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12 Aprile 2026

L’Inganno del dating online: Tra mercificazione dell’affetto e il declino della ragione

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Di Maddalena Celano

Il panorama contemporaneo delle relazioni interpersonali è vittima di una colonizzazione silenziosa quanto brutale, operata da piattaforme di dating e sedicenti “guru” della seduzione che hanno trasformato la solitudine in un asset finanziario da spremere. Dietro l’interfaccia patinata di algoritmi che promettono l’anima gemella, si nasconde un meccanismo perverso di mercificazione affettiva che funge da vero e proprio laboratorio di radicalizzazione politica. Questi canali, agendo come sciacalli dell’anima, intercettano la frustrazione maschile per convertirla in una misoginia d’accatto, rivenduta poi come una sorta di “patente di nobiltà” genetica. È un’operazione di indottrinamento che non mira a risolvere l’isolamento, ma a cronicizzarlo, trasformando uomini vulnerabili in “vegetali digitali” che finanziano in eterno agenzie di dating e guru dal fiato corto, illudendosi di appartenere a una gerarchia naturale ormai sepolta dalla storia.

Il paradosso di questi “metodi” rasenta il ridicolo: si vendono pacchetti di “sapienza alfa” basati su una psicologia evoluzionistica da baci perugina, dove concetti complessi vengono ridotti a schemi binari degni di un videogioco anni ’80. Questi esperti della domenica ignorano deliberatamente decenni di neuroscienze e studi di genere che hanno ampiamente dimostrato come la plasticità cerebrale renda le differenze attitudinali tra i sessi minime rispetto alle somiglianze. Dal punto di vista filosofico, siamo di fronte a un rigurgito di essenzialismo becero che nega la lezione di Judith Butler o Simone de Beauvoir: il genere non è un destino biologico immutabile scritto nel DNA, ma una “performance” sociale. Eppure, per il guru del dating, la donna resta un’entità ontologicamente inferiore, un algoritmo biologico da “hackerare” con tre frasi imparate a memoria. È un insulto all’intelligenza umana prima ancora che alla dignità femminile.

Questa deriva non si limita alla gestione del desiderio, ma si espande in un “polpettone” ideologico dove la pseudoscienza incontra il complottismo più becero. La retorica della “superiorità maschile”, basata su una presunta razionalità genetica contrapposta a un’emotività femminile manipolatoria, è una visione stereotipata priva di qualsivoglia rigore accademico. Invece di promuovere reali competenze sociali — fatte di empatia, dialettica e rispetto — questi venditori di fumo propinano tecniche mnemoniche e regole di sottomissione che rendono l’uomo incapace di sostenere un confronto paritario. Il paradosso è tragico: mentre si insegna agli uomini a cercare una “sguattera” anacronistica, li si condanna all’irrilevanza relazionale, poiché l’odio e il risentimento rimangono le qualità meno seduttive che un essere umano possa esibire.

In questo calderone reazionario, l’antisemitismo feroce emerge spesso come l’ultima spiaggia dell’incompetenza intellettuale. È fondamentale tracciare un solco netto tra l’antisionismo critico e l’odio razziale: se la critica allo Stato di Israele — alle sue politiche autoritarie, alle pratiche di apartheid e alle violazioni dei diritti umani — appartiene al legittimo dibattito politico internazionale, l’antisemitismo è un’idiozia ontologica. Pensare che milioni di individui sparsi per il globo, con esistenze e fedi eterogenee, costituiscano un unico blocco cospiratorio è il segnale di un collasso cognitivo. Tale fanatismo non è che un rifugio per chi, non sapendo gestire la complessità dei mercati globali, necessita di un nemico immaginario su cui scaricare i propri fallimenti esistenziali.

