Mettiti in comunicazione con noi

07 Settembre 2026

Il tavolo senza sedie europee

Il 5 settembre Putin riceve Witkoff e Kushner per tre ore nella Sala Rossa del Cremlino e sospende gli attacchi su Kiev per tre giorni; il giorno dopo Lavrov definisce le accuse tedesche su Lipsia l’inizio di una vera guerra.

Sul caso Lipsia il quadro pubblico si è mosso meno di quanto dicano i titoli: due esecutori identificati, ma i quattro elementi decisivi — componenti, canale di ingaggio, innesco, secondo drone — restano negli atti, e nessuno dei due indagati è stato interrogato.

In Sassonia-Anhalt l’AfD arriva al 44,1% e la CDU si dimezza: Berlino inasprisce la linea verso Mosca mentre la base politica interna di quella linea si assottiglia.

Avatar photo

Pubblicato

su

immagine di libero uso fornita direttamente dalla pagina ufficiale Kremlin.ru

AREE DI CRISI NEL MONDO — TRECENTESIMO ARTICOLO

di Stefano Orsi

Mosca tratta con Washington e alza il muro con Berlino nello stesso arco di ore. Che cosa regge e che cosa manca nel caso di Lipsia, cinque giorni dopo l’attribuzione. Di Stefano Orsi — 6 settembre 2026

— Tre ore nella Sala Rossa del Cremlino: Putin riceve Witkoff e Kushner, pausa di tre giorni limitata alle capitali

— Lipsia: il riscontro biologico identifica gli esecutori, non il mandante — e i quattro elementi decisivi restano negli atti

— Lavrov da Vladivostok a Rossiya 1: le accuse tedesche come inizio di una vera guerra, e la ritorsione sui Goethe-Institut

— Sassonia-Anhalt: AfD al 44,1%, CDU dimezzata, e il BSW a due decimi dalla soglia di sbarramento

Didascalia foto — Mosca, 5 settembre 2026. Il colloquio con gli inviati statunitensi nella Sala Rossa del Grande Palazzo del Cremlino, già camera da letto cerimoniale degli appartamenti imperiali e oggi sede degli incontri protocollari del capo dello Stato. Nelle precedenti occasioni le delegazioni americane erano state ricevute nell’ufficio del Palazzo del Senato.

Mosca, 5 settembre

Il 5 settembre Vladimir Putin ha ricevuto al Cremlino Steve Witkoff, inviato speciale del presidente statunitense, e Jared Kushner. Il colloquio è durato circa 3 ore. Per la parte russa erano presenti il consigliere Yuri Ushakov e l’inviato per gli investimenti Kirill Dmitriev.

L’incontro si è svolto nella Sala Rossa del Grande Palazzo del Cremlino, e non nell’ufficio del Palazzo del Senato dove Putin aveva ricevuto le precedenti delegazioni americane. Peskov ha spiegato il cambio di sede come gesto di ospitalità verso i due inviati, ai quali il presidente avrebbe voluto mostrare la bellezza e la storia dell’edificio.

Il Grande Palazzo del Cremlino fu costruito fra il 1838 e il 1849 su progetto di Konstantin Ton, per volontà di Nicola I. L’impianto è dichiaratamente celebrativo. Le sale di rappresentanza portano i nomi degli ordini cavallereschi militari dell’impero — San Giorgio, Sant’Andrea, San Vladimiro, Sant’Alessandro, Santa Caterina — e furono concepite come monumento alle armi russe e come affermazione della continuità del potere imperiale. La simbologia militare non è un ornamento aggiunto: è il programma dell’edificio.

La Sala Rossa si trova nell’ala occidentale, accanto alla Sala di Santa Caterina, e appartiene alla cosiddetta Metà Propria, gli appartamenti privati della coppia imperiale. Era la camera da letto cerimoniale, la parata opočival’nja. Il letto non c’è più. Resta l’alcova con le colonne monolitiche di marmo verde chiaro che, secondo la tradizione riportata dalle guide del palazzo, provenivano da un edificio di Pompei, furono acquistate da mercanti russi e donate all’imperatore. Oggi la stanza ospita gli incontri protocollari del capo dello Stato. La Sala di Santa Caterina, accanto, è l’unica sala di rappresentanza esclusa dai percorsi di visita.

