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19 Gennaio 2026

Il Brasile fa storia ai Golden Globe: “O Agente Secreto” e Wagner Moura riportano il cinema nazionale al centro del mondo

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Kleber Mendonça Filho e a produtora francesa Emilie Lesclaux e Wagner Moura – foto: Etienne Laurent/AFP...

Di Marlene Madalena Pozzan Foschiera

Il cinema brasiliano sta vivendo un ciclo raro — e politicamente eloquente. Domenica 11 gennaio 2026, alla 83ª edizione dei Golden Globe, O Agente Secreto, diretto da Kleber Mendonça Filho, ha vinto come Miglior film in lingua non inglese, mentre Wagner Moura è stato premiato come Miglior attore in un film drammatico.

È un risultato storico: con questa vittoria il Brasile diventa bicampione nella categoria (in passato “miglior film straniero”), tornando a un traguardo che per decenni era rimasto isolato: Central do Brasil vinse nel 1999.

Un film sulla dittatura in un mondo che torna a tremare

O Agente Secreto è ambientato nel 1977, nel pieno della dittatura militare. Racconta la traiettoria di un uomo braccato che rientra a Recife durante il Carnevale, provando a ricomporre la propria vita — e scoprendo che, in un Paese sorvegliato e corroso, il passato non resta mai davvero alle spalle.

Non è casuale che un’opera del genere abbia risuonato fuori dal Brasile. L’aria del tempo è pesante: guerre che si allungano, militarizzazione, crisi economiche e crescita di forze autoritarie che ripropongono la logica della “guerra culturale”, trattando diritti e dissenso come problemi da reprimere. In questi cicli, la cultura è spesso tra i primi bersagli: perché nomina ciò che il potere vorrebbe cancellare.

Due film, una ferita aperta: memoria come atto politico

C’è un filo che lega O Agente Secreto a Ainda Estou Aqui, film di Walter Salles che nel 2025 ha conquistato l’Oscar per il Miglior film internazionale. Sono opere diverse, ma condividono un gesto: guardare in faccia la dittatura e la sua eredità — nella vita privata, nelle istituzioni, nel linguaggio con cui una società racconta se stessa.

Al momento del premio, Walter Salles dedicò l’Oscar alla donna che ispira la storia: “Questo premio è per lei: si chiama Eunice Paiva.” È una frase che mette a fuoco tutto: non si tratta di “ricordi”, ma di dignità, verità, giustizia.

E Kleber Mendonça Filho rifiuta ogni nostalgia addomesticata del regime: “Un film su quanto fosse bello il Brasile nel 1977 non sarebbe il mio.” È una scelta artistica — e insieme una scelta etica.

Quando governa l’estrema destra, la cultura diventa un bersaglio

Qui sta un punto decisivo: non è solo il Brasile. In molte parti del mondo, mentre crescono governi e movimenti di estrema destra, la cultura viene trattata come una minaccia: si tagliano fondi, si delegittimano artisti, si tenta di controllare le narrazioni, si riscrive la memoria collettiva. Perché cultura significa immaginazione politica: allarga l’orizzonte di ciò che un popolo considera possibile, giusto, umano.

Wagner Moura lo ha detto con chiarezza in varie interviste. Parlando anche della stagione brasiliana recente, ha denunciato una dinamica tipica dei regimi autoritari: nel “manuale del fascismo” i primi attacchi colpiscono università, giornalisti e artisti, e l’obiettivo è trasformare i creatori in “nemici del popolo”. Ha descritto inoltre il Brasile tra 2018 e 2022 come un periodo segnato da un clima “fascista”, in cui la cultura veniva aggredita e svuotata.

Questa cornice rende più nitida la portata del Golden Globe: non è soltanto un trofeo, ma anche una risposta collettiva a un ciclo di ostilità e smantellamento.

Investire in cultura non è un lusso: è lavoro, reddito e sovranità simbolica

Bisogna dirlo senza giri di parole: la cultura è lavoro. Un film muove un’intera filiera — sceneggiatori, tecnici, fotografia, suono, montaggio, costumi, scenografia, trucco, trasporti, catering, hotel, location, post-produzione, distribuzione, festival. Genera occupazione qualificata, reddito locale, capacità tecnica e innovazione.

E poi c’è la sovranità meno visibile ma fondamentale: la sovranità simbolica. Un Paese che non racconta le proprie storie rischia di esistere solo nelle narrazioni altrui — e in tempi di offensiva autoritaria questo è un rischio politico enorme.

Vigilanza democratica: la lezione che il cinema consegna

O Agente Secreto non è soltanto “prestigio internazionale”. È un avvertimento: l’autoritarismo non inizia sempre con i carri armati. Inizia quando la violenza viene normalizzata, quando la differenza diventa sospetta, quando si sabota la memoria, quando artisti e docenti vengono trasformati in bersagli.

Per questo il finale non dovrebbe essere solo “congratulazioni”. Dovrebbe essere anche: dobbiamo restare vigili. La democrazia è una costruzione quotidiana — e la cultura, quando è libera, è una delle sue difese più potenti.