La narrazione complottista trova il suo culmine nella favola dei Rockefeller quali “architetti” del femminismo, una menzogna storica totale alimentata da video generati dall’intelligenza artificiale e siti di dating di quart’ordine. Il femminismo, le cui radici affondano nella fine del Settecento con figure del calibro di Olympe de Gouges, non è una creatura dei petrolieri, ma un moto di liberazione reale e necessario. Sebbene le grandi fondazioni americane abbiano storicamente finanziato cause sociali, lo hanno fatto esclusivamente per logiche di controllo del territorio, immagine pubblica e massiccia detassazione dei capitali. È il classico gioco del “poliziotto buono e poliziotto cattivo”: da un lato il filantropismo “liberal” di personaggi come George Soros, che sostiene uno pseudo-femminismo istituzionale e innocuo; dall’altro la destra reazionaria di Steve Bannon, che foraggia il maschilismo radicale e la frammentazione sociale. I miliardari finanziano entrambi i lati della barricata per assicurarsi che, indipendentemente dall’esito degli scontri civili, il loro potere resti intatto.

Tuttavia, oltre la questione morale, è la realtà economica a smentire brutalmente questi profeti del passato. Una società che marginalizza le donne sceglie deliberatamente la povertà. I dati del McKinsey Global Institute parlano chiaro: la parità di genere potrebbe aggiungere 12 trilioni di dollari al PIL globale entro il 2025. Altri studi, come quelli del Fondo Monetario Internazionale (FMI), confermano che la diversità di genere è direttamente correlata a una maggiore produttività e stabilità finanziaria: le banche con una presenza femminile superiore nei consigli di amministrazione presentano buffer di capitale più elevati e una minore esposizione ai prestiti deteriorati. L’Italia rappresenta il caso di studio più doloroso di questa asfittica misoginia: nonostante le donne italiane siano statisticamente più istruite (il 23% delle donne ha una laurea contro il 17,2% degli uomini, dati Istat), veloci negli studi e preparate nelle lingue, il sistema continua a preferire una mediocrità maschile rassicurante. Questo spreco di capitale umano, che vede miliardi investiti nella formazione di eccellenze femminili poi “parcheggiate” o spinte all’esodo (il cosiddetto brain drain al femminile), è la causa primaria dell’immobilismo economico nazionale. In un Paese dove il 60% delle famiglie necessita di due redditi per evitare la soglia di povertà, il modello dell'”angelo del focolare” non è una scelta romantica, ma un suicidio finanziario collettivo.

L’incompatibilità tra l’anti-femminismo e la società industriale o digitale avanzata è assoluta. Gli Stati Uniti hanno costruito la propria egemonia integrando il talento femminile; oggi che il maschilismo tossico e la deindustrializzazione procedono di pari passo, assistiamo a una potenza in decadenza. Sognare il ritorno a una gerarchia pre-moderna senza l’imposizione di una dittatura violenta su scala globale è pura allucinazione reazionaria. Questi guru non stanno salvando l’uomo moderno; lo stanno condannando all’isolamento in un mondo che non ha più posto per sogni di supremazia basati sul nulla. Smascherare questa truffa non è solo una battaglia di civiltà, ma una difesa necessaria della realtà contro un fanatismo che sta distruggendo il tessuto sociale ed economico del nostro tempo.

Bibliografia Essenziale di Riferimento

 * Butler, J. (1990). Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity. Routledge. (Per la critica filosofica all’essenzialismo di genere).

 * De Beauvoir, S. (1949). Le Deuxième Sexe. Gallimard. (Fondamentale per lo smontaggio del mito dell’eterno femminino).

 * McKinsey Global Institute (2015). The Power of Parity: How Advancing Women’s Equality Can Add $12 Trillion to Global Growth.

 * Lagarde, C. & Sahay, R. (2018). Women in Finance: A Case for Closing the Gaps. IMF Staff Discussion Note. (Dati su stabilità economica e parità).

 * Istat (2023). Rapporto annuale sulla situazione del Paese: istruzione e lavoro.

 * Bourdieu, P. (1998). La Domination masculine. Seuil. (Per l’analisi delle strutture di potere simbolico citate nell’articolo).

 * Adorno, T.W. et al. (1950). The Authoritarian Personality. Harper & Brothers.