La scelta si legge da sé. Il Palazzo del Senato è dove si lavora; l’ala di rappresentanza del Grande Palazzo è dove si mostra chi si è. Portare in quella stanza due inviati privi di rango diplomatico di carriera — un immobiliarista e il genero del presidente — attribuisce loro una posizione che il loro incarico formale non ha. È un riconoscimento del canale, e va tenuto distinto dal merito dei colloqui.

Alcune ricostruzioni hanno collegato quella stanza all’incontro fra Stalin e Churchill dell’agosto 1942. La Seconda conferenza di Mosca si tenne effettivamente al Cremlino, dal 12 al 17 agosto 1942, con Churchill, Stalin, Molotov e l’inviato di Roosevelt Averell Harriman. Ma le fonti che la documentano collocano i colloqui nello studio di Stalin e, per la sessione notturna più nota, nel suo appartamento privato. Il collegamento con la Sala Rossa non trova riscontro e qui non viene usato.

Putin ha ringraziato Trump, ha definito difficile la situazione e ha comunicato di avere ordinato la sospensione degli attacchi su Kiev dalla mezzanotte del 5. Peskov aveva indicato in 3 giorni la durata. Il presidente ha aggiunto due precisazioni che pesano più dell’annuncio: la sospensione riguarda le capitali, e con Kiev non è stato concordato nulla di più ampio. Ha osservato che anche l’intensità degli attacchi ucraini sulle regioni russe, Mosca compresa, era diminuita. Zelensky ha dichiarato che l’Ucraina non colpirà Mosca fino a lunedì.

Ushakov ha definito i colloqui sostanziali e franchi, ha riferito che gli americani hanno formulato considerazioni su possibili vie di soluzione e che si è discusso anche di questioni economiche e di grandi progetti comuni. Witkoff ha ringraziato per la pausa e per la liberazione dell’ex marine Robert Gilman, avvenuta a inizio agosto.

La pausa, così come le due parti l’hanno descritta, ha confini dichiarati: 3 giorni, le capitali, nessuna intesa più ampia. Non è una tregua e nessuno dei due l’ha chiamata così. È una condizione di sicurezza per il viaggio degli inviati, che il 7 settembre proseguono per Kiev — e il viaggio, per via degli attacchi sugli scali intorno alla capitale ucraina, si fa passando dalla Polonia e poi in ferrovia.

Il giorno dopo

Il 6 settembre Sergej Lavrov ha rilasciato a un’emittente televisiva statale un’intervista ripresa da Interfax. Sul caso di Lipsia ha detto che le accuse tedesche e la rappresaglia diplomatica di Berlino sono “l’inizio di una vera guerra”. Ha aggiunto che a Lipsia è stato trovato un drone, che è stato dichiarato russo e che nessuno si è preso la briga di indagare. Ha collegato la chiusura del consolato di Bonn e della Casa Russa di Berlino al precedente delle missioni diplomatiche tedesche chiuse prima dell’inizio della Grande guerra patriottica.

Il paragone con il 1941 è la parte da guardare, e non perché sia forte. Colloca la Germania in una sequenza storica nota al pubblico interno russo, nella quale la chiusura delle rappresentanze è un antecedente dell’invasione. La formula fa un lavoro preciso: sposta il piano dalla prova tecnica sul drone alla natura dell’intenzione tedesca. Su quel piano la prova non serve più.

Qualche giorno prima Dmitrij Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza, aveva scritto su Telegram — in un passaggio ripreso da Adnkronos — che il sabotaggio è inventato e che gli stabilimenti tedeschi che producono armamenti per l’Ucraina meriterebbero un attacco diretto. Medvedev non ha responsabilità operative e la funzione dei suoi interventi è nota da tempo. Ma la distanza fra il registro del ministro degli Esteri e quello del vicepresidente del Consiglio di sicurezza è oggi minore di quanto sia stata a lungo.

Le due piste

Nello stesso arco di ore Mosca tiene aperto e caldo il canale con Washington — innalzamento protocollare, gesto unilaterale sul fuoco, apertura sui progetti economici — e porta al massimo il registro verso Berlino. Le due cose non si contraddicono. Sono complementari, e hanno un effetto misurabile: al tavolo dove la guerra potrebbe finire non ci sono sedie europee.

