16 Marzo 2026
TRUMP PIÙ DISPERATO CHE MAI! Dalla richiesta di invio navi persino alla Cina alla minaccia di chiudere i network statunitensi ostili alle sue decisioni
a due settimane dell’inizio dell’aggressione USA-Israele ai danni dell’Iran, il Presidente Trump non sa come uscire dal pantano in cui sembra naufragare la sua popolarità

AREE DI CRISI NEL MONDO N. 280 — 15 Marzo 2026
Dossier di analisi geopolitica e strategica
di Stefano Orsi
| TRUMP PIÙ DISPERATO CHE MAI! Dalla richiesta di invio navi persino alla Cina alla minaccia di chiudere i network statunitensi ostili alle sue decisioni |
| 📋 NOTA METODOLOGICA Analisi basata su: articoli Analisi Difesa (14 Mar), Global Times (15 Mar), Washington Post (12-14 Mar), Il Post, Sky TG24, ANSA, Adnkronos, appunti di intelligence interni (10-15 Mar 2026), fonti istituzionali iraniane (IRNA, Tasnim), fonti di mercato (Investing.com, Trading Economics, Il Sole 24 Ore). Le dichiarazioni di Trump sono tratte da fonti verificate (Truth Social, interviste NBC, CBS, Axios). I dati sul petrolio riflettono le quotazioni Brent spot della settimana 9-15 marzo 2026. |
1. SOMMARIO ESECUTIVO
Al sedicesimo giorno dall’avvio dell’Operazione Epic Fury (28 febbraio 2026), la guerra USA-Israele contro l’Iran ha raggiunto una fase che potremmo definire di stallo strategico, ma a senso unico: sono gli Stati Uniti — e il loro presidente — a mostrare i segni più evidenti di frustrazione. Donald Trump ha lanciato messaggi sempre più contraddittori e disperati, oscillando tra proclami di vittoria imminente e richieste disperate di supporto internazionale, arrivando a supplicare la Cina di inviare navi militari nello Stretto di Hormuz, la stessa Cina che Washington trata da rivale sistemico.
La settimana dal 9 al 15 marzo è stata caratterizzata da quattro dinamiche convergenti: l’escalation energetica (Brent stabile sopra i 100 $/b), il fallimento diplomatico della richiesta di coalizione navale, la minaccia senza precedenti ai network televisivi americani critici dell’operazione militare, e una frattura sempre più visibile tra le narrative della Casa Bianca e la realtà sul campo.
| “Iran è completamente sconfitto e vuole un accordo che non accetterò. I media fake news odiano riportare i successi che l’esercito statunitense ha ottenuto.” — Donald Trump — Truth Social, 13 marzo 2026 |
Quello che Trump chiama ‘vittoria’ è invece, secondo la maggior parte degli analisti indipendenti, una guerra di logoramento che si trasforma in una trappola strategica: l’Iran non è crollato, controlla ancora Hormuz e mantiene la capacità di attaccare navi commerciali con droni e mine a basso costo, rendendo vana ogni superiorità tecnologica americana nel breve periodo.
2. CRONOLOGIA DELLA SETTIMANA (9–15 MARZO 2026)
La settimana si apre con Trump che in conferenza stampa a Miami dichiara che ‘la guerra in Iran finirà presto’ senza fornire dettagli operativi. Il 10 marzo il CENTCOM annuncia la distruzione di 16 navi posamine iraniane nei pressi dello Stretto di Hormuz — mossa presentata come segnale di forza, ma che di fatto ammette la portata del problema: Teheran aveva già posizionato un numero significativo di ordigni subacquei nelle acque strategiche.
L’11 marzo, durante una riunione virtuale del G7, Trump avrebbe dichiarato ai leader alleati — secondo Axios — che ‘l’Iran sta per arrendersi ma nessuno sa chi sia il leader, quindi non c’è nessuno che possa annunciare la resa’. Una frase che svela, involontariamente, il nodo irrisolto del piano americano: la decapitazione della leadership iraniana — uno degli obiettivi dichiarati dell’operazione — ha paradossalmente reso impossibile una resa formale. Non c’è un interlocutore riconosciuto con cui trattare.
Il 13 marzo il Brent supera stabilmente i 100 dollari al barile. Il 14 marzo gli Stati Uniti colpiscono Kharg Island, il principale terminal di esportazione petrolifera iraniano, dichiarando di aver distrutto ‘esclusivamente obiettivi militari’ e oltre 90 installazioni sull’isola. L’Iran risponde minacciando di distruggere le infrastrutture energetiche di qualsiasi compagnia che cooperi con gli Stati Uniti.
