14 Settembre 2026
Il barile che paga la guerra
come il conflitto nello Yemen sta influenzando il rialzo del prezzo dei carburanti ed il grande livello strategico delle conquiste effettuate dagli Houti che mettono in ulteriore difficoltà la UE.

Aree di crisi nel mondo n. 301 del 13-9-26
di Stefano Orsi
Con la caduta di Mokha e delle isole dello stretto, Ansar Allah ha portato il Brent oltre i 108 dollari. Il rialzo finanzia il bilancio russo per gli anni a venire e arriva su un’Ucraina che ha già 40 miliardi di deficit commerciale. Sul terreno, intanto, la guerra si combatte sui distributori di benzina
Il 10 settembre le milizie di Ansar Allah sono entrate a Mokha in parata. Nelle 48 ore successive hanno completato il controllo delle isole Hanish e di Perim, davanti alla costa occidentale dello Yemen. Fra Perim e Gibuti lo stretto di Bab el-Mandeb è largo 20 chilometri. I mercati hanno risposto in giornata: il Brent oltre 108 dollari al barile, il WTI oltre 112, un rialzo superiore al 7% in ventiquattro ore.
È da questo numero che conviene partire, perché è il numero che oggi lega lo Yemen all’Ucraina.
Il crollo di un fronte per procura
L’offensiva era cominciata intorno al 3 settembre nella zona di Jabal Dubas. Lo sfondamento è arrivato fra l’8 e il 9, non lungo la costa ma nell’entroterra, attraverso le vallate e le strade asfaltate. A cedere sono state le forze di Tareq Saleh, la Resistenza Nazionale passata dal libro paga emiratino a quello saudita nel gennaio scorso: hanno abbandonato le posizioni prima dell’arrivo degli attaccanti, lasciando sul posto veicoli corazzati e armamento leggero. L’aviazione saudita è intervenuta bombardando i depositi abbandonati, per distruggere il materiale prima che venisse raccolto.
Il collasso ha una causa che precede la battaglia. Il Consiglio di Leadership Presidenziale riconosciuto dalla comunità internazionale è una coalizione di fazioni che si contendono lo stesso territorio: il Congresso Generale del Popolo finanziato da Riad, gli islamisti di Islah a Marib, le Brigate dei Giganti, le tribù hadhrami sui giacimenti orientali, e il Consiglio di Transizione del Sud, ex proxy di Abu Dhabi, respinto dai sauditi nel gennaio 2026 e oggi mobilitato per prendersi Aden. Mentre gli Houthi avanzano da nord, le forze che dovrebbero fermarli si contendono il porto alle spalle del fronte.
Mohammed bin Salman ha chiamato Donald Trump due volte giovedì per chiedere attacchi americani diretti. La richiesta è stata respinta; funzionari statunitensi hanno dichiarato che non esistono piani di intervento. A questo si è aggiunto l’attacco all’oleodotto Est-Ovest, la Petroline: 5 milioni di barili al giorno destinati all’esportazione, 2 alle raffinerie interne, condotta interrata fra 1 e 3 metri. È l’infrastruttura che permette a Riad di esportare aggirando Hormuz — e Hormuz, dopo il crollo dei transiti registrato fra l’ultimo trimestre 2025 e il secondo 2026, da 21,6 a 4,9 milioni di barili al giorno, è già una via dimezzata.
Trump ha attribuito l’attacco all’Iran: «penso che lo siano, probabilmente lo sono». Nessuno ha rivendicato. Baghdad ha chiuso tre valichi con l’Iran — Shalamsheh, al-Shib, al-Mandali — e il premier al-Zaidi ha rimosso il comandante militare della provincia di Missan, da cui secondo le autorità irachene sarebbero partiti i droni. I gruppi armati iracheni vicini a Teheran negano.
Vale la distinzione che regge tutto il resto del ragionamento: la chiusura dei valichi e la rimozione del comandante sono atti amministrativi verificabili, l’attribuzione all’Iran è una valutazione su base non pubblica espressa da una parte in causa. Le due cose non hanno lo stesso peso.
Chi incassa
Il bilancio federale russo è costruito su una media fra i 50 e i 60 dollari al barile. A 110, il margine copre l’esercizio in corso e comincia a coprire i due successivi. Non è una previsione: è aritmetica su un prezzo che è già sul mercato.
Sull’altro lato del conflitto i numeri vanno nella direzione opposta. Il deficit della bilancia commerciale ucraina ha toccato i 40 miliardi di dollari nel 2026, contro gli 11 del 2022. Un paese che importa energia a questi prezzi e non genera nuove entrate arriva al punto in cui gli stipendi pubblici, le pensioni e la paga militare dipendono interamente dal trasferimento esterno. L’Unione Europea ha stanziato d’urgenza 6,1 miliardi aggiuntivi, dentro i 90 previsti per l’anno. Kiev ne aveva chiesti 27. La differenza fra la richiesta e l’erogazione è il vero indicatore politico della settimana, e a Bruxelles la domanda che circola — dove sono finiti i fondi precedenti — non è più confinata ai partiti di opposizione.
