemia interrompono temporaneamente l’espansione. Il risultato di lungo periodo rimane eccezionale proprio perché i recuperi successivi permettono alla crescita di continuare ad accumularsi.

La Germania aggiunge un quarto modello. Dopo le distruzioni della Seconda guerra mondiale parte da 6.186 dollari nel 1950 e raggiunge 17.277 nel 1970. Nel 2000 arriva a 33.367 e nel 2022 a 46.648. Anche qui, però, crisi internazionali e pandemia producono interruzioni visibili.

Il confronto suggerisce quindi una distinzione fondamentale tra crescita di lungo periodo e crescita continua. Sono due concetti diversi.

Un’economia può attraversare recessioni profonde e risultare comunque enormemente più ricca dopo settant’anni. Può anche registrare una crescita eccezionale per alcuni decenni e successivamente entrare in una lunga fase di rallentamento. Ciò che determina il risultato finale è l’accumulazione degli incrementi e la capacità di recuperare dopo le crisi.

Italia, Giappone, Germania e Corea del Sud mostrano così quattro versioni della stessa lezione. Il progresso economico non assomiglia a una scala mobile che procede automaticamente verso l’alto. Assomiglia piuttosto a una successione di salti, pause e arretramenti. Nel lungo periodo la direzione può essere fortemente positiva, ma la strada percorsa per arrivare al risultato finale è quasi sempre irregolare.

10. Quinto mito: “Il Sud del mondo è un blocco omogeneo”

Poche espressioni sono comode quanto “Sud globale” e, allo stesso tempo, rischiano di diventare fuorvianti quando vengono utilizzate per spiegare la crescita economica. La categoria può avere significato geografico, storico o geopolitico, ma riunisce paesi che negli ultimi settant’anni hanno seguito traiettorie radicalmente differenti. Corea del Sud, Singapore, Taiwan, Cina, Brasile e Argentina possono essere accomunati da alcune classificazioni storiche del mondo non occidentale, ma dal punto di vista del PIL pro capite contemporaneo appartengono ormai a realtà economiche profondamente diverse.

La Corea del Sud rappresenta forse l’esempio più spettacolare. Nel 1950 il suo PIL reale pro capite era appena 998 dollari internazionali del 2011. Era molto più povera dell’Italia, che nello stesso anno raggiungeva 5.582 dollari, e lontanissima dagli Stati Uniti, già a 15.240. Nel 2022 la Corea arriva invece a 41.321 dollari pro capite, superando numerose economie europee.

Singapore compie una trasformazione ancora diversa. Nel 1922 disponeva di circa 2.884 dollari per abitante; nel 2022 raggiunge circa 80.320 dollari. Taiwan passa nello stesso periodo da circa 1.728 a 53.143 dollari. Queste economie non possono più essere descritte economicamente come semplici periferie povere del sistema mondiale: sono diventate economie ad alto reddito e, in alcuni settori, si trovano sulla frontiera tecnologica internazionale.

La Cina rappresenta un’altra traiettoria. Nel 1950 disponeva di appena 799 dollari pro capite. Nel 2022 raggiunge 19.238 dollari. Il reddito reale per abitante è quindi diventato circa 24 volte quello iniziale: una trasformazione gigantesca. Ma il livello finale rimane meno della metà di quello sudcoreano e poco più di un terzo di quello statunitense.

Essere protagonisti della crescita mondiale non significa dunque necessariamente aver già raggiunto le economie più ricche in termini pro capite.

Il Brasile racconta una storia ancora differente. Ha conosciuto industrializzazione, urbanizzazione e lunghi periodi di espansione, ma non ha realizzato una convergenza paragonabile a quella delle tigri asiatiche. Il suo percorso comprende accelerazioni, crisi, inflazione e periodi di debole crescita. Inserirlo nella stessa categoria economica di Corea del Sud o Singapore significa quindi nascondere proprio ciò che dovrebbe essere spiegato: perché economie partite da condizioni relativamente arretrate abbiano ottenuto risultati così differenti.

L’Argentina rende il problema ancora più evidente. All’inizio del Novecento non era affatto un’economia poverissima. Nel 1913 il PIL pro capite argentino raggiungeva circa 6.052 dollari, superiore ai 4.057 dell’Italia e molto sopra i 2.431 del Giappone. Nel 2022 l’Argentina arriva a circa 18.292 dollari, mentre Italia e Giappone superano entrambi 36.000 dollari.

