13 Settembre 2026
MIRELLA GREGORI, IL MISTERO SOTTO IL BAR?
A 43 anni dalla scomparsa della quindicenne romana, una nuova verifica sull’ex Bar Italia potrebbe riaprire una delle ipotesi più controverse: quella di un «delitto a km 0».

Di Pierdomenico Corte Ruggiero
C’è un luogo che, nella storia di Mirella Gregori, è sempre stato lì. A pochi passi dalla sua abitazione. Talmente vicino da sembrare quasi irrilevante.
Era il bar Italia, conosciuto come «da Baffo», al civico 81 di via Nomentana.
Mirella abitava al civico 91.
Dieci numeri civici separano i due edifici. Pochi metri nella realtà.
Il 7 maggio 1983 Mirella entrò proprio in quel bar. Aveva quindici anni. Conosceva bene il locale e soprattutto conosceva Sonia De Vito, figlia dei gestori e sua amica.
Da quel bar Mirella uscì, secondo la ricostruzione finora conosciuta.
Oggi, però, quella certezza viene nuovamente interrogata.
Sotto l’ex bar esisterebbe (più che obbligatorio il condizionale) infatti un ambiente sotterraneo di dimensioni tutt’altro che trascurabili: circa 3,5-4 metri di larghezza per una ventina di metri di lunghezza. Un locale senza finestre, raggiungibile attraverso una botola che sarebbe stata successivamente chiusa con il cemento.
E ci sarebbe anche una porta sul retro, collegata a una chiostrina interna.
La notizia, resa pubblica nei giorni scorsi, è stata definita una svolta da alcuni osservatori. Ma giornalisticamente e, soprattutto, investigativamente è necessario usare un termine più prudente: è un elemento nuovo da verificare.
Perché l’esistenza di un sotterraneo non significa che Mirella vi sia mai stata.
Ma pone una domanda che per decenni è rimasta sullo sfondo:
Mirella uscì davvero dal bar?
QUEL POMERIGGIO DI 43 ANNI FA
Il 7 maggio 1983 Mirella torna a casa dopo la scuola.
Poco al citofono parla con una persona che si presenta come un vecchio conoscente, Alessandro.
La ragazza dice alla madre che deve uscire per incontrarlo presso il monumento al bersagliere a Porta Pia.
Esce rapidamente.
Non porta con sé la borsa e annuncia che tornerà dopo pochi minuti.
La ricostruzione ufficiale colloca quindi la sua uscita dall’abitazione intorno alle 15.30.
Ma Mirella non va immediatamente al luogo dell’appuntamento.
Passa dal bar Italia.
Qui incontra Sonia.
Le due ragazze si chiudono nel bagno del locale e vi rimangono per circa un quarto d’ora.
È uno dei momenti più enigmatici della vicenda.
Perché le due adolescenti si appartano proprio quel giorno?
Che cosa si dicono?
E soprattutto: che cosa accade durante quei quindici minuti?
Le risposte non sono mai diventate un punto fermo della ricostruzione giudiziaria.
Dopo quel momento, le versioni divergono.
L’ULTIMO AVVISTAMENTO
Sonia De Vito ha riferito che Mirella, uscita dal bar, si sarebbe diretta verso Villa Torlonia.
Il cameriere Giuseppe Calì, invece, ha recentemente riferito alla Commissione parlamentare una diversa direzione: secondo il suo ricordo Mirella avrebbe preso la strada verso destra, in direzione di Porta Pia.
Una differenza apparentemente marginale.
Non lo è.
Perché proprio la direzione presa dalla ragazza costituisce uno dei punti nei quali la ricostruzione della sua ultima uscita dal bar presenta ancora elementi di incertezza.
E oggi quella contraddizione acquista un significato ulteriore.
Se il bar disponeva realmente di un accesso secondario e di un grande ambiente sotterraneo, bisogna infatti chiedersi se la scena ricostruita dagli investigatori nel corso degli anni — Mirella entra, incontra Sonia, esce e si allontana — sia necessariamente l’unica possibile.
LA SCOPERTA DEL SOTTERRANEO
La novità più importante riguarda la struttura dell’edificio.
Secondo le verifiche pubblicate dal Corriere della Sera, sotto il locale esiste un ambiente sotterraneo lungo circa venti metri e largo tra 3,5 e 4 metri.