Non serve postulare un disegno per registrarlo. Che si tratti di una strategia deliberata di separazione o della conseguenza di due dossier gestiti separatamente, il risultato è identico. L’Europa discute di consolati chiusi, di visti e di scudi contro la guerra ibrida, mentre le condizioni della fine del conflitto si discutono altrove. Il rischio più concreto oggi sul tavolo non ha la forma di un’aggressione. Ha la forma di un’esclusione.

Lipsia, cinque giorni dopo

Il 1° settembre il governo tedesco ha attribuito formalmente alla Russia il tentato attacco del 4 agosto all’aeroporto di Lipsia-Halle, e ha annunciato la chiusura del consolato generale di Bonn per il 18 settembre e la cessazione dell’accordo sulla Casa Russa di Berlino. Il ministro dell’Interno Dobrindt ha riassunto così la posizione tedesca: “Non siamo in guerra, ma siamo quotidianamente bersaglio di una guerra ibrida”.

L’argomento pubblico esposto quel giorno era un argomento di convergenza: indagini di polizia, corrispondenza con modelli operativi già osservati, informazioni di intelligence. L’analisi che abbiamo proposto il 2 settembre osservava che dei tre pilastri il primo — la firma esplosivistica — non discrimina, perché Semtex e RDX si trovano in troppi arsenali; il secondo — il ragionamento per somiglianza con casi precedenti — è ricorsivo, perché quei casi sono a loro volta attribuzioni e non fatti accertati in sede giudiziaria; il terzo — il modello di reclutamento di esecutori di basso livello — è per costruzione muto sul mandante.

Nei giorni successivi il quadro si è mosso, ma meno di quanto i titoli abbiano lasciato intendere.

I due presunti responsabili principali sono un uomo di origine russa con passaporto lettone e un cittadino bielorusso con passaporto russo. I ruoli attribuiti dalle ricostruzioni di NDR, WDR e Süddeutsche Zeitung sono distinti. Al primo, indicato come organizzatore, spetterebbero la logistica e l’addestramento: sarebbe entrato in Germania a fine luglio dall’aeroporto di Berlino-Brandeburgo, si sarebbe spostato in Sassonia con un’auto a noleggio e avrebbe lasciato il paese in aereo 2 giorni prima del tentativo. Il secondo è quello sul quale poggia il riscontro materiale: le tracce biologiche rinvenute sul drone, dentro una lattina contenente esplosivo e su un’antenna fissata a un albero nei pressi dello scalo sarebbero le sue, e il suo nome era già nei registri di polizia in Lituania e Finlandia per reati comuni. È anche l’uomo del visto italiano. Gli indagati complessivi, secondo le stesse ricostruzioni, sarebbero quattro; questi due sono quelli su cui si concentra l’accusa.

Sulla cittadinanza del primo le fonti non concordano del tutto. La maggior parte lo descrive come cittadino lettone nato in Russia — Die Zeit usa questa formula — mentre alcune ricostruzioni gli attribuiscono anche un passaporto russo. La differenza non è di dettaglio: un cittadino lettone è un cittadino dell’Unione Europea e della NATO. E l’origine russa, da sola, non è un elemento probatorio. In Lettonia vive una minoranza russofona che si conta in centinaia di migliaia di persone, e la discendenza non dice nulla sui rapporti di un individuo con lo Stato russo. Va riportata perché è nelle fonti, non perché pesi.

Non sono previsti arresti: le autorità tedesche ritengono che entrambi siano rientrati in territorio russo o bielorusso, fuori dalla portata del mandato di cattura europeo.

Il riscontro biologico appartiene a una classe di prova diversa dalla somiglianza con casi precedenti, e questo va detto. Ma dice meno di quanto la parola DNA suggerisca. Dice che materiale attribuito a una persona già presente in due registri di polizia è stato trovato su quegli oggetti. Non dice quando ci sia finito, né in quali circostanze, né chi abbia collocato gli oggetti dove sono stati rinvenuti.