La perdita argentina è quindi soprattutto relativa. Il paese è diventato più ricco rispetto a un secolo prima, ma altri sono cresciuti molto più rapidamente.

Anche parlare genericamente di “Africa” produce problemi analoghi. Il continente comprende economie con strutture produttive, risorse naturali, popolazioni, istituzioni e livelli di reddito molto differenti. La semplice collocazione geografica non determina una traiettoria comune.

Il falso mito consiste dunque nell’immaginare una divisione permanente tra un Nord ricco e un Sud povero. La storia mostra mobilità in entrambe le direzioni. Alcune economie inizialmente povere hanno raggiunto la fascia dell’alto reddito; altre hanno recuperato soltanto parte della distanza; altre ancora hanno perso posizione relativa.

La domanda economicamente interessante non è quindi se il “Sud globale” stia crescendo. È quali paesi stiano convergendo, quali no e perché.

Corea del Sud, Singapore e Taiwan mostrano che partire poveri non significa rimanerlo. Cina e Brasile dimostrano che anche una trasformazione enorme può lasciare ancora una distanza significativa dalla frontiera. L’Argentina ricorda che partire relativamente ricchi non garantisce di conservare quella posizione.

Il Sud del mondo non è una traiettoria economica. È un insieme di traiettorie profondamente differenti.

Un grafico diverso: dove sono arrivati rispetto agli Stati Uniti?

Invece di ripetere il solito grafico del PIL pro capite in dollari, qui è più interessante porre gli Stati Uniti = 100 e misurare quanto ciascuna economia rappresentasse del livello americano nel 2022. Il grafico mostra direttamente quanto sia enorme la dispersione tra paesi spesso inseriti nella stessa categoria.

Il risultato è molto più eloquente di una semplice etichetta geografica: ponendo gli Stati Uniti uguali a 100, Singapore arriva a circa 137, Taiwan a 91, Corea del Sud a 71, Cina a 33 e Argentina a 31.

Paesi spesso collocati genericamente fuori dal tradizionale “Occidente ricco” si distribuiscono quindi lungo una scala che va da circa un terzo del livello americano fino a un livello addirittura superiore agli Stati Uniti. È difficile trovare una dimostrazione più immediata del fatto che il “Sud globale”, dal punto di vista dello sviluppo economico, non sia affatto un blocco omogeneo.

11. Corea del Sud contro Argentina: due traiettorie che distruggono l’idea di un destino economico

Pochi confronti mostrano meglio di Corea del Sud e Argentina quanto sia pericoloso immaginare che la posizione economica di un paese ne determini il futuro. Nel secondo dopoguerra le due economie appartenevano a mondi quasi opposti. L’Argentina aveva alle spalle decenni nei quali era stata relativamente prospera nel confronto internazionale; la Corea del Sud usciva invece dalla dominazione coloniale giapponese e si trovava alla vigilia di una guerra devastante. Settant’anni dopo, le posizioni relative sono profondamente cambiate.

Secondo il Maddison Project Database 2023, nel 1950 il PIL reale pro capite sudcoreano era appena 998 dollari internazionali del 2011. L’Argentina disponeva di un livello molte volte superiore. Ancora più significativo è il confronto con il 1913: allora il PIL pro capite argentino raggiungeva circa 6.052 dollari, contro 4.057 dell’Italia e appena 2.431 del Giappone. L’Argentina apparteneva dunque alle economie relativamente prospere dell’inizio del Novecento.

La Corea del Sud partiva invece da una situazione di estrema arretratezza. Nel 1960 il suo PIL pro capite raggiungeva ancora soltanto 1.548 dollari. Da quel momento, tuttavia, la traiettoria cambia radicalmente: 2.975 dollari nel 1970, 6.064 nel 1980, 13.874 nel 1990, 23.108 nel 2000 e 31.538 nel 2010.

Nel 2022 il PIL reale pro capite sudcoreano raggiunge 41.321 dollari. Rispetto ai 998 del 1950 significa un moltiplicatore superiore a 41 volte.

Dietro questa trasformazione si trovano industrializzazione, accumulazione di capitale, istruzione, orientamento alle esportazioni e progressivo spostamento della produzione verso attività a maggiore contenuto tecnologico. La Corea passa da un’economia povera a una potenza manifatturiera capace di competere nei settori automobilistico, elettronico, navale e dei semiconduttori.