Il 15 marzo — giorno di questo numero — la guerra entra nel sedicesimo giorno. Attacchi su Isfahan uccidono almeno 15 persone. Sirene in Israele per nuovi lanci di missili iraniani. L’ambasciata USA a Baghdad viene colpita da un drone. I Guardiani della Rivoluzione promettono di ‘uccidere Netanyahu con tutte le forze disponibili’.
3. LA DISPERAZIONE DI TRUMP: DALLA CINA ALLE LICENZE TV
3.1 La richiesta alle navi cinesi: un atto di debolezza storica
Il 14-15 marzo Donald Trump pubblica su Truth Social un messaggio destinato a rimanere nella storia della politica estera americana come simbolo di contraddizione strategica. Il presidente degli Stati Uniti — il Paese che ha avviato unilateralmente la guerra contro l’Iran senza consultare gli alleati — chiede ora al mondo di aiutarlo a gestirne le conseguenze.
| “Molti Paesi, specialmente quelli colpiti dal tentativo dell’Iran di chiudere lo Stretto di Hormuz, invieranno navi da guerra — in collaborazione con gli Stati Uniti d’America — per mantenere lo Stretto aperto e sicuro. Si auspica che la Cina, la Francia, il Giappone, la Corea del Sud, il Regno Unito e gli altri Paesi penalizzati da questa restrizione artificiale inviino navi nell’area.” — Donald Trump — Truth Social, 14-15 marzo 2026 |
La risposta internazionale è stata, nella sostanza, un educato rifiuto. La Francia smentisce esplicitamente qualsiasi impegno. Il Giappone parla di ‘soglia estremamente alta’. Il Regno Unito si rifugia in vaghe consultazioni. La Corea del Sud risponde di ‘valutare prudentemente’. Ma la risposta più significativa — e simbolicamente devastante per Washington — arriva dalla Cina.
Il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha commentato la richiesta americana su X con un solo termine: ‘supplicare’. La portavoce dell’ambasciata cinese a Washington non ha confermato alcun impegno, limitandosi a richiamare la responsabilità di tutte le parti di garantire la stabilità dell’approvvigionamento energetico. Liu Zhongmin, professore alla Shanghai International Studies University, ha chiarito il punto al Global Times: ‘Gli USA stanno distorcendo la logica della crisi. La causa fondamentale delle tensioni a Hormuz è l’operazione militare americana e israeliana contro l’Iran.’
3.2 Il paradosso che Trump non vuole ammettere
C’è un passaggio della dichiarazione di Trump che merita di essere sottolineato per la sua ammissione involontaria: il presidente USA ha scritto che l’Iran ‘manterrà tale capacità di disturbo indipendentemente da quanto gravemente sia sconfitto’. In altri termini, anche nella narrativa della vittoria americana, Teheran conserva indefinitamente la capacità di rendere pericoloso il passaggio di Hormuz.
| ⚠ ANALISI CRITICA Trump era stato informato dai vertici militari che l’Iran avrebbe potuto chiudere Hormuz come ritorsione a un attacco. Decise di procedere ugualmente, convinto di una vittoria rapida. Ora, a sedici giorni dall’inizio della guerra, si ritrova a supplicare la Cina — il principale rivale strategico — di mandare le sue navi militari a proteggere le rotte che i generali americani gli avevano detto di non riuscire a proteggere da soli. (Fonte: Wall Street Journal, 14 marzo 2026) |
3.3 La minaccia ai media: un precedente allarmante
Parallelamente alle difficoltà militari e diplomatiche, Trump ha aperto un secondo fronte — interno — contro i media americani che non rispecchiano la sua narrazione della guerra come vittoria. Il presidente degli Stati Uniti ha accusato pubblicamente il New York Times e il Wall Street Journal di ‘fare un lavoro terribile’ e i giornalisti di essere ‘malati e dementi’. Ha poi evocato la possibilità di revocare le licenze televisive ai network ostili.