E soprattutto non separa le ipotesi, perché le prevedono tutte. L’operazione statale a scopo distruttivo prevede tracce lasciate da un esecutore monouso, che è per definizione poco addestrato. L’operazione dimostrativa le prevede. L’ingaggio privo di mandante statale le prevede. E l’ipotesi di un attore terzo interessato all’attribuzione a Mosca le prevede più fortemente di tutte, perché una costruzione che deve indicare una pista ha bisogno che le tracce vengano trovate: chi fabbrica un caso non ha alcuna difficoltà a lasciare gli indizi che vuole far leggere. Un elemento che tutte le ipotesi prevedono non discrimina fra le ipotesi.

C’è poi la condizione in cui questa identificazione è stata prodotta, e va guardata perché non è un dettaglio procedurale. Nessuno dei due è stato fermato, sentito, o assistito da un difensore. Non c’è stato contraddittorio. Nessun giudice ha valutato alcunché. L’identificazione è un’asserzione delle autorità inquirenti, e allo stato resterà tale. Vale anche per la loro collocazione: che siano oggi in Russia o in Bielorussia è una valutazione tedesca, e la base di quella valutazione non è pubblica. Che uno dei due sia uscito dalla Germania in aereo a fine luglio lascia una traccia di frontiera verificabile; “è uscito allora” e “si trova là adesso” sono due affermazioni diverse, e solo la prima ha un riscontro documentale plausibile.

Un solo elemento del quadro pubblico non è riconducibile a una valutazione tedesca: l’incrocio con i registri di polizia di Lituania e Finlandia, banche dati di due Stati terzi alimentate prima e per ragioni estranee a questa vicenda. Non dice nulla sul mandante. Ma è il solo vincolo esterno che il quadro contenga, e va riconosciuto per quello che è.

Nulla di tutto questo tocca i quattro elementi che deciderebbero il caso. Quei quattro erano e restano: la provenienza dei componenti; il canale di ingaggio e il flusso di pagamento; la progettazione dell’innesco, cioè la presenza o l’assenza di un fail-safe; il recupero del secondo oggetto, quello che ha urtato il cargo DHL e che non è mai stato trovato. Il DNA su un drone dice chi ha maneggiato il drone, se lo ha maneggiato. Non dice chi lo ha pagato.

C’è un elemento ulteriore, ed è il meno comodo per entrambe le letture. Che l’esecutore materiale abbia precedenti per reati comuni nei paesi baltici è coerente con il modello del reclutato monouso. Lo è allo stesso modo per l’ipotesi di un’operazione statale che quel modello adotta proprio per garantirsi negabilità, e per l’ipotesi di un ingaggio privo di mandante statale. Un elemento compatibile con entrambe le ipotesi non separa le ipotesi.

Un dettaglio va corretto, perché in Italia ha viaggiato più della sua rettifica. Süddeutsche Zeitung e NDR avevano riferito che il sospettato bielorusso sarebbe entrato in area Schengen con un visto turistico rilasciato dall’ambasciata italiana a Minsk a fine aprile. Fonti di sicurezza tedesche hanno successivamente precisato che le verifiche preliminari sulle banche dati di ingresso non mostrano un transito accertato del sospettato attraverso il territorio italiano. L’accertamento resta aperto. Il COPASIR ha annunciato che chiederà una nota informativa ai servizi italiani.

Conviene allora mettere in fila non ciò che c’è, ma ciò che manca, perché sparso in sei paragrafi non si vede e in colonna sì.

Non è pubblica la provenienza dei componenti. Non è pubblico il canale di ingaggio né il flusso di pagamento. Non è pubblica la progettazione dell’innesco, cioè il dato che da solo separerebbe l’atto distruttivo da quello dimostrativo. Il secondo oggetto, quello che ha urtato il cargo DHL, non è mai stato recuperato: un drone mai trovato in un’area aeroportuale sorvegliata. Il materiale che il segretario generale della NATO ha qualificato come inequivocabile non è stato prodotto in forma esaminabile, nemmeno davanti ai ministri degli Esteri europei. Il dettaglio su Semtex e RDX, che ha fatto da spina dorsale al racconto forense sui giornali italiani, è ricostruzione di stampa e non reperto dichiarato in conferenza stampa. Di due dei quattro indagati non si sa nulla. Nessuno dei due principali è stato sentito. E resta sul tavolo la contraddizione interna al racconto ufficiale: Dobrindt ha parlato di un’azione che avrebbe richiesto notevole competenza, e il risultato descritto è tre dispositivi che non esplodono, uno dei quali abbandonato in un campo.

