19 Ottobre 2026
Brasile, 25 ottobre: cosa è in gioco nel ballottaggio per la sovranità e la democrazia
Domenica 25 i brasiliani scelgono tra Lula e Flávio Bolsonaro in un’elezione che il mondo segue da vicino. In gioco ci sono il potere interno, la sovranità del Paese e l’equilibrio delle forze in America Latina.

Di Marlene Madalena Pozzan Foschiera
Un’elezione che il mondo segue
Il Brasile è una delle dieci maggiori economie del mondo, il quinto Paese per estensione territoriale e il settimo per popolazione. Domenica 25 ottobre oltre 158 milioni di elettori scelgono tra il presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT), che cerca la rielezione, e il senatore Flávio Bolsonaro (PL), figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, condannato per tentato colpo di Stato.
Al primo turno, il 4 ottobre, Flávio ha ottenuto il 47,03% dei voti validi e Lula il 45,16%, smentendo la maggior parte dei sondaggi, con una differenza inferiore a 2 punti percentuali. Da allora i sondaggi indicano un pareggio tecnico entro il margine d’errore: Datafolha (15 ottobre) dà Flávio al 51% contro il 49% di Lula, mentre Vox Brasil, pubblicato domenica 18, vede Lula numericamente avanti, anch’esso con il 51% contro il 49%. C’è poi un fattore decisivo: circa 33,4 milioni di brasiliani (il 21%) non hanno votato al primo turno, un numero molto superiore alla differenza tra i candidati. Nulla è deciso fino al 25.
La sovranità in discussione
A giugno una lettera del segretario di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio, ha ringraziato Flávio per la “generosa offerta” di mettere a disposizione del governo americano una squadra di transizione in caso di elezione. Nella stessa lettera Rubio ha difeso l’indagine commerciale degli USA contro il Brasile e ha ringraziato Flávio per il sostegno alla classificazione di due organizzazioni criminali brasiliane come organizzazioni terroristiche da parte degli americani, tema che ho già trattato in articoli precedenti. Per la sinistra è la svendita del Paese, e il PT e i suoi alleati hanno chiesto un’indagine alla Procura elettorale.
Anche a destra ci sono critiche. Il generale della riserva Santos Cruz, già ministro di Jair Bolsonaro, ha affermato in un’intervista diffusa il 16 ottobre che la ricerca di appoggi esterni da parte della famiglia Bolsonaro è un attacco alla sovranità del Brasile e una “sottomissione volontaria” a Trump. Dichiarandosi di destra, ha detto che l’estremismo che vede oggi non è destra, ma “imbroglio”.
La pressione esterna non si è fermata qui. Due giorni prima del primo turno, gli USA e l’Australia hanno sospeso il servizio nelle loro ambasciate per presunti rischi per la sicurezza; la Polizia Federale non ha trovato nulla che sostenesse l’allarme e ha aperto un accertamento preliminare su una possibile ingerenza esterna. La missione dell’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) ha registrato “attivismo politico internazionale” durante le elezioni, con insulti a una candidatura, senza fare nomi, anche se il governo brasiliano lo attribuisce a Donald Trump e a Javier Milei. Venerdì 16 il sito The Intercept Brasil ha rivelato che la campagna di Flávio ha pagato 600 mila reais alla Elytron, azienda di cybersicurezza statunitense che, secondo un ex dipendente, avrebbe offerto sul mercato americano un sistema di intelligenza artificiale per la manipolazione politica, con profili falsi e disinformazione.
C’è poi lo scontro con le big tech. La campagna di Lula accusa Meta, proprietaria di WhatsApp, Instagram e Facebook, di limitare la sua visibilità e si è rivolta al TSE, il Tribunale Superiore Elettorale, che ha stabilito che l’azienda garantisca parità di trattamento ai candidati. Si tratta di accuse della campagna.