La storia argentina segue una direzione molto differente. Il paese non diventa semplicemente “povero”: nel lungo periodo il PIL reale per abitante aumenta. Nel 2022 raggiunge circa 18.292 dollari. Rispetto ai livelli dell’inizio del Novecento si tratta comunque di un progresso considerevole.

Il problema emerge dal confronto internazionale. Mentre l’Argentina cresce, numerosi altri paesi crescono molto più rapidamente. È quindi soprattutto la sua posizione relativa a deteriorarsi.

Nel 1913 l’Argentina aveva un PIL pro capite circa una volta e mezzo quello italiano e quasi due volte e mezzo quello giapponese. Nel 2022 la situazione è completamente rovesciata: l’Italia raggiunge 36.224 dollari, il Giappone 38.269 e la Corea del Sud 41.321, contro circa 18.292 dell’Argentina.

Questo è uno dei concetti più importanti della crescita economica: un paese può diventare più ricco in termini assoluti e contemporaneamente diventare relativamente più povero rispetto agli altri.

Corea e Argentina mostrano inoltre perché categorie come “economia periferica”, “paese emergente” o “Sud globale” abbiano capacità limitata di prevedere il futuro. La collocazione iniziale non contiene automaticamente la traiettoria successiva.

Una delle differenze fondamentali è la continuità della crescita. La Corea ha attraversato crisi severe, compresa quella asiatica della fine degli anni Novanta, ma è riuscita a mantenere per molti decenni una tendenza fortemente positiva. L’Argentina ha invece sperimentato una storia caratterizzata da maggiore instabilità macroeconomica e ripetute interruzioni.

È l’effetto cumulativo a produrre il ribaltamento. Non serve necessariamente che un paese cresca a ritmi eccezionali ogni singolo anno. È sufficiente che mantenga per molti decenni un vantaggio nella crescita media perché una distanza inizialmente enorme venga cancellata.

Nel 1950 sarebbe stato estremamente difficile prevedere che la Corea del Sud sarebbe diventata molto più ricca per abitante dell’Argentina. Eppure nel 2022 il livello coreano è oltre il doppio di quello argentino.

Il confronto distrugge quindi l’idea di un destino economico prestabilito. Essere relativamente ricchi non garantisce di conservare la propria posizione; essere poverissimi non condanna necessariamente a rimanerlo. Ciò che conta è la traiettoria accumulata attraverso decenni di produttività, investimenti, capitale umano, trasformazione produttiva e capacità di reagire alle crisi.

Corea del Sud e Argentina non rappresentano due destini geografici. Rappresentano due percorsi economici. Ed è proprio la distanza tra quei percorsi a mostrare quanto radicalmente possano cambiare le gerarchie mondiali nell’arco di poche generazioni.

12. Il vero protagonista: la produttività accumulata nel tempo

Dopo aver confrontato democrazie e regimi autoritari, economie ricche di petrolio e paesi privi di grandi risorse naturali, Asia e Occidente, emerge un elemento comune a quasi tutte le storie di crescita duratura: la capacità di produrre quantità sempre maggiori di valore per abitante. Nel lungo periodo, il vero protagonista della crescita economica è soprattutto l’aumento della produttività, sostenuto da capitale, istruzione, tecnologia e trasformazione della struttura produttiva.

La produttività può essere descritta in termini semplici come la quantità di beni e servizi che un’economia riesce a ottenere utilizzando determinate risorse. Se un lavoratore, grazie a macchinari migliori, maggiore istruzione, tecnologie più avanzate e organizzazioni più efficienti, riesce a produrre più valore nello stesso tempo, aumenta la capacità produttiva dell’intero sistema.

È questo meccanismo che permette di comprendere trasformazioni altrimenti sorprendenti. Nel 1950 il PIL reale pro capite della Corea del Sud era appena 998 dollari internazionali del 2011. Nel 2022 raggiunge 41.321 dollari. Non sarebbe stato possibile ottenere un aumento di oltre 41 volte semplicemente facendo lavorare più ore la popolazione. È cambiata radicalmente la quantità e soprattutto il valore di ciò che ogni lavoratore può contribuire a produrre.

La trasformazione strutturale svolge un ruolo fondamentale. Nelle prime fasi dello sviluppo una quota elevata della popolazione è spesso occupata in attività agricole caratterizzate da produttività relativamente bassa. Industrializzazione e urbanizzazione trasferiscono progressivamente lavoratori verso manifattura e servizi, dove capitale e tecnologia permettono generalmente di produrre maggiore valore per addetto.