Anche la cronologia del terzo drone è incerta. Alcune ricostruzioni lo collocano al 14 agosto, dieci giorni dopo il fatto, e in un terreno del Land confinante; altre al 25 agosto. La data e il luogo di ritrovamento di un ordigno con esplosivo militare non sono un dettaglio redazionale.

Da tutto questo discende una conseguenza che vale la pena enunciare, perché è la ragione per cui il caso non si chiuderà. Gli indagati sono ritenuti irraggiungibili. Irraggiungibili significa nessun arresto, quindi nessun processo, quindi nessuna produzione dei quattro elementi in un’aula dove qualcuno possa contestarli. L’accusa può restare in piedi indefinitamente senza essere né confermata né smentita, e le contromisure diplomatiche che ne discendono sono già state adottate e non sono condizionate al suo esito. Non c’è modo di sapere se questa configurazione sia stata cercata. Si può però osservare che è la configurazione in cui ci si trova.

Un precedente recente mostra come quella strada si chiuda in concreto. Il 29 giugno uno zaino esplosivo è stato fatto detonare a Monte Carlo contro l’imprenditore ucraino Vadym Yermolaiev, ferito gravemente insieme alla compagna e al figlio di tredici anni. L’esecutrice è stata identificata dall’indagine monegasca in Anastasiia Berezovska, oggetto di una notifica rossa dell’Interpol. È rientrata in Ucraina il 1° luglio. Il 6 luglio il suo corpo è stato ritrovato interrato in un bosco fuori Kiev, con colpi d’arma da fuoco alla testa.

Fin qui i fatti materiali, e vengono da due giurisdizioni distinte: l’attentato lo indaga Monaco, il cadavere è in Ucraina. Da qui in avanti si entra nella ricostruzione ucraina, che va trattata con lo stesso sconto applicato sopra a quella tedesca. Secondo Kiev, per l’omicidio sono stati arrestati un ufficiale in servizio dell’intelligence militare, che ha confessato, e un ex agente delle forze dell’ordine; i due sarebbero stati individuati attraverso i contatti avuti con la donna dopo il rientro e i relativi trasferimenti di denaro; e avrebbero agito di propria iniziativa, all’insaputa dei superiori.

Quest’ultimo passaggio è quello che regge meno. Che un ufficiale in servizio abbia assistito un’operazione all’estero e poi eliminato l’esecutrice per conto proprio è una spiegazione che risolve il problema istituzionale nel punto esatto in cui si porrebbe. Non c’è modo di verificarla: la confessione non è passata da un contraddittorio pubblico, e chi indaga appartiene all’apparato dello Stato di cui si discute il coinvolgimento. Che i due siano gli uomini che hanno realmente gestito il rientro, oppure due figure interposte, resta indeterminato allo stesso titolo.

Quello che sopravvive allo sconto è la parte che serve qui, ed è un cadavere, non un racconto: l’esecutrice di un’operazione negabile condotta in Europa occidentale è stata uccisa cinque giorni dopo il rientro. Il precedente è ucraino, e proprio per questo non indica Mosca. Indica la logica delle operazioni negabili in quanto tali, chiunque le conduca.

Quella logica ha un punto preciso in cui si chiude. Il reclutato per via digitale non sa chi lo ha ingaggiato: è il senso del modello. Ma la condizione tiene fino a un momento. Nella fase di uscita e di pagamento l’esecutore entra necessariamente in contatto con persone che nell’organizzazione ci sono davvero — qualcuno deve consegnare il denaro, qualcuno deve gestire il rientro. È l’unica finestra in cui sa qualcosa, ed è per questo il momento in cui diventa un rischio. Chi fossero quelle persone, a Monte Carlo, è affermato e non dimostrato. Che la finestra si sia aperta, e che entro cinque giorni si sia chiusa con un omicidio, è invece un fatto.

Applicato a Lipsia, questo restringe ancora lo spazio. I due elementi che deciderebbero il caso — canale di ingaggio e flusso di pagamento — sono conoscibili solo attraverso gli esecutori, e soltanto per quella finestra. Che fine abbiano fatto i due indagati non è noto, e nessuno lo sta affermando. Si può però osservare che l’unica via d’accesso al mandante passa da due persone che nessuno ha interrogato, di cui nessuno sa dove siano, e che in un precedente documentato di due mesi fa quella fase si è chiusa con un omicidio.