A renderlo ancora più concreto è intervenuto Brendan Carr, presidente della Federal Communications Commission (FCC), il potente regolatore delle telecomunicazioni USA, nominato da Trump e già protagonista della vicenda Kimmel/ABC. Carr ha minacciato esplicitamente di revocare la licenza alle emittenti che diffondono — a suo giudizio — ‘fake news sulla guerra in Medio Oriente contrarie all’interesse nazionale’.
| “Continueremo a chiedere conto a queste emittenti nei confronti dell’interesse pubblico e, se alle emittenti non piace questa semplice soluzione, potranno consegnare la loro licenza alla FCC.” — Brendan Carr, presidente FCC — settembre 2025 / riattivato marzo 2026 |
La tensione tra Casa Bianca e stampa non è nuova, ma assume in questo contesto bellico una dimensione diversa. Un presidente che minaccia i media mentre conduce una guerra non comunicata preventivamente al Congresso, non autorizzata formalmente dagli alleati e non ancora vinta, configura uno scenario di controllo dell’informazione che va oltre la normale conflittualità istituzionale americana. Vale la pena ricordare che solo il 29% degli americani approva gli attacchi contro l’Iran, secondo un sondaggio Ipsos-Reuters condotto tra il 6 e il 9 marzo.
4. HORMUZ E IL PETROLIO: IL GRAFICO DELLA SETTIMANA
4.1 Trend Brent ICE — settimana 9–15 marzo 2026
| Data | Brent $/b | Evento chiave |
| Lun 9 Mar | ~88–90 | Violenti bombardamenti. Prima settimana di guerra. Hormuz operativa. |
| Mar 10 Mar | ~90–93 | Annuncio distruzione 16 posamine. Hormuz parzialmente bloccata. Trump: ‘quasi finita’. |
| Mer 11 Mar | ~94–97 | IEA annuncia rilascio 400 mln barili riserve strategiche. Poco effetto. |
| Gio 12 Mar | ~98–101 | Blocco Hormuz si consolida. Goldman Sachs: ‘Brent a 100 possibile’. |
| Ven 13 Mar | 101,99 | Brent supera soglia 100 $/b. Trump chiede navi alla Cina su Truth Social. |
| Sab 14 Mar | ~103 | Raid su Kharg Island. Iran: ‘Hormuz non si apre’. Range 97,60–103,95. |
| Dom 15 Mar | ~101–103 | Inizio trattative a intermittenza. Brent resta sopra 100 $/b. |
Il petrolio è la variabile che più di ogni altra misura il fallimento del calcolo iniziale di Washington. Trump aveva accettato preventivamente l’ipotesi di un rialzo temporaneo dei prezzi come ‘costo secondario’ rispetto all’obiettivo strategico della distruzione del regime iraniano. Fonti del New York Times riferiscono che il presidente era stato informato del rischio, ma lo aveva considerato gestibile.
La realtà si è rivelata ben diversa. Il Brent ha superato i 100 dollari al barile per la prima volta dalla crisi energetica del 2022-23, con punte fino a 119,50 nei momenti di massima tensione. Il range settimana 9-15 marzo oscilla tra 88 e 104 dollari, con la chiusura del 13 marzo a 101,99 $/b. Oggi, 15 marzo, il mercato tratta tra 97,60 e 103,95.
L’IEA ha risposto con una misura storica — il rilascio coordinato di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche dei Paesi G7 — che ha però avuto effetti limitati. Il problema non è la quantità di petrolio disponibile nel mondo, ma la fisica dei trasporti: con Hormuz bloccata funzionalmente, il 20% del commercio globale di petrolio e il 25% del GNL sono costretti a rotte alternative molto più lunghe e costose. Il colosso dello shipping MSC ha già formalmente sospeso alcune spedizioni dal Golfo.
| ⚠ SCENARIO DI RISCHIO ENERGETICO Se Hormuz rimane bloccata per più di 30 giorni, secondo gli analisti di Trading Economics il Brent potrebbe raggiungere i 130-150 $/b. L’Iran applica un blocco selettivo — lascia passare le navi dirette verso Cina e India, identificati come paesi amici — creando una struttura tariffaria de facto per il transito, in cui la neutralità vale il salvacondotto. |
4.2 La strategia iraniana del blocco selettivo
Uno degli aspetti più sofisticati della risposta iraniana è la natura selettiva del blocco di Hormuz. Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe da una potenza in difficoltà militare, l’Iran non ha optato per la chiusura totale dello stretto — che avrebbe colpito anche i propri alleati e scatenato una risposta internazionale compatta. Ha invece adottato una strategia di blocco discriminatorio.