L’Italia del miracolo economico offre un esempio europeo. Il PIL pro capite passa da 5.582 dollari nel 1950 a 15.492 nel 1970. In appena vent’anni diventa circa 2,8 volte quello iniziale. Dietro questo aumento vi sono industrializzazione, migrazioni interne, accumulazione di capitale, infrastrutture e trasferimento di milioni di lavoratori verso attività più produttive.

Il capitale fisico è una seconda componente essenziale. Fabbriche, macchinari, strade, porti, reti energetiche e infrastrutture digitali consentono al lavoro umano di produrre di più. Ma accumulare macchine non basta indefinitamente: ogni nuova unità di capitale tende ad avere rendimenti marginali decrescenti se non viene accompagnata da innovazione e maggiore efficienza.

Entra quindi in gioco il capitale umano. Istruzione, competenze professionali e capacità scientifiche permettono di utilizzare tecnologie più complesse e di svilupparne di nuove. Corea del Sud, Taiwan e Singapore non sono rimaste economie basate indefinitamente sul basso costo del lavoro. La loro crescita è stata accompagnata da uno spostamento verso elettronica, semiconduttori, servizi avanzati e altre produzioni ad alto valore aggiunto.

Anche la tecnologia conta in due modi. Un paese inizialmente arretrato può crescere rapidamente adottando tecnologie già disponibili nelle economie avanzate. È uno dei meccanismi della convergenza. Ma quando raggiunge la frontiera, imitare diventa progressivamente meno sufficiente: occorre innovare.

Questo aiuta a comprendere anche i rallentamenti. Il Giappone passa da 3.062 dollari pro capite nel 1950 a 29.949 nel 1990, quasi dieci volte tanto. Nei successivi trentadue anni arriva a 38.269. Una volta raggiunti livelli elevati di produttività, replicare le velocità della fase di recupero diventa molto più difficile.

La crescita sostenuta nasce dunque dall’interazione tra numerosi fattori. Investimenti senza istruzione possono produrre risultati limitati; istruzione senza opportunità produttive può non essere sufficiente; tecnologia senza capitale e infrastrutture può diffondersi lentamente. E istituzioni incapaci di creare condizioni relativamente stabili possono rendere più difficile trasformare tutte queste risorse in crescita persistente.

È soprattutto il tempo a rendere potenti questi meccanismi. Un piccolo aumento della produttività ripetuto anno dopo anno produce risultati giganteschi dopo una generazione. La Corea del Sud non è diventata un’economia avanzata in cinque anni. Ha accumulato decenni di trasformazione.

La lezione finale è quindi meno spettacolare dei miti, ma economicamente più importante. Non esiste una materia prima, un regime politico o una collocazione geografica che garantisca automaticamente la prosperità. Nel lungo periodo, diventare più ricchi significa soprattutto riuscire a produrre più valore per persona e continuare a migliorare questa capacità per decenni.

È proprio l’accumulazione, apparentemente lenta anno dopo anno, a produrre i grandi miracoli economici quando viene osservata attraverso mezzo secolo di storia.

13. Un punto percentuale sembra poco, finché non passano cinquant’anni

Nelle discussioni sulla crescita economica, la differenza tra l’1% e il 2% annuo può sembrare quasi trascurabile. Un solo punto percentuale appare piccolo rispetto alle grandi oscillazioni provocate da recessioni, guerre o crisi finanziarie. Ma quando quella differenza viene mantenuta per decenni, il risultato cambia completamente. È uno dei meccanismi più importanti per comprendere perché paesi inizialmente simili possano ritrovarsi, dopo una o due generazioni, su livelli di reddito molto distanti.

Immaginiamo due economie identiche. Entrambe partono con un PIL reale pro capite di 20.000 dollari. La prima, che chiameremo Economia A, cresce mediamente dell’1% ogni anno. La seconda, Economia B, cresce del 2%. Non sono differenze spettacolari: nessuna delle due sta vivendo un “miracolo economico”.

Dopo il primo anno la distanza è minima. L’Economia A raggiunge 20.200 dollari e l’Economia B 20.400. Appena 200 dollari separano i due paesi.

