Mettiti in comunicazione con noi

21 Settembre 2026

Il fantasma sotto la pelle: la storia di Arianna Virgolino e il verdetto dell’Europa

Dal concorso del 2018 all’esclusione, passando per nove sedute laser e una battaglia davanti ai giudici amministrativi. Oggi il caso di una candidata con un piccolo fiore tatuato sulla gamba riapre il dibattito sui tatuaggi visibili nelle forze di polizia. Ma il pronunciamento europeo non è ancora una sentenza definitiva.

Pubblicato

su

Credit foto https://www.ilcittadino.it/stories/basso_lodigiano/ho-tolto-tatuaggio-entrare-polizia-invece-mi-hanno-punita-o_60546_96/

Di Pierdomenico Corte Ruggiero

C’è un momento preciso in cui la vita professionale di Arianna Virgolino si interrompe improvvisamente. È un pomeriggio di novembre del 2019: Arianna ha trent’anni, indossa con orgoglio la divisa della Polizia Stradale di Guardamiglio (Lodi) e sta caricando la valigia dei verbali nel bagagliaio della volante. Ha alle spalle un concorso pubblico superato brillantemente tra quasi 90.000 candidati. All’improvviso squilla il telefono: il suo legale le comunica che il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso del Ministero dell’Interno. La decisione è immediata: deve riconsegnare la pistola, la placca ed essere espulsa. La motivazione è che quel piccolo segno sbiadito sul polso — un tatuaggio rimosso con il laser prima del concorso — rappresenta un “nocumento all’immagine della Polizia di Stato”.

La “colpa” della trasparenza e l’encomio sul campo

La vicenda comincia anni prima con un regalo di compleanno per i suoi 18 anni: un piccolo cuore coronato sul polso. Quando decide di rincorrere la sua vocazione per la divisa, Arianna sa che i tatuaggi visibili non sono tollerati dai regolamenti delle Forze dell’Ordine. Si sottopone a dolorose sedute laser per cancellarlo.

Al momento delle visite concorsuali sul polso le rimane soltanto una lieve cicatrice impercettibile. È la sua stessa lealtà a tradirla: durante i controlli medici dichiara spontaneamente di aver rimosso un disegno.

Lealtà che non viene apprezzata. Per quel tatuaggio fantasma Arianna Virgolino viene dichiarata non idonea.

Arianna ricorre al TAR che accoglie le sue ragioni. Viene riammessa.

Completa l’addestramento e viene inviata in servizio attivo.

In strada dimostra subito grande fermezza e capacità. Durante un turno a Casalpusterlengo interviene con coraggio per sedare una violenta rissa, ottenendo una lode ufficiale per la professionalità dimostrata https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/08/15/poliziotta-sospesa-per-un-tatuaggio-rimosso-spero-sia-un-errore-tolto-proprio-per-entrare-nel-corpo-pronta-a-ricorrere-alla-corte-europea/5900878/. Si compie così un paradosso burocratico: mentre il Ministero dell’Interno la premia per meriti sul campo, la giustizia amministrativa ne decreta l’espulsione con effetto immediato.

Una domanda è doverosa. Arianna Virgolino era stata addestrata e aveva già dimostrato capacità operative notevoli. Che senso ha rinunciare ad un agente di Polizia valido per un tatuaggio che praticamente non esisteva più? Non è uno “spreco”?

Come può portare “nocumento all’immagine della Polizia di Stato” Arianna Virgolino lodata per aver sedato una rissa dopo pochi mesi di servizio?

Certo ci sono i regolamenti, le leggi. Certo. Ma vanno applicate con buonsenso.

Altrimenti possono causare danni e situazioni paradossali.

Anni di battaglie e la promessa delle istituzioni

Costretta a svestire la divisa, Arianna si reinventa lavorativamente come receptionist sul Lago di Garda, ma non smette mai di lottare per riavere il suo posto. La sua vicenda diventa un caso nazionale sulla rigidità dei bandi di concorso. Nel 2019 anche Giorgia Meloni (all’epoca all’opposizione) interviene pubblicamente in suo sostegno, definendo assurda la punizione per un agente che aveva dimostrato spiccata abnegazione e spirito di servizio.

Negli anni successivi Arianna tornerà a fare appello direttamente alla premier e alle istituzioni per chiedere giustizia. Ad oggi, però, nulla è cambiato.

Le ultime novità: la svolta dalla Corte di Giustizia UE

Dopo anni di ricorsi respinti e porte chiuse nei tribunali italiani, la svolta decisiva arriva nel settembre 2026 dai giudici di Lussemburgo. L’Avvocata Generale della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE), Tamara Ćapeta, deposita le sue conclusioni ufficiali su un caso analogo italiano che coinvolge un’aspirante poliziotta esclusa per un tatuaggio sul polpaccio visibile solo indossando l’uniforme femminile con la gonna.

Il pronunciamento dell’UE segna un punto di svolta fondamentale:

  • Discriminazione di genere: L’applicazione rigida del divieto di tatuaggi abbinata all’obbligo per le donne di indossare la gonna nelle cerimonie ufficiali costituisce una discriminazione indiretta di genere.
  • Sproporzione della sanzione: L’esclusione automatica dal servizio per motivi puramente estetici legati alla divisa cerimonia non è considerata un requisito essenziale o determinante per svolgere le funzioni di polizia.

Anche in questo caso è legittima una domanda. Ha senso oggi far indossare la gonna alle poliziotte nelle cerimonie? Doverosamente la Polizia di Stato custodisce l’eredità del Corpo di Polizia femminile. Ma potrebbe esser fatto tenendo conto della realtà odierna?

Rischia di diventare, agli occhi dell’opinione pubblica, anacronistico vedere poliziotte giurare in gonna imbracciando una pistola mitragliatrice M12. Le donne hanno, per fortuna, un ruolo pieno ed operativo nelle Forze dell’Ordine, a differenza di quanto accadeva negli anni 60.

Credit foto https://poliziamoderna.poliziadistato.it/articolo/3536548f2b5b868a571437197

Per quanto riguarda i tatuaggi, andrebbe valutata la regolamentazione adottata ad esempio dall’NYPD: focus sulla natura del tatuaggio e sulla possibilità di coprirlo. A New York non vogliono perdere un buon poliziotto per un tatuaggio. In Italia evidentemente si.

Dal punto di vista giurisprudenziale le cicatrici causate dalla rimozione laser del tatuaggio non andrebbero più valutate come “imperfezioni deturpanti”.

Il parere dell’Avvocata Generale della Corte di Giustizia potrebbe contribuire ad abbattere la linea rigida seguita finora dalle amministrazioni italiane e potrebbe aprire finalmente la strada a una revisione dei procedimenti di esclusione come nel caso di Arianna Virgolino.

Potrebbe perché il nostro è un Paese dove il condizionale è d’obbligo. Ecco perché bisogna continuare a raccontare la vicenda di Arianna Virgolino.

Servire lo Stato è da sempre motivo di lode ed orgoglio.

Questo voleva e vorrebbe fare Arianna Virgolino. Servire lo Stato.

Uno Stato che deve garantire certamente l’applicazione della legge. Applicazione equa, proporzionata e adatta al contesto reale

Ciò che ad Arianna Virgolino non sembra esser stato garantito.