12 Gennaio 2026
Riflessi(oni) tra i banchi: perché punire il bullo non basta.
Ogni volta che ci indigniamo per un abuso di potere, per la violenza gratuita, per ogni forma di prevaricazione, per la legittimazione dell’ingiustizia, dovremmo pensare alla scuola

Di Rossana Vaudo
Ho letto di recente gli ultimi aggiornamenti sul caso Paolo Mendico. La relazione, redatta dagli ispettori inviati dal ministro Valditara individua responsabilità e condotte omissive da parte della scuola, che non avrebbe applicato le procedure antibullismo di fronte ai “comportamenti non conformi al regolamento di istituto” della classe.
Docenti che hanno sottovalutato, quindi. Che hanno omesso. Che hanno sbagliato. Che avrebbero potuto salvare Paolo e non l’hanno fatto. Questo, in parole semplici, ciò che si sta recriminando.
Un dubbio, quello che non sia stato fatto il possibile, che non ci lascia indifferenti. Ma di fronte al quale è facile scivolare in quell’atteggiamento semplicistico che ci induce a guardare alle tragedie come casi da risolvere, cosicché l’individuazione di un colpevole possa apparire come una soluzione.
Senza entrare nel merito di quanto accaduto a Paolo, visto che anch’io ho appreso la notizia dai giornali e non possiedo sufficienti elementi valutativi, vorrei condividere qualche spunto di riflessione basandomi sulla mia esperienza di insegnante. Iniziando con una breve premessa che inquadri il fenomeno del bullismo all’interno del sistema normativo e dell’istituzione scolastica.
Per quanto strano possa sembrare, il nostro ordinamento giuridico non riconosce il bullismo in quanto reato a sé stante. Esso deve pertanto essere ricondotto ad altri reati: percosse (art. 581 c.p.), lesioni (art. 582 e ss c.p.), danni alle cose, danneggiamento (art. 635 c.p.), diffamazione (artt. 594 e 595 c.p.), minacce (art. 612 c.p.), molestia o disturbo alla persona (art. 660 c.p.), violenza privata (art. 610 c.p.), stalking (612 bis c.p.). Atti che da soli però non bastano. Serve infatti che siano compiuti in maniera reiterata, con l’intenzionalità di creare una sofferenza, nei confronti di una vittima che non deve riuscire a difendersi. In sintesi, a connotare il bullismo sono due condizioni: uno squilibrio di potere e un comportamento offensivo deliberato e ripetuto nel tempo.
È a partire dal 2017 che il Ministero, dando risposte all’onda emotiva suscitata da dolorosi fatti di cronaca, interviene a più riprese per contrastare il bullismo nelle scuole. E lo fa con l’emanazione di linee guida volte a diffondere buone pratiche e consentire a dirigenti, docenti ed operatori scolastici, in particolare quelli che andranno a comporre il team antibullismo, di comprendere, ridurre e contrastare il fenomeno del bullismo e del cyberbullismo avvalendosi di una opportuna formazione, basata sulla condivisione di strumenti di comprovata evidenza scientifica.
Un cambio di passo si registra con la più recente legge 70/2024 e il D.L. del 9/5/2025, che introducono maggiori obblighi e responsabilità per docenti e dirigenti, accanto a misure rieducative per i responsabili. Almeno in linea teorica, visto che gli accordi che lo consentono spesso non sono stati ancora istituiti, costoro, nei giorni di sospensione dalle lezioni, devono essere affidati ad enti che operano nel sociale dove, sotto la supervisione del Tribunale dei minori e delle famiglie, andranno a svolgere percorsi educativi e riparativi nell’ambito del volontariato, di laboratori artistici, sportivi o di supporto psicologico, al fine di sviluppare una maggiore attitudine al rispetto e alla comunicazione non violenta.
La scuola viene dunque chiamata per legge a intervenire, ed è tenuta a farlo, quando si tratta di cyberbullismo, anche per ciò che accade al di fuori delle aule, comprese le chat.
Così, se può essere semplice e immediato sanzionare qualunque comportamento vessatorio o offensivo della dignità della persona, come lo era già in assenza di una specifica normativa, lo scenario diventa ben più complesso ed insidioso quando si tratta di intercettare qualcosa di non chiaramente visibile, anche agli occhi del docente più attento.
Già, perché per mettere in atto le procedure antibullismo, perché intervenga il team, perché si proceda con l’applicazione del regolamento di istituto e di tutto quello che le nuove norme prevedono, è necessario prima di tutto essere certi che si tratti proprio di bullismo, o di cyberbullismo. Serve poter distinguere tra offesa e reazione all’offesa, tra persecuzione sistematica e un modo scorretto di scherzare, magari anche reciproco. E serve affacciarsi sul bordo di quel baratro oscuro e imprevedibile che sono le chat, o gli ambienti virtuali in genere.
Un terreno insidioso, dunque, dove docenti e dirigenti, regolamento alla mano e rivestiti dei panni scomodi di investigatori, cercano di orientarsi basandosi su informazioni frammentarie e spesso decontestualizzate, con la consapevolezza di quanto possa essere semplice confondersi e scivolare in errore, e di quanto delicata sia la posta in gioco.
E allora cosa fare?