Ma la crescita è cumulativa. Ogni incremento successivo viene applicato non ai 20.000 dollari iniziali, ma al livello raggiunto nell’anno precedente. È lo stesso principio matematico della capitalizzazione composta.

Dopo dieci anni l’Economia A raggiunge circa 22.092 dollari, mentre l’Economia B arriva a circa 24.380. La differenza supera già 2.200 dollari per abitante.

Dopo vent’anni i valori diventano circa 24.404 e 29.719 dollari. Il punto percentuale apparentemente insignificante ha creato più di 5.300 dollari di distanza.

Dopo trent’anni l’Economia A arriva a circa 26.957 dollari, mentre l’Economia B supera 36.227. Il divario è ormai superiore a 9.000 dollari per abitante.

A quarant’anni i livelli diventano circa 29.778 contro 44.161 dollari. La differenza supera 14.000 dollari.

Infine, dopo cinquant’anni, l’economia cresciuta dell’1% raggiunge circa 32.893 dollari. Quella cresciuta del 2% arriva a circa 53.832. Partendo esattamente dallo stesso livello, i due paesi sono ormai separati da quasi 21.000 dollari per abitante.

L’effetto è ancora più evidente osservando il moltiplicatore. Con l’1% annuo, dopo cinquant’anni il reddito pro capite è diventato circa 1,64 volte quello iniziale. Con il 2%, è diventato circa 2,69 volte.

Questo semplice esercizio aiuta a interpretare molte delle grandi inversioni osservate nei dati storici. I sorpassi economici raramente dipendono da un singolo anno eccezionale. Nascono più spesso da differenze relativamente piccole nei tassi medi di crescita mantenute per periodi molto lunghi.

È ciò che rende così importante la produttività. Se un paese riesce sistematicamente ad aumentare un po’ più rapidamente la produzione per abitante, il vantaggio inizialmente appare modesto. Dopo venti o trent’anni diventa considerevole. Dopo cinquanta può modificare completamente la gerarchia internazionale.

Naturalmente nessuna economia reale cresce esattamente dell’1% o del 2% ogni anno per mezzo secolo. Esistono recessioni, boom, crisi e recuperi. L’esempio serve a isolare il meccanismo matematico: ciò che conta nel lungo periodo è l’effetto cumulativo della differenza nella crescita media.

È per questo che un punto percentuale non è affatto piccolo. Su un orizzonte annuale quasi non si vede. Su un orizzonte generazionale può separare due economie di decine di migliaia di dollari per abitante.

La storia economica è piena di sorpassi apparentemente sorprendenti proprio perché tendiamo a sottovalutare questa forza silenziosa: non la crescita di un singolo anno, ma la crescita che si accumula anno dopo anno per mezzo secolo.

14. Il sesto falso mito nascosto: “Chi è ricco oggi resterà ricco domani”

Una delle illusioni più persistenti della storia economica consiste nel considerare le classifiche attuali come se fossero permanenti. Quando un paese occupa per decenni una posizione di vantaggio, è facile immaginare che continuerà a conservarla. I dati storici raccontano però una storia diversa: le gerarchie della ricchezza possono cambiare radicalmente anche nell’arco di una sola vita.

Il confronto tra Italia e Corea del Sud è uno degli esempi più impressionanti. Nel 1950 il PIL reale pro capite italiano era pari a 5.582 dollari internazionali del 2011. Quello sudcoreano raggiungeva appena 998 dollari. L’Italia disponeva quindi di un livello circa 5,6 volte superiore.

La distanza sembrava enorme. Nel 1960, anzi, appariva ancora più difficile immaginare un futuro sorpasso: l’Italia raggiungeva 9.430 dollari pro capite contro appena 1.548 della Corea del Sud. Il livello coreano rappresentava soltanto il 16% circa di quello italiano.

Poi le traiettorie iniziarono a cambiare.

La Corea raggiunge 6.064 dollari nel 1980, 13.874 nel 1990 e 23.108 nel 2000. L’Italia continua a essere più ricca, arrivando a 32.717 dollari nel 2000, ma il vantaggio relativo è ormai molto più piccolo.

Nel 2010 la Corea è a 31.538 dollari contro 34.766 dell’Italia. Nel 2013 arriva il passaggio simbolico: 33.712 dollari sudcoreani contro 33.317 italiani. Nel 2022 la distanza si è ormai invertita: la Corea del Sud raggiunge 41.321 dollari pro capite, l’Italia 36.224.

