16 Marzo 2026
La nuova offensiva di Washington in America Latina
Il Brasile al centro di un nuovo accerchiamento geopolitico

Di Marlene Madalena Pozzan Foschiera
La presenza militare regionale, le dispute economiche e le pressioni diplomatiche rivelano una nuova fase della competizione strategica attorno al Brasile.
Mentre il mondo osserva le guerre in Medio Oriente e la crescente rivalità tra Stati Uniti e Cina, una nuova disputa strategica prende forma in un’altra parte del pianeta: l’America Latina.
Negli ultimi mesi sono diventati sempre più evidenti i segnali di pressione crescente di Washington sulla regione — in particolare sul Brasile. Questa dinamica si manifesta nel linguaggio della sicurezza emisferica, nella ridefinizione degli strumenti giuridici contro il crimine organizzato e nella riorganizzazione degli accordi militari regionali.
Nulla di tutto questo accade per caso.
Il Brasile al centro della disputa
Il Brasile occupa una posizione unica nel continente. È il paese più grande dell’America Latina per territorio e popolazione e possiede immense risorse naturali — petrolio, acqua dolce, biodiversità e minerali strategici.
Negli ultimi anni il paese ha rafforzato il proprio ruolo diplomatico nel Sud Globale. La partecipazione ai BRICS e il rafforzamento delle relazioni con Africa e Asia hanno ampliato la sua proiezione internazionale.
Per qualsiasi strategia di influenza nell’emisfero occidentale, il Brasile diventa quindi una variabile centrale.
Terrorismo o crimine organizzato?
Negli Stati Uniti è tornata al centro del dibattito politico la proposta di classificare alcune organizzazioni criminali brasiliane — come il Primeiro Comando da Capital (PCC) e il Comando Vermelho (CV) — come gruppi terroristici.
Il PCC e il Comando Vermelho sono le due principali organizzazioni criminali del Brasile, nate nel sistema carcerario e attive soprattutto nel traffico di droga e armi. Il PCC ha il suo nucleo storico nello stato di San Paolo, mentre il Comando Vermelho è nato a Rio de Janeiro — stati oggi governati da leader dell’estrema destra politicamente vicini alla strategia di sicurezza sostenuta da Washington.
Una simile classificazione permetterebbe di applicare strumenti molto più ampi nel diritto statunitense, tra cui sanzioni finanziarie e giurisdizione extraterritoriale.
La risposta istituzionale del Brasile
Il Brasile non solo riconosce la gravità del crimine organizzato, ma ha adottato misure concrete per affrontarlo. Tra febbraio e marzo 2026 il Congresso ha approvato l’inasprimento della legislazione contro le fazioni criminali — conosciuta nel dibattito pubblico come Legge antifazione — mentre la Camera dei Deputati ha approvato la Proposta di Emendamento Costituzionale sulla sicurezza pubblica, che rafforza l’integrazione tra le forze di polizia per contrastare organizzazioni criminali attive a livello nazionale e transnazionale.
Durante il dibattito parlamentare, settori dell’estrema destra hanno tentato di inserire nella legge la classificazione delle fazioni come “organizzazioni narcoterroristiche”. La proposta è stata respinta perché la legislazione brasiliana definisce il terrorismo come crimini con motivazioni politiche, ideologiche o religiose.
Negli ultimi anni la Polizia Federale ha inoltre intensificato il monitoraggio dei flussi finanziari e degli schemi di riciclaggio di denaro, con l’obiettivo di colpire i vertici delle organizzazioni criminali — e non solo i loro esecutori.
Una questione di sovranità
Per comprendere pienamente questo scenario è necessario ricordare un elemento storico fondamentale. Fin dalla Dottrina Monroe del 1823, gli Stati Uniti hanno considerato l’America Latina parte della propria sfera strategica di influenza.
Storicamente l’America del Sud è stata una delle regioni del mondo con minore presenza permanente di basi militari straniere. L’eccezione più nota è la base navale di Guantánamo, un’enclave militare statunitense in territorio cubano la cui restituzione è rivendicata da Cuba da decenni.
Quando una potenza esterna cerca di influenzare il modo in cui un paese definisce i propri problemi interni, il dibattito smette di essere soltanto giuridico.
Diventa una questione di sovranità — e di chi ha il diritto di stabilire le regole del futuro dell’America Latina.
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