Il quadro spiega anche perché a Nuova Delhi, al forum economico dei BRICS, Vladimir Putin abbia scelto il registro delle cifre: oltre il 40% del prodotto mondiale contro il 29% del G7, metà della crescita globale, prodotto interno russo cresciuto del 10,3% fra il 2023 e il 2025, produzione industriale delle principali economie dell’eurozona in calo dell’8%. Nella stessa giornata ha incontrato Abdel Fattah al-Sisi, invitato a Mosca come Narendra Modi, che ha già accettato.
https://www.youtube.com/watch?v=zBVzW5LxfqU&t=1151s
La guerra combattuta sui distributori
Sul terreno ucraino la settimana ha segnato un cambio di categoria. Fra la sera del 10 e la mattina dell’11, per la prima volta dall’inizio del conflitto, sono state distrutte stazioni di servizio dentro Kiev: tre o quattro, colpite da droni a getto. Fonti ucraine hanno poi pubblicato una lista di oltre 20 distributori nella regione indicati come obiettivi nelle 72 ore successive. Sempre l’11 è stato colpito il primo centro dati della regione, il BeMobile, e sono andati distrutti i magazzini logistici di Import-Office Ukraine.
La logica è distinguibile da quella dei mesi precedenti. Finora la campagna aerea ha inseguito la sorgente e il deposito: raffinerie, terminali, magazzini. Colpire i punti vendita significa colpire il consumo. Non serve distruggere la rete: basta portarne fuori servizio una quota sufficiente a creare code, razionamento di fatto e un prezzo al distributore che si muove ogni settimana. È una pressione che agisce sulla popolazione urbana e sulla piccola impresa, non sulla logistica militare, ed è misurabile nel giro di giorni.
Il metodo è graduale — uno o due obiettivi al giorno — e questo è coerente con l’intenzione di osservare la reazione prima di procedere. Il segnale collaterale è già visibile: si moltiplicano gli annunci di vendita di centri commerciali, magazzini e supermercati da parte di imprenditori che cercano di mettere al riparo il capitale.
Sul fronte opposto la campagna in profondità prosegue: a Saratov colpiti la raffineria e un centro logistico raso al suolo, a Volgograd lo stabilimento Titan-Barrikady con droni e missili da crociera FP-5 Flamingo, a Brjansk un impianto chimico con attacco respinto. Il ministero della Difesa russo dichiara per la settimana 5.673 droni abbattuti, oltre a 48 bombe guidate, 14 razzi HIMARS e 4 missili Flamingo. Va registrato un andamento: fra il 1° e l’8 settembre i lanci ucraini in profondità sono stati 100-150 al giorno, sotto la capacità nota, e dal 10 sono risaliti. Le parlamentari russe sono fissate fra il 18 e il 20 settembre.
Il Donbass si divide in due
Nell’agglomerato Slavyansk-Druzhkovka le forze russe hanno distrutto tutti i ponti sul Kazenny Torets. La parte orientale è separata dalla occidentale. È l’esecuzione di un piano leggibile da inizio settembre, quando i filmati di attacchi ai ponti erano cinque o sei: rinuncia all’accerchiamento dell’intero agglomerato Slavyansk-Kramatorsk, sostituito da sacche più piccole, aperte una alla volta.
La strada principale fra Kramatorsk, Druzhkovka e Slavyansk è documentata da centinaia di veicoli distrutti o abbandonati: i rinforzi la devono attraversare e non arrivano interi. Su questa direzione pesa anche l’artiglieria aerea. Ad agosto le bombe plananti con kit UMPK sono state 8.673, circa 280 al giorno, con la concentrazione maggiore su Pokrovsk, sull’asse della Volcha e su Slavyansk. Sono armi che non dipendono dalla stagione: il velivolo che le sgancia vola in condizioni in cui il quadricottero resta a terra e l’artiglieria semovente si impantana. Da qui a febbraio il loro peso relativo cresce.
Nel nord-est della regione di Karkov le due parti rivendicano cose diverse. Il raggruppamento Nord dichiara stabilito il controllo su Berezniki, Ozernoe, Dolzhenkoe, Zarubinka e Goptovka, e due battaglioni ucraini bloccati nella zona di Olkhovatka; le fonti ucraine rivendicano una controffensiva con abitati riconquistati vicino a Privillia. Su Goptovka esistono filmati geolocalizzati con la bandiera. Sugli abitati vicino a Privillia no, e sull’accerchiamento di Olkhovatka nemmeno. Un elemento però non dipende dalle dichiarazioni: la Russia sta colpendo sistematicamente treni e locomotive nella parte orientale della regione. Si interdice la ferrovia dove si vuole impedire l’ingresso di rinforzi o l’uscita di forze — comportamento compatibile sia con una sacca già chiusa sia con il tentativo di chiuderla. Non decide fra le due letture; dice dove il comando russo colloca la partita.
Quello che manca al quadro
Restano fuori dal conto pubblico tre cose. Non sono comparsi i calendari di distacco d’emergenza dell’operatore di rete ucraino, che sono l’unico dato capace di dire se la campagna abbia davvero raggiunto generazione e trasmissione o si fermi ancora ai magazzini. Non esiste, per la controffensiva rivendicata a Liman e a Karkov, un solo filmato geolocalizzato. E non si conosce la quota della rete di distribuzione carburante di Kiev effettivamente fuori servizio, che è ciò che separa un danno da un collasso della circolazione.
Nel frattempo l’agenzia ucraina per gli appalti della difesa ha ordinato 150.000 giubbotti invernali da donna destinati all’esercito regolare, con esclusione esplicita del personale di retrovia e dei volontari. È un ordine amministrativo, non una dichiarazione politica. Di questi tempi vale di più.