Il paese che nel 1950 disponeva di meno di un quinto del livello italiano è quindi arrivato sopra nell’arco di poco più di sessant’anni.

Ma i ribaltamenti non richiedono necessariamente differenze iniziali gigantesche. Italia e Germania mostrano il fenomeno opposto: due economie quasi alla pari che successivamente si allontanano.

Nel 2000 il PIL reale pro capite tedesco era pari a 33.367 dollari. Quello italiano raggiungeva 32.717. Soltanto 650 dollari separavano i due paesi, una differenza inferiore al 2% del livello tedesco. Una fotografia dell’epoca avrebbe potuto suggerire che Italia e Germania appartenessero ormai sostanzialmente allo stesso livello di reddito.

Ventidue anni dopo la situazione è molto diversa. Nel 2022 la Germania raggiunge 46.648 dollari pro capite e l’Italia 36.224. Il divario è salito a 10.424 dollari.

Non è necessario interpretare questo cambiamento come un impoverimento assoluto dell’Italia. Rispetto al 2000, il PIL pro capite italiano è comunque aumentato. Il problema è che quello tedesco è cresciuto molto di più. Ancora una volta, sono le differenze nelle velocità accumulate a modificare la classifica.

La matematica della crescita spiega perché questi cambiamenti possano avvenire più rapidamente di quanto immaginiamo. Un vantaggio iniziale elevato può essere cancellato quando l’inseguitore cresce sistematicamente più velocemente. Allo stesso modo, due paesi inizialmente vicini possono allontanarsi enormemente quando uno mantiene anche soltanto alcuni punti di crescita cumulativa in più per molti anni.

La storia dell’Argentina offre una prospettiva ancora più lunga. Nel 1913 il paese aveva un PIL pro capite superiore a quello dell’Italia e del Giappone. Nel 2022 entrambe le economie lo superano nettamente. Anche in questo caso il cambiamento deriva soprattutto dalla crescita molto più intensa accumulata dagli inseguitori.

La lezione non è che ogni paese ricco sia destinato a perdere la propria posizione. Gli Stati Uniti dimostrano esattamente il contrario: erano già molto ricchi nel 1950 e hanno continuato ad aumentare considerevolmente il PIL pro capite. La lezione è che nessuna posizione iniziale costituisce una garanzia.

Essere ricchi oggi offre vantaggi importanti: capitale, infrastrutture, conoscenze, tecnologie e istituzioni già sviluppate. Ma conservare quella posizione richiede continuare ad aumentare la produttività e il reddito reale per abitante.

La fotografia economica di un determinato anno dice quindi dove si trova un paese, non dove si troverà fra cinquant’anni. Nel 1950 quasi nessuno avrebbe dedotto dai soli livelli di reddito che la Corea del Sud avrebbe superato l’Italia. Nel 2000, osservando Italia e Germania quasi appaiate, sarebbe stato difficile ricavare automaticamente il divario superiore a 10.000 dollari del 2022. Le classifiche economiche non sono tavole scolpite nella pietra. Sono fotogrammi di una corsa che continua. E due secoli di dati Maddison mostrano che, quando le differenze di crescita si accumulano abbastanza a lungo, persino gerarchie apparentemente consolidate possono essere completamente riscritte.

15. Conclusione: la storia economica diffida delle spiegazioni semplici

Due secoli di storia economica suggeriscono soprattutto una lezione: diffidare delle spiegazioni troppo semplici. La crescita non dipende da una singola variabile e non esiste una formula capace di stabilire automaticamente quali paesi diventeranno ricchi e quali rimarranno indietro. Regimi politici, risorse naturali, geografia, capitale, istruzione, tecnologia, istituzioni e commercio possono tutti contribuire a determinare una traiettoria, ma nessuno di questi elementi, considerato isolatamente, è sufficiente per spiegare la straordinaria varietà delle esperienze osservate.

Il primo mito riguardava la democrazia. Corea del Sud, Taiwan e Spagna mostrano che importanti processi di industrializzazione possono iniziare anche sotto regimi autoritari. Questo non dimostra che l’autoritarismo favorisca la crescita. Dimostra soltanto che la relazione tra sistema politico e sviluppo non è meccanica. La letteratura economica fornisce, al contrario, evidenze secondo cui la democratizzazione può produrre effetti positivi sul reddito nel lungo periodo. La lezione è quindi metodologica: osservare che due fenomeni avvengono contemporaneamente non significa aver dimostrato che uno causi l’altro.