Il rischio della concentrazione del potere
In parole semplici: se Flávio vince, uno stesso campo politico controllerà l’Esecutivo e il Legislativo e, con le nomine dei prossimi anni, anche il Giudiziario. La destra ha eletto la maggioranza in entrambe le Camere (circa 276 dei 513 deputati e 49 degli 81 senatori), e il partito di Flávio, il PL, ha il gruppo più numeroso in ciascuna. Il 6 ottobre Flávio ha dichiarato che, con la maggioranza nel nuovo Parlamento, potrebbe “cambiare la Costituzione”. Il giorno dopo ha precisato che si riferiva a una riforma della giustizia, all’abbassamento dell’età della responsabilità penale e a modifiche fiscali, e che rispetterà la Costituzione.
Vale la pena spiegare. La Costituzione del 1988, detta Costituzione Cittadina, fu conquistata dopo più di due decenni di dittatura militare. Per modificarla serve un emendamento approvato con i tre quinti di ciascuna Camera (308 deputati e 49 senatori). Ci sono limiti che nemmeno una maggioranza può superare, come la separazione dei poteri. Ciò che preoccupa è la somma degli elementi: il presidente nomina i giudici della Corte Suprema, c’è un posto vacante e altri tre se ne libereranno per limiti di età entro il 2030 (lo stesso Flávio ha detto che, se eletto, potrà nominarne almeno quattro), e il Senato, che giudica quei giudici, richiede 54 voti per destituirli, appena cinque in più dei 49 senatori di destra. Questo può cambiare il profilo della Corte per decenni.
In molti Paesi abbiamo visto lo stesso percorso: l’Esecutivo arriva a controllare il Giudiziario e si allinea al Legislativo, e i contrappesi scompaiono. È cominciato in Ungheria, è comparso negli Stati Uniti con Trump e avanza in America Latina. Il timore è evidente tra chi ha coscienza e informazione, e non nasce dal nulla: il padre di Flávio è stato condannato a 27 anni di carcere per tentato colpo di Stato, e Flávio definisce quel processo una farsa e, secondo la Revista Fórum, ha già promesso di lavorare per un’amnistia già durante la transizione.
Sul fronte dei diritti umani, il professor Paulo Sérgio Pinheiro, in pensione dall’Università di San Paolo (USP) ed ex componente di organismi dell’ONU, ha dichiarato in un’intervista a TV 247 che la sfida attuale non è un’alternanza di potere convenzionale e che il regime di eccezione è già annunciato.
Un campo di gioco diseguale?
La contesa si gioca anche nella giustizia elettorale. Il presidente del TSE, nominato da Jair Bolsonaro, ha sospeso l’11 ottobre il canale WhatsApp “Esercito di Lula”, creato dal deputato André Janones per mobilitare i sostenitori, su richiesta della campagna di Flávio. Poche ore dopo un altro magistrato del tribunale ha rimesso il canale online, e il 13 ottobre il presidente lo ha sospeso di nuovo, finché non fosse comunicato formalmente alla giustizia elettorale. La campagna di Lula ha effettuato la registrazione lo stesso giorno, e il canale è tornato online la sera del 14 ottobre. Il TSE ha motivato la sospensione con la mancata registrazione, e l’area tecnica del tribunale non ha trovato contenuti falsi nel canale, secondo la stampa. Un altro giudice, anch’egli nominato da Bolsonaro, ha ordinato la rimozione di contenuti di Lula e di alleati, e il presidente del tribunale ha respinto richieste della campagna di Lula contro propaganda di Flávio. Il plenum, tuttavia, ha già ribaltato decisioni dei due a favore di Flávio. Il 15 ottobre, in seduta in presenza, ha ordinato a Flávio di rimuovere post su una frase di Lula riguardo agli spazzini e su presunte irregolarità riguardanti il figlio del presidente, ribaltando una di quelle decisioni.
A pochi giorni dal voto, 4.352 sezioni elettorali (lo 0,87% del totale) hanno cambiato indirizzo. Il TSE attribuisce i cambiamenti a ristrutturazioni dell’ultimo minuto, accessibilità e maltempo, e dice che le decisioni spettano alle zone elettorali. Il cambiamento è contestato da settori della sinistra, che chiedono spiegazioni, e il TSE nega ogni interferenza. In una sfida così serrata, è importante che l’elettore verifichi il proprio seggio con l’app e-Título o sul sito del TSE.