Come confermato dal Ministro degli Esteri Araghchi ad Al Jazeera, lo stretto è chiuso ‘ai tanker e alle navi dei nemici e dei loro alleati, non a tutte le navi’. Le navi dirette verso Cina e India — i principali acquirenti di petrolio iraniano — passano. Un petroliere indiano ha transitato con successo il 14 marzo. Questo crea una situazione in cui Pechino e Nuova Delhi beneficiano tacitamente del conflitto, mentre le economie occidentali pagano il prezzo più alto.
5. LE REAZIONI INTERNAZIONALI: LA RICHIESTA DI COALIZIONE E I RIFIUTI
| Paese | Posizione | Fonte |
| Cina | Risposta diplomatica ambigua. Portavoce ambasciata: ‘Cessate il fuoco, garantire navigazione’. Non conferma invio navi militari. | Fonti terze |
| Francia | Smentisce esplicitamente l’invio di navi militari a Hormuz, ore dopo il post di Trump. | Fonti occidentali |
| Giappone | Takayuki Kobayashi: ‘La soglia è estremamente alta per inviare navi’. Rimanda a consultazioni. | Fonti occidentali |
| UK | ‘Stiamo discutendo con alleati una serie di opzioni’. Non conferma nulla. | Fonti occidentali |
| Corea del Sud | ‘Valutiamo con prudenza’. Pesa la dipendenza energetica dal Golfo. | Fonti terze |
| Iran | ‘Gli USA ci stanno supplicando, anche della Cina’. Araghchi: ‘Espellere gli aggressori stranieri’. | Fonti iraniane |
| Italia | ‘Non partecipiamo alla guerra’. Consiglio Supremo Difesa: operazioni unilaterali indeboliscono il multilateralismo. | Fonti occidentali |
La tabella sopra riassume un dato di sintesi politicamente rilevante: nessuno degli alleati tradizionali degli Stati Uniti ha risposto positivamente alla richiesta di Trump. Il modello della coalizione internazionale — che aveva funzionato nel 1990 (Guerra del Golfo) e parzialmente nel 2003 (Iraq) — si è rivelato completamente inapplicabile in questo contesto.
La differenza fondamentale è che nel 1990 e nel 2003 gli Stati Uniti avevano costruito preventivamente un consenso diplomatico. Questa volta, come ha sottolineato il Consiglio Supremo di Difesa italiano nel comunicato del 14 marzo, l’operazione militare è stata avviata unilateralmente, senza mandato ONU, senza consultazione degli alleati e senza preavviso al Congresso americano. Chiedere ora solidarietà a chi non è stato consultato prima è, da ogni punto di vista diplomatico, una richiesta destinata al fallimento.
6. L’ITALIA TRA DUE FUOCHI
La posizione italiana è diventata un caso di studio nell’impossibilità di gestire alleanze contrapposte. Il governo Meloni si trova a navigare tra la fedeltà atlantica verso Washington, i contingenti militari italiani esposti in zone di guerra, la dipendenza energetica acuita dalla crisi di Hormuz, e un’opinione pubblica sempre più preoccupata.
Come riportato da Analisi Difesa (Gaiani, 14 marzo), la base di Ali Salem in Kuwait — dove sono presenti oltre 300 militari dell’Aeronautica italiana — è stata colpita più volte dai missili iraniani, con fonti che parlano di danni gravi a due caccia Typhoon italiani. I militari della missione ‘Prima Parthica’ a Erbil, in Iraq, sono stati presi di mira da droni dell’IRGC. La missione UNIFIL in Libano è esposta agli attacchi israeliani.
| “L’obiettivo degli attacchi iraniani in Kuwait non sono certo gli Italiani ma le forze statunitensi. Vittime a cui nessuno rende omaggio e per le quali non si sentono note di cordoglio anche se, proprio perché non è la nostra guerra, sarebbe meglio ricordarsi di tutte le vittime.” — Gianandrea Gaiani, Analisi Difesa, 14 marzo 2026 |
Il Consiglio Supremo di Difesa ha adottato una formula diplomaticamente equilibrata: l’Italia non partecipa alla guerra, chiede la via negoziale, condanna le azioni iraniane su Hormuz ma anche gli eccessi israeliani su UNIFIL, e sottolinea che ‘la moltiplicazione delle iniziative unilaterali indebolisce il sistema multilaterale’. È una posizione rispettabile ma sempre più difficile da mantenere mentre i militari italiani si trovano fisicamente nel teatro di guerra.