L’accesso sarebbe stato garantito da una botola successivamente chiusa con il cemento.
La documentazione storica dell’immobile avrebbe inoltre confermato l’esistenza originaria di un livello sotterraneo: l’edificio, costruito alla fine dell’Ottocento, sarebbe stato descritto come una «casa con sotterra, corte e botteghe».
Il particolare è importante, ma non deve essere interpretato oltre ciò che realmente dimostra.
Il documento prova l’esistenza storica del sotterraneo. Non prova che fosse utilizzabile nel 1983 nelle condizioni necessarie per un sequestro.
Questa è la prima distinzione fondamentale.
LA BOTOLA
Il secondo elemento è ancora più delicato.
La botola sarebbe stata chiusa con il cemento soltanto in epoca successiva.
Ma quando?
Da chi?
Per quale motivo?
Era normalmente utilizzata nel 1983?
Era visibile?
Era nascosta?
Era possibile raggiungerla dal bar senza essere notati?
Sono domande decisive.
Se la risposta fosse positiva, il sotterraneo acquisirebbe una rilevanza investigativa molto maggiore.
Se invece la botola fosse stata inutilizzabile già nel 1983, la sua importanza per la scomparsa di Mirella diminuirebbe drasticamente.
Per questo la datazione della chiusura potrebbe essere uno degli accertamenti più importanti da effettuare.
LA PORTA SUL RETRO
C’è poi un altro dettaglio.
Il bar disponeva di una porta posteriore che conduceva verso una chiostrina interna.
Non si tratta, quindi, di una vera e propria uscita direttamente sulla strada.
Ma la presenza di un secondo percorso all’interno dell’edificio è comunque un elemento da ricostruire.
Chi poteva utilizzarlo?
Era accessibile ai clienti oppure soltanto al personale?
Dove conduceva esattamente?
Era chiuso a chiave?
Qual era la configurazione nel maggio 1983?
La risposta a queste domande potrebbe chiarire se il bar fosse semplicemente un luogo di passaggio oppure se disponesse di spazi e percorsi che consentivano di muovere una persona senza utilizzare necessariamente l’ingresso principale.
LA TEORIA DEL «DELITTO A KM 0»
È da qui che prende forza una delle ipotesi più inquietanti.
Il cosiddetto «delitto a km 0».
L’espressione indica uno scenario nel quale Mirella non sarebbe stata attirata lontano dalla propria abitazione per essere sequestrata o uccisa.
Sarebbe invece accaduto tutto nelle immediate vicinanze di casa.
Forse proprio nel bar che frequentava.
Forse addirittura all’interno dello stesso edificio.
È un’ipotesi che presenta alcuni elementi oggettivamente interessanti.
Primo elemento: la distanza
Il bar si trova a pochissimi metri dall’abitazione di Mirella.
Secondo elemento: la presenza di Mirella
Quel pomeriggio la ragazza entra effettivamente nel locale.
Terzo elemento: il tempo
Il passaggio dal bar avviene proprio nella finestra temporale immediatamente precedente alla scomparsa.
Quarto elemento: il sotterraneo
Esiste un ambiente sufficientemente grande da poter consentire, almeno astrattamente, di nascondere una persona.
Quinto elemento: l’accesso secondario
Esiste un secondo percorso interno che merita di essere ricostruito.
Sesto elemento: le testimonianze
Le versioni sulla direzione presa da Mirella dopo l’uscita dal bar non coincidono.
Sono elementi che, presi insieme, rendono la pista meritevole di approfondimento.
Non costituiscono però la prova di un delitto.
Anche perché manca un movente.
IL PARTICOLARE DEGLI «STRANIERI»
C’è un’altra circostanza emersa dalle recenti audizioni.
Giuseppe Calì ha raccontato alla Commissione parlamentare che, nei giorni precedenti la scomparsa, due uomini stranieri avrebbero chiesto informazioni su Mirella.
Uno di questi, secondo il racconto, avrebbe chiesto esplicitamente della ragazza, affermando di averla già vista in un altro bar della zona.
Calì lo avrebbe descritto come un uomo dall’aspetto riconducibile, nella sua percezione, a un turco o a un egiziano.