C’è da pensare che abbiamo sbagliato tutti. Che stiamo sbagliando tutti. Che forse non c’è un ennesimo caso da risolvere, ma un compito da rifare tutto daccapo. Da riscrivere, usando un linguaggio diverso. Perché è chiaro che applicare il regolamento, senza avere compreso a fondo il fenomeno, non è una soluzione. Giudicare, incasellare, sanzionare, non sono soluzioni. Assecondare la fretta, tipica di questa società contemporanea, di arrivare ad una assoluzione o una condanna, non è una soluzione.
La prova è proprio l’aumento dei casi di bullismo e cyberbullismo, a dispetto dei numerosi interventi legislativi. Che poi sia proprio la scuola il luogo privilegiato in cui gli atti di bullismo si consumano, nonostante l’evolversi dei modelli educativi, l’attenzione ai bisogni degli alunni, i corsi di formazione, di prevenzione, la presenza degli psicologi, nonostante non ci siano evidenze di un disagio socioeconomico, dà misura di un fallimento del sistema.
Perciò è lecito, a questo punto, chiedersi cos’è oggi la scuola.
Un luogo di educazione? Intesa come l’ex ducere latino che vuol dire tirare fuori, aiutare lo studente a scoprire e sviluppare le sue potenzialità affinché diventi una persona migliore e consapevole?
Una palestra di vita? Il luogo in cui, oltre alle nozioni, si impara a superare i propri limiti, a confrontarsi con gli altri, a relazionarsi, ad affrontare la vita sperimentando le prime forme di convivenza civile e democratica?
Se lo fosse davvero, non staremmo qui a discutere ancora di bullismo. Né staremmo a commentare i risultati pessimi del semestre filtro di medicina, per quanto personalmente non lo condivida.
Non molti giorni fa ho chiesto provocatoriamente ai miei studenti di una quinta cosa sarebbe rimasto loro di questi anni di scuola. Visto che la loro era stata una corsa a togliere. Togliersi le interrogazioni, togliersi i compiti in classe, togliersi italiano per studiare matematica, e poi matematica per studiare latino, e così via, senza darsi il tempo di riflettere, di farsi un’opinione, di elaborare un pensiero critico, o semplicemente di capire cosa realmente avessero piacere o no a studiare. Cosa sarebbe rimasto, quando non avrebbero più avuto accesso al registro elettronico, e quei numeri, i voti, l’unico obiettivo della loro corsa forsennata, sarebbero svaniti per sempre?
Mi hanno risposto che non avevano scelta, era così che funzionava. E non dipendeva certo da loro.
Hanno ragione, non è loro la colpa. La scuola, a cui tanto oggi si chiede, è anch’essa vittima delle distorsioni di una società che bada più alla forma che ai contenuti, in cui la legge del più forte sembra prevalere sul diritto e sulla ragione.
Analogamente alla cosiddetta fast fashion, la scuola degli ultimi anni ha sempre più le sembianze di una fast school, un percorso costruito sugli slogan, sulla propaganda, su una moltitudine variegata e appariscente di stimoli e una mole immane di burocrazia, ma svuotata di contenuti veri, tant’è che ben poco resta, nel tempo, agli studenti. Basta dare un’occhiata ai numeri sempre in crescita degli istituti che optano per la settimana corta e per diplomi superiori quadriennali. Agevolazioni nella corsa a togliere. Trascurando la qualità del percorso.
Che fine ha fatto, allora, quella scuola, viva fino a non molti anni fa, che era in grado di intercettare un disagio, di dare ad esso un peso, una collocazione nel sistema complesso delle relazioni che ha luogo in una classe? Quella scuola che insegnava a leggere nell’animo umano, a comprendere quale effetto possono avere le parole, o uno sguardo, che insegnava a gestire le emozioni e a tradurle in pensieri? Dov’è oggi quella scuola che nutriva sogni e alimentava passioni, che le faceva scoprire, quella scuola che apriva la mente ed era fucina di idee nuove, di progresso, di onestà?
C’è chi dice che le generazioni sono cambiate, che i ragazzi non sono più quelli di una volta. C’è chi dà la colpa al Covid, chi all’invasione prepotente dei social, chi a Tik Tok e a tutto quanto attraverso la rete abbia potuto influenzare in maniera negativa le menti in via di sviluppo. Ma se ci fermiamo a riflettere, ciò che accade nella scuola, bullismo in primis, non è altro che lo specchio dei cambiamenti che stanno attraversando la nostra società.

E allora, ogni volta che ci sentiamo impotenti di fronte alle guerre, ai genocidi, alle stragi, dovremmo pensare alla scuola. Ogni volta che ci indigniamo per un abuso di potere, per la violenza gratuita, per ogni forma di prevaricazione, per la legittimazione dell’ingiustizia, dovremmo pensare alla scuola. Ogni volta che guardiamo al futuro con sconcerto, con un sentimento di insicurezza ed angoscia, proprio allora dovremmo pensare alla scuola. Dovremmo lottare per la scuola. Riscrivere la scuola. Ridarle tempo. Pretendere che si torni ad averne cura, affinché possa aver cura dei nostri ragazzi. Del nostro futuro. E dovremmo poter immaginare ancora le aule come quel luogo gioioso da cui gli studenti non riescono a stare lontani, nemmeno con la febbre. Quel luogo in cui un’interrogazione di chimica può salvare dall’anoressia. Anche se questa, forse, è un’altra storia.
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