Sul piano energetico, come sottolinea Marco Zacchera su Analisi Difesa (13 marzo), l’Italia è particolarmente vulnerabile: la scelta di rescindere dalla dipendenza russa dopo il 2022 ha aumentato la quota di GNL americano al 20% delle importazioni, una fonte che passa proprio attraverso le rotte che Hormuz minaccia. Il nucleare è lontano, le trivelle in Adriatico ferme, l’eolico e il solare insufficienti. Lo stretto di Hormuz colpisce l’Italia due volte: come alleata degli USA e come Paese energeticamente fragile.
7. LE DICHIARAZIONI PUBBLICHE DI TRUMP: CRONOLOGIA E ANALISI
7.1 Tabella dichiarazioni ufficiali
| Data | Dichiarazione | Fonte |
| 2 Mar | ‘La guerra potrebbe durare 4 o 5 settimane’ | NBC / Euronews |
| 9 Mar | ‘La guerra in Iran finirà presto. Praticamente non rimane nulla da colpire’ | Conferenza stampa Miami |
| 10 Mar | ‘Praticamente completata. Colpiremo 20 volte più forte se fermano i flussi di petrolio’ | Truth Social / Axios |
| 11 Mar | ‘L’Iran sta per arrendersi ma non sa chi sia il leader, quindi nessuno può annunciare la resa’ | G7 virtuale (Axios) |
| 13 Mar | ‘Iran completamente sconfitto. Vuole un accordo che non accetterò. I media fake news odiano i nostri successi’ | Truth Social |
| 14-15 Mar | ‘Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud, UK devono mandare navi a Hormuz’. Minaccia chiusura network critici | Truth Social / NBC |
| 14-15 Mar | ‘Iran vuole trattare, ma i termini non sono ancora buoni abbastanza’. Non ha chiarito quali siano. | NBC News |
7.2 La contraddizione strutturale della narrativa di vittoria
Leggendo le dichiarazioni di Trump in sequenza emerge uno schema chiaro: ogni volta che la realtà militare e diplomatica contraddiceva la narrativa della vittoria rapida, il presidente alzava il tono dei proclami anziché aggiustare la strategia. Questa non è una tattica mediatica casuale: è la stessa logica che ha guidato la comunicazione su temi come i dazi, il confine messicano, l’Ucraina. Funziona sul piano interno a breve termine; sui teatri internazionali, meno.
Il punto di massima contraddizione è raggiunto il 14-15 marzo, quando Trump ammette simultaneamente che (a) l’Iran è ‘completamente sconfitto’, (b) vuole un accordo ma i termini non sono buoni, (c) manterrà la capacità di disturbare Hormuz ‘indipendentemente da quante sconfitte subisca’, e (d) servono altri Paesi — inclusa la Cina — per rendere lo stretto sicuro. Quattro affermazioni che si contraddicono vicendevolmente.
Sul fronte delle exit strategy, Sky TG24 ha identificato cinque scenari possibili di uscita dalla guerra per Trump: capitolazione del regime con accordo tipo Venezuela; crollo del regime per rivolta popolare; blitz nucleare con forze speciali; cessate il fuoco negoziato; Trump dichiara vittoria e si ritira unilateralmente. Quest’ultimo scenario — politicamente il più conveniente nel breve termine — è anche quello che lascerebbe più problemi irrisolti nel lungo.
8. FRONTE UCRAINO: AGGIORNAMENTO
Il conflitto russo-ucraino continua sullo sfondo, in una fase di avanzate tattiche russe concentrate nell’area di Zaporizhzhia (fronte Selis-Nishna), nella zona di Bakhmut (controllo di Julio Biffka lungo il canale), e pressioni attorno a Chasiv Yar. Gli attacchi russi con droni equipaggiati con tecnologia di navigazione Kometa-B di fabbricazione russa — emersi dall’attacco alla base britannica di Cipro del 1° marzo — confermano il supporto logistico del Cremlino all’Iran, chiudendo il cerchio di un asse di destabilizzazione globale che collega Mosca, Teheran e le milizie proxy.
La guerra in Medio Oriente assorbe attenzione, risorse diplomatiche e capacità industriale di difesa che l’Ucraina avrebbe necessitato. Gli intercettori Patriot consumati per difendere le basi USA nel Golfo non sono disponibili per Kyiv. Il fronte europeo guarda a questa dinamica con crescente preoccupazione.
9. CONCLUSIONI: CHE COSA CI DICE QUESTA SETTIMANA
La settimana 9-15 marzo 2026 ha prodotto alcune evidenze che vale la pena fissare con chiarezza, al di là della nebbia della propaganda di tutte le parti in campo.