È un elemento che, se confermato dalla documentazione investigativa dell’epoca, potrebbe assumere un certo peso.
Ma anche qui è indispensabile una distinzione.
Una persona che chiede informazioni su Mirella non è automaticamente la persona che l’ha sequestrata.
Occorre stabilire chi fosse, perché cercasse la ragazza e se quel contatto sia stato realmente documentato nel 1983.
IL BAR E I FREQUENTATORI «POCO RACCOMANDABILI»
Calì ha inoltre descritto il bar come un luogo frequentato anche da persone che considerava poco raccomandabili.
Nel suo racconto compaiono anche riferimenti a Marco Accetti e a Enrico «Renatino» De Pedis.
Riferimenti ad oggi non riscontrati.
Questo impedisce di trasformare una testimonianza controversa in un fatto acquisito.
E questo è precisamente il punto sul quale un’inchiesta giornalistica seria deve mantenere il massimo rigore.
GLI ARGOMENTI CONTRO
Perché la pista del «km 0» non può essere presentata come una soluzione già individuata?
Le ragioni sono almeno cinque.
Primo. Non esiste, allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili, una prova che Mirella sia entrata nel sotterraneo.
Secondo. Non è ancora dimostrato che la botola fosse accessibile e utilizzabile nelle medesime condizioni nel 1983.
Terzo. La porta posteriore conduce a una chiostrina interna e non costituisce automaticamente una via di fuga sulla strada.
Quarto. Non sono stati resi pubblici reperti forensi che colleghino Mirella al sotterraneo.
Quinto. La stessa ricostruzione delle persone presenti nel bar e degli ultimi minuti di Mirella presenta ancora testimonianze divergenti.
Sesto. Quale sarebbe il movente del “delitto a km0”? Lite? Tentativo di rapimento? Attenzione, il bar Italia era aperto, con clienti che potevano arrivare in qualsiasi momento. Il bar aveva come clienti abituali i poliziotti del vicino, molto vicino, commissariato di Polizia. Inoltre è proprio Sonia De Vito a dichiarare che Mirella passa da lei al bar.
Settimo. Al citofono l’ignoto dice di essere Alessandro, ex compagna di scuola. Creando una schermatura che rende molto difficile individuarlo. Però poi viene dato appuntamento a Mirella nel bar Italia dove tutti potevano vederla. Non sembra aver senso.
Ottavo. Come erano divisi gli spazi del bar Italia? Che non era grandissimo: 20 metri x 4. Poco adatto a celare una azione violenta. Esistono foto intene del bar Italia del 1983? Sono le uniche che potrebbero dare risposte.
Questi elementi non eliminano la pista. Solo gli investigatori potranno farlo.
Ma ne delimitano il valore.
IL RISCHIO DEL SALTO LOGICO
C’è una trappola nella quale il caso Gregori rischia periodicamente di cadere.
È quella di trasformare una possibilità in una certezza.
Il ragionamento:
««Esiste un sotterraneo sotto il bar, Mirella era nel bar, quindi Mirella è stata sequestrata nel sotterraneo»».
Non è un ragionamento probatorio.
È soltanto una ipotesi investigativa.
La presenza ipotetica di un luogo ipoteticamente idoneo dimostra infatti soltanto che quel luogo poteva teoricamente essere utilizzato.
Per trasformarlo in un elemento probatorio servirebbe qualcosa che colleghi Mirella a quel luogo.
Una testimonianza indipendente.
Un documento.
Una fotografia.
Una traccia biologica.
Un reperto.
Una modificazione edilizia databile.
Qualunque elemento capace di spostare l’ipotesi dalla categoria del «possibile» a quella del «probabile».
IL NODO È NELLA CRONOLOGIA
La questione centrale potrebbe quindi essere ricostruita attraverso una sequenza molto semplice:
15.30 circa — Mirella esce da casa.
Poco dopo — entra nel bar Italia.
Per circa 15 minuti — resta nel bagno con Sonia.
Poi — secondo le testimonianze — esce dal locale.
Da quel momento — le tracce diventano incerte.
La domanda investigativa fondamentale è proprio nel passaggio tra il terzo e il quarto punto.
Mirella uscì realmente dal bar?