Il secondo mito riguardava le risorse naturali. La Norvegia dimostra quanto petrolio e gas possano contribuire alla prosperità quando le rendite vengono integrate in un’economia già produttiva e gestite attraverso istituzioni capaci di trasformarle in ricchezza duratura. Ma altri produttori mostrano che possedere enormi giacimenti non garantisce automaticamente elevati livelli di reddito. Le risorse costituiscono un’opportunità, non un risultato.

Anche la contrapposizione tra Asia e Occidente perde significato quando si osservano i dati pro capite. Nel 2022 Singapore supera 80.000 dollari internazionali per abitante, Taiwan 53.000 e la Corea del Sud 41.321, mentre la Cina raggiunge 19.238. Nello stesso momento gli Stati Uniti sono a 58.487 dollari, la Germania a 46.648 e l’Italia a 36.224. Non esistono quindi due blocchi economici uniformi. Esistono paesi con livelli e traiettorie differenti.

Il quarto mito, quello della crescita continua, viene smentito dalle curve storiche. Guerre, depressioni, crisi finanziarie e pandemie producono cadute anche violentissime. Il Giappone accelera straordinariamente fino agli anni Novanta e successivamente rallenta. L’Italia raggiunge circa 36.311 dollari pro capite nel 2007 e nel 2022 è ancora a 36.224. Crescere nel lungo periodo non significa crescere ogni anno.

Il quinto mito riguarda il cosiddetto Sud globale. Corea del Sud e Argentina mostrano quanto possa essere ampia la dispersione delle traiettorie. Nel 1950 la Corea disponeva di appena 998 dollari pro capite; nel 2022 raggiunge 41.321. L’Argentina, che all’inizio del Novecento era relativamente prospera, arriva nel 2022 a circa 18.292. La geografia non è un destino economico.

Dietro queste storie emerge invece un meccanismo molto meno spettacolare, ma enormemente più potente: l’accumulazione della crescita. Produttività, capitale umano, investimenti, tecnologia e trasformazione strutturale producono effetti che diventano giganteschi quando vengono mantenuti per decenni.

Un solo punto percentuale ne offre una dimostrazione. Due economie che partono entrambe da 20.000 dollari, crescendo rispettivamente dell’1% e del 2% annuo, dopo cinquant’anni arrivano a circa 32.900 e 53.800 dollari. Una differenza apparentemente minima genera oltre 20.000 dollari di distanza.

È così che cambiano le gerarchie.

Nel 1950 l’Italia aveva un PIL pro capite oltre cinque volte quello della Corea del Sud. Oggi è la Corea a essere davanti. Nel 2000 Italia e Germania erano separate da appena 650 dollari; nel 2022 il divario supera 10.000. Nessuna fotografia economica contiene automaticamente la classifica futura.

Ed è proprio qui che il Maddison Project Database diventa particolarmente potente. Guardando cinque anni possiamo scambiare una fase ciclica per una tendenza permanente. Guardandone venti possiamo convincerci che una determinata gerarchia sia ormai consolidata. Guardandone cento scopriamo invece miracoli economici, stagnazioni, sorpassi, crolli e recuperi che modificano continuamente la geografia mondiale della prosperità.

La storia economica non insegna quindi che le istituzioni non contino, che le risorse siano inutili o che la geografia sia irrilevante. Insegna qualcosa di più difficile: gli stessi fattori possono produrre risultati differenti perché operano all’interno di contesti differenti e interagiscono continuamente tra loro.

Per questo il più grande falso mito sulla crescita economica è probabilmente quello che contiene tutti gli altri: credere che esistano regole semplici capaci di dirci chi diventerà ricco.

La storia suggerisce invece di osservare le traiettorie, non soltanto le fotografie; la produttività, non soltanto le risorse; le istituzioni concrete, non soltanto le etichette politiche; e soprattutto il tempo. Perché sono le piccole differenze accumulate per decenni, molto più delle classifiche di oggi, a costruire la geografia economica di domani.

Fonte: Maddison Historical Database

Link: https://www.rug.nl/ggdc/historicaldevelopment/maddison/?lang=en

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Commercialista, pubblicista, innovation manager, ricercatore, professore a contratto presso l'Università LUM GIuseppe Degennaro e presso l'Università di Bari Aldo Moro.