Cosa cambia nella vita dei brasiliani
Sul fronte del lavoro, il Congresso ha approvato e promulgato il 16 ottobre la fine del turno 6×1 (sei giorni di lavoro per uno di riposo), con riduzione dell’orario settimanale da 44 a 40 ore, senza tagli di stipendio. Il Senato l’ha approvata con 75 voti a 1. Flávio, che prima definiva la proposta opportunista, ha cambiato posizione il giorno prima e ha votato a favore, a distanza, tramite l’app del Senato, temendo l’impatto nelle urne, secondo l’Estadão. Il PL, tuttavia, mantiene la proposta di un emendamento che crea il pagamento a ore lavorate e la libera contrattazione tra lavoratore e datore di lavoro, e il capogruppo del partito alla Camera dice che tenterà di votarlo nel 2027. Il Dieese (Dipartimento Intersindacale di Statistica e Studi Socioeconomici, istituto di ricerca sostenuto dai sindacati) ritiene che, senza un numero minimo di ore garantite, il lavoratore possa finire il mese guadagnando meno del salario minimo. Economisti come Marcelo Manzano, dell’Unicamp, e Denise Gentil, dell’UFRJ, avvertono di perdite di reddito e recessione.
Le centrali sindacali accusano Flávio di voler congelare il salario minimo e le pensioni, e una consulente economica della campagna ha detto in agosto di voler rivedere la politica di rivalutazione del minimo. Il coordinamento economico afferma che il programma si ispira alle riforme di Javier Milei in Argentina. Preoccupa anche il possibile svincolo dei minimi costituzionali per sanità e istruzione, misura che la stampa attribuisce al team economico di Flávio e che metterebbe a rischio il bilancio delle università federali e del Sistema Unico di Salute (SUS), uno dei più grandi sistemi sanitari pubblici del mondo.
La piazza e i social
Le manifestazioni si moltiplicano nelle capitali e nelle grandi città. La Marcia per la Democrazia, l’11 ottobre, sull’Avenida Paulista a San Paolo, ha riunito, secondo gli organizzatori, oltre 1 milione di persone (cifra senza conferma indipendente), convocata da studenti, movimenti sociali e comunità di fan di artisti pop. Il movimento ha attirato l’attenzione della stampa internazionale, con servizi di AP, France 24 ed Euronews. La campagna di Flávio tiene il suo evento sulla Paulista domenica 18. A mio avviso, la stampa commerciale brasiliana dedica a questa mobilitazione meno spazio di quanto meriti.
Sui social, dove la destra tradizionalmente prevale, la campagna di Lula, che ha riconosciuto di essere partita sotto le aspettative, punta su video diretti, influencer e canali propri per compensare la visibilità che dice essere stata limitata. L’esempio più forte è l’“Esercito di Lula”, canale WhatsApp del deputato André Janones che è passato da 50 mila a oltre 5 milioni di iscritti in pochi giorni. Insieme alla mobilitazione di intellettuali, artisti, influencer e giovani, gli alleati della campagna ritengono che stia facendo la differenza.
Cosa è in gioco per l’America Latina
La stampa internazionale ha trattato il primo turno come una svolta geopolitica. L’ANSA ha scritto che il Brasile entrerà molto probabilmente nell’orbita di Trump, in un anno molto difficile per la sinistra sudamericana. È difficile consolidare un’influenza regionale senza il Brasile, e questa elezione peserà in tre modi. Un Brasile allineato a Washington rafforzerebbe il blocco di destra della regione. Un Brasile di Lula manterrebbe una politica estera autonoma, con i BRICS, la Cina, l’agenda climatica e la difesa di un mondo multilaterale. E la reazione dei mercati e degli USA a un risultato di misura sarebbe un test di rispetto della sovranità.
Speranza e rischio
Ci sono ragioni per sperare: la differenza del primo turno è stata minima, 33 milioni di elettori sono rimasti a casa, i giovani sono in piazza e la sfida è voto per voto. Ma il rischio è reale e va oltre il Brasile. Il 25 il Brasile non sceglie soltanto un governo. Sceglie se manterrà la sovranità e l’equilibrio tra i poteri o se imboccherà la strada della concentrazione di potere che il mondo ha già visto in altri Paesi. E il mondo sta guardando.