Oppure uscì soltanto dalla stanza nella quale si trovava con Sonia?
La differenza sarebbe enorme.
LA COMMISSIONE E IL LUOGO
La novità assume ulteriore rilievo perché arriva mentre la Commissione parlamentare d’inchiesta su Emanuela Orlandi e Mirella Gregori sta tornando a esaminare proprio le persone e i luoghi collegati alla vicenda.
Giuseppe Calì è stato ascoltato dalla Commissione e le sue dichiarazioni sono entrate nel lavoro parlamentare.
La Commissione ha inoltre acquisito elementi relativi alla configurazione catastale dell’immobile.
La documentazione storica e quella catastale sembrano aver restituito immagini non sovrapponibili del fabbricato.
È un punto che merita di essere chiarito.
Non perché una planimetria possa «risolvere» il caso.
Ma perché prima di ricostruire una dinamica criminale occorre conoscere con precisione il luogo nel quale quella dinamica sarebbe potuta avvenire.
COSA SERVIREBBE ADESSO
Il passo successivo non dovrebbe essere un’altra teoria.
Dovrebbe essere un sopralluogo.
E possibilmente un sopralluogo scientifico.
Occorrerebbe stabilire:
– la conformazione esatta del sotterraneo nel 1983;
– l’epoca di realizzazione e quella di chiusura della botola;
– la modalità di accesso;
– la possibilità di raggiungere la botola senza attraversare zone visibili dai clienti;
– l’esistenza e la configurazione dell’uscita secondaria nel 1983;
– eventuali modificazioni edilizie intervenute successivamente;
– la presenza di intercapedini o ambienti comunicanti;
– l’eventuale esistenza di documentazione fotografica dell’epoca;
– chi avesse materialmente accesso al locale;
– perché e quando l’accesso sia stato definitivamente chiuso.
Solo dopo questa ricostruzione sarebbe possibile valutare seriamente la compatibilità del sotterraneo con la dinamica della scomparsa.
TRE IPOTESI, TRE LIVELLI DI PROBABILITÀ
1. Un semplice falso indizio
Il sotterraneo non è mai esistito o esisteva, ma non ebbe alcun ruolo nella vicenda.
È perfettamente possibile.
2. Un’opportunità criminale mai utilizzata
Il locale era accessibile e avrebbe potuto essere utilizzato per nascondere una persona, ma non vi è alcuna prova che ciò sia accaduto.
È, allo stato attuale, una possibilità concreta ma non dimostrata.
3. Il bar come teatro della scomparsa
Mirella entra nel locale, viene trattenuta e trasferita attraverso il sotterraneo o un accesso secondario.
È lo scenario più inquietante.
Ma è anche quello che necessita del maggior numero di riscontri. Ad oggi assenti.
LA VERA SVOLTA SAREBBE UN’ALTRA
Dopo 43 anni, la scoperta del sotterraneo modifica una cosa importante.
Non necessariamente la soluzione del caso.
Modifica la domanda.
Per anni ci si è chiesti:
«Dove è andata Mirella dopo essere uscita dal bar?»
Oggi bisogna aggiungere:
«Siamo sicuri che Mirella sia uscita dal bar?»
È una domanda molto più radicale.
E non nasce soltanto da una suggestione.
Nasce, forse, dalla scoperta di un ambiente fisico che, secondo le ricostruzioni pubblicate, non era stato adeguatamente considerato nella rappresentazione del luogo.
Ma proprio per questo occorre evitare il salto definitivo.
La botola dimostrebbe l’esistenza di un accesso.
Il sotterraneo dimostrebbe l’esistenza di uno spazio.
La porta posteriore dimostrebbe l’esistenza di un percorso alternativo.
Nessuno di questi tre elementi dimostrebbe che Mirella vi sia passata.
E soprattutto nessuno dimostra che sia stata uccisa.
La vera svolta arriverebbe soltanto se quel sotterraneo fosse in grado di restituire una traccia del passato: un documento, una testimonianza indipendente, una modificazione edilizia databile, un reperto.
Qualcosa che trasformi uno spazio possibile in uno spazio probabile.
E uno spazio probabile in un luogo dimostrabilmente collegato alla scomparsa.
Fino ad allora, il «delitto a chilometro zero» resta solo una pista investigativa.