1. Il piano americano aveva un difetto strutturale: confidare che la decapitazione della leadership iraniana avrebbe prodotto il collasso del regime o la sua capitolazione. Questo non è avvenuto. Mojtaba Khamenei è emerso — ferito ma operativo — come nuova Guida Suprema. L’IRGC non si è dissolto. Il regime ha perso molti leader ma non la volontà di resistere.
2. Hormuz è l’arma più potente rimasta all’Iran: a basso costo, difficile da neutralizzare, con effetti economici globali immediati. Anche una potenza con capacità di lancio missili ridotta del 92% può mantenere indefinitamente uno stretto sotto minaccia con droni e mine. Trump lo ha implicitamente ammesso.
3. La richiesta di coalizione è un segnale di debolezza, non di forza: un’amministrazione che avesse realmente conseguito una vittoria strategica non avrebbe bisogno di supplicare la Cina. La mancata risposta degli alleati tradizionali (Francia, Giappone, UK) è il verdetto internazionale più eloquente sulla guerra.
4. Le minacce ai media aprono un fronte interno pericoloso: con solo il 29% degli americani favorevole all’operazione militare, il tentativo di silenziare le voci critiche attraverso la revoca delle licenze televisive configura un uso strumentale della regolamentazione che andrà monitorato con attenzione.
5. Il prezzo più alto lo pagano i civili e le economie più deboli: tra le 167 bambine uccise da un Tomahawk in una scuola e i prezzi del carburante che salgono sulle autostrade italiane, questa guerra ha già un bilancio umano ed economico reale che le narrazioni ufficiali di entrambe le parti tendono a minimizzare.
| “L’Iran non crolla. E Trump, per la prima volta, sembra accorgersene.” — Sintesi editoriale — Aree di Crisi nel Mondo n. 280 |
10. FONTI E RIFERIMENTI
10.1 Fonti Occidentali
| Fonte | Contenuto rilevante | Data |
| Washington Post | Frustrazione di Trump su Hormuz. Raid su Kharg Island. Iraniani a Dubai. | 14-15 Mar 2026 |
| Il Post | Analisi errori di calcolo Trump. FCC e minacce ai media. | 15 Mar 2026 |
| Sky TG24 | Segnali exit strategy Trump. Cinque scenari di fine guerra. | 14 Mar 2026 |
| Analisi Difesa | Hormuz come arma geopolitica. Questione militari italiani. | 14 Mar 2026 |
| ANSA / Adnkronos | Dichiarazioni Trump. Reazioni internazionali. | 11-13 Mar 2026 |
| Trading Economics / Investing.com | Quotazioni Brent settimana 9-15 marzo. Soglia 100 $/b. | 13-15 Mar 2026 |
10.2 Fonti Iraniane
| Fonte | Contenuto rilevante | Data |
| IRNA | Dichiarazioni ufficiali nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei. Comunicati IRGC. | 12-15 Mar 2026 |
| Tasnim | Rivendicazioni attacchi basi USA nel Golfo. Minacce Netanyahu. | 12-15 Mar 2026 |
| Araghchi (Min. Esteri) | ‘Hormuz chiusa solo a nemici’. ‘Gli USA ci stanno supplicando’. | Al Jazeera / AP |
| Mohsen Rezaei | ‘Nessuna nave americana ha il diritto di entrare nel Golfo’. | Analisi Difesa |
| Kamal Kharazi | ‘Non vedo spazio per la diplomazia’. Forze pronte per conflitto lungo. | CNN |
10.3 Fonti Terze e Internazionali
| Fonte | Contenuto rilevante | Data |
| Global Times (Cina) | Analisi richiesta USA alla Cina. ‘Washington distorce la logica della crisi’. | 15 Mar 2026 |
| Al Jazeera | Aggiornamenti operativi. Raid su Isfahan. 15 morti 15 marzo. | 15 Mar 2026 |
| BBC | La Francia smentisce invio navi. Reazioni internazionali alla richiesta Trump. | 14-15 Mar 2026 |
| Korea Times | Seul: ‘Valutiamo con prudenza’. Dipendenza energetica dal Golfo. | 15 Mar 2026 |
| Reuters / Bloomberg | Shipping MSC sospende rotte dal Golfo. Prezzi assicurazioni navali. | 13-14 Mar 2026 |
| WSJ | Trump era stato informato del rischio Hormuz e decise di procedere ugualmente. | 14 Mar 2026 |
Fine documento — Aree di Crisi nel Mondo n. 280 — 15 marzo 2026

