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07 Settembre 2026

La Fiocruz porta nell’Africa Australe un modello sanitario nato in Brasile 

Dietro le parole tecniche di un dirigente dell’istituto, una strategia di cooperazione Sud-Sud che punta sul trasferimento di tecnologia, non sulla semplice vendita di farmaci

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Di Marlene Madalena Pozzan Foschiera

Un’intervista rilasciata al giornale brasiliano Brasil 247 da Ramon Lemos, dirigente della Fiocruz (Fundação Oswaldo Cruz, il principale istituto pubblico brasiliano di ricerca e produzione in campo sanitario, legatol Ministero della Salute), rivela qualcosa di più ampio di un semplice resoconto tecnico sull’esportazione di farmaci. Mette in luce un movimento coordinato dello Stato brasiliano per riposizionarsi nell’Africa Australe, usando la sanità pubblica come porta d’ingresso e il trasferimento di tecnologia come obiettivo finale. 
 
Lemos ha partecipato alla Missione Imprenditoriale Africa Australe 2026, organizzata dalla  
ApexBrasil (l’Agenzia Brasiliana per la Promozione delle Esportazioni e degli Investimenti, l’ente governativo che promuove prodotti e imprese brasiliane all’estero). La missione ha toccato Angola, Sudafrica, Zambia e Mozambico, con la partecipazione alla FACIM (la Fiera Internazionale di Maputo, il principale evento fieristico del Mozambico), dove il Brasile è stato il paese ospite d’onore. 
“Abbiamo una strategia recente della Fiocruz per promuovere alcuni tipi di prodotti, specialmente nel mercato africano, perché esiste una grande somiglianza tra le malattie che colpiscono il Brasile e quelle che colpiscono qui”, ha spiegato Lemos, che lavora nella Vicepresidenza per la Produzione e l’Innovazione in Sanità dell’istituto (il settore della Fiocruz responsabile della pianificazione della produzione di farmaci e vaccini). 

Il portafoglio offerto proviene dallo stabilimento Farmanguinhos (l’Istituto di Tecnologia Farmaceutica della Fiocruz, il più grande laboratorio farmaceutico pubblico del Brasile): trattamenti per malaria, HIV (il virus dell’immunodeficienza umana, che causa l’aids), epatite C e tubercolosi, oltre a kit diagnostici per dengue, zika, chikungunya, sifilide, mpox (il vaiolo delle scimmie) e virus respiratori come il covid-19. 

L’adattamento ai sistemi locali di acquisto è centrale nella strategia. Lemos ha osservato che la maggior parte dei paesi africani non dispone di un sistema equivalente al SUS (Sistema Único de Saúde, il servizio sanitario pubblico, gratuito e universale del Brasile), circostanza che costringe la Fiocruz a negoziare caso per caso, sia con imprese indicate dai ministeri della salute locali, sia con centrali di acquisto pubbliche o private. 

Il punto più rilevante, però, non è la fornitura di prodotti già pronti. “La nostra strategia non si basa solo sulla fornitura di prodotti. Anzi, la Fiocruz si è posizionata preferibilmente per incentivare la produzione locale”, ha affermato il dirigente, descrivendo partnership in cui la tecnologia viene trasferita affinché le industrie africane inizino a fabbricare da sé i farmaci. 

La diagnosi cambia da paese a paese. L’Angola conta su distributori interessati, ma non dispone ancora di un tessuto industriale farmaceutico sviluppato, il che limita per ora la cooperazione alla fornitura diretta. Il Sudafrica, al contrario, possiede già un’industria farmaceutica capace di assorbire processi di trasferimento tecnologico. 

Il Mozambico è il caso più emblematico, e non per caso: il paese ospita, dal 2012, uno stabilimento di antiretrovirali costruito con il sostegno del governo brasiliano (circa 23 milioni di dollari), con la Fundação Vale che ha finanziato l’80% dei lavori. L’impianto, inaugurato durante un vertice della CPLP (la Comunità dei Paesi di Lingua Portoghese, il blocco che riunisce Brasile, Portogallo e le ex colonie portoghesi in Africa e in Asia), ha capacità di produrre 21 tipi di farmaci e circa 371 milioni di unità all’anno. È questa storia, secondo Lemos, che la Fiocruz cerca ora di riprendere e ampliare insieme alla Società Mozambicana dei Farmaci. 

Il momento non è isolato. Già a febbraio di quest’anno, la Fiocruz aveva concluso accordi di trasferimento tecnologico con le indiane Biocon e Lupin, destinati proprio alle cosiddette malattie trascurate come tubercolosi e malaria, lo stesso ambito citato per il continente africano. A luglio ha completato il trasferimento tecnologico del dolutegravir, il principale antiretrovirale usato dal sistema sanitario pubblico brasiliano, e attende soltanto il via libera dell’Anvisa (l’Agenzia Nazionale di Vigilanza Sanitaria, l’ente che regola i farmaci in Brasile) per produrlo interamente sul territorio nazionale. 

Questa sequenza di mosse permette di leggere le parole di Lemos sotto un’altra luce. Non si tratta dell’iniziativa isolata di una fondazione di ricerca, ma di un tassello all’interno di una strategia più ampia di politica estera, che ha nella ApexBrasil e nel Ministero degli Affari Esteri brasiliano altri due bracci operativi. Nel 2025 il commercio tra Brasile e paesi africani ha raggiunto 23,7 miliardi di dollari, e la stessa ApexBrasil sostiene ormai pubblicamente la necessità di andare oltre la pura esportazione, puntando sulla capacità produttiva locale, esattamente il discorso ripetuto da Lemos per il settore sanitario. 

Si tratta, in fondo, di una scommessa sulla diplomazia sanitaria come strumento di soft power: invece di vendere farmaci già pronti a mercati che a fatica riescono a pagarli, il Brasile offre il processo stesso di fabbricazione, creando una dipendenza tecnologica reciproca e legami di lungo periodo che un semplice contratto commerciale non garantirebbe mai. Un modello di cooperazione Sud-Sud che, se portato a termine, ridisegna il rapporto tra il Brasile e il continente africano oltre la logica esportatrice tradizionale.