Un giudizio va rivisto, di conseguenza. Nell’analisi del 2 settembre l’ipotesi di un attore terzo interessato all’attribuzione a Mosca era stata ridimensionata anche sulla base del rapporto fra rischio e beneficio: esposizione forense permanente, conseguenze catastrofiche in caso di scoperta. Monte Carlo mostra che operazioni di quel tipo in Europa occidentale vengono condotte lo stesso, che vengono scoperte, e che la scoperta non ha prodotto per il servizio coinvolto conseguenze paragonabili a quelle che quel calcolo presupponeva. Nessun elemento pubblico sostiene quell’ipotesi per Lipsia, e questo non cambia. Cambia la forza dell’argomento con cui era stata messa da parte.

Vladivostok

Al Forum economico orientale di Vladivostok, dal 1° al 4 settembre, Lavrov ha esposto in forma distesa la cornice dentro cui Mosca colloca il caso di Lipsia.

L’impianto è quello del Partenariato della Grande Eurasia, con SCO, Unione economica eurasiatica, ASEAN e BRICS come piattaforme e il consenso — anche lento — come metodo dichiarato. Il contraltare è un Occidente descritto come costruttore di architetture esclusive: AUKUS, criticato per il programma sui sottomarini nucleari e per il rapporto con gli standard dell’AIEA; il formato QUAD, letto come tentativo di inserire una componente militare in un contesto economico e di attrarre l’India in una logica di contenimento della Cina; l’allargamento della NATO all’Indo-Pacifico.

Sull’Unione Europea il ministro ha sostenuto che la rinuncia alle forniture energetiche russe e il sabotaggio del Nord Stream hanno prodotto un costo del gas nell’ordine di 800 euro per mille metri cubi e una delocalizzazione industriale verso gli Stati Uniti. La cifra è quella citata nel discorso e va attribuita a chi la usa.

Su Lipsia la lettura è che Berlino non abbia adottato una misura di sicurezza ma abbia scelto di recidere il canale culturale diretto, sostituendolo con il rapporto con l’emigrazione ostile al Cremlino. Mosca chiuderà per ritorsione i Goethe-Institut di Mosca, San Pietroburgo e Novosibirsk.

Su Friedrich Merz, Lavrov ha reagito all’obiettivo dichiarato dal cancelliere di fare della Germania la prima potenza militare europea, e lo ha fatto nel registro del ritorno del nazismo. È lo stesso registro dell’intervista del 6 settembre. Va registrato per quello che è: una qualificazione dell’intenzione, non una descrizione della capacità.

Sul teatro ucraino il discorso ha ripreso la bozza di Istanbul dell’aprile 2022 e la tesi che Kiev sia stata dissuasa dal firmare; la divergenza fra la posizione europea sui confini del 1991 e il richiamo alla realtà sul campo; e la precisazione che per Mosca quella realtà comprende i referendum e la Costituzione russa, non solo la presenza militare. Gli obiettivi sono stati ribaditi come smilitarizzazione e denazificazione, e l’invio di forze di stabilizzazione è stato definito un modo di perpetuare il conflitto.

Il discorso conteneva anche un passaggio su Bucha, riproposto nei termini della messinscena. Va detto in una riga: quella ricostruzione non regge il confronto con le immagini satellitari che collocano i corpi sulle strade mentre l’abitato era sotto controllo russo, né con la documentazione della missione ONU per i diritti umani. Il passaggio conta come indicatore del registro del discorso, non come elemento di merito.

Il voto in Sassonia-Anhalt

Oggi, 6 settembre, si è votato in Sassonia-Anhalt: 1,7 milioni di elettori chiamati alle urne per le regionali. Alle 18.27 la prima proiezione su schede scrutinate, elaborata dalla Forschungsgruppe Wahlen per la ZDF, dà questi valori: AfD 44,1%, CDU 18,5%, Linke 9,2%, SPD 8,8%, Verdi 8,7%, BSW 4,8%, FDP 2,4%. Nel 2021 il rapporto era rovesciato: CDU 37,1%, AfD 20,8%, Linke 11%, SPD 8,4%, FDP 6,4%, Verdi 5,9%, con il Land governato da allora da una coalizione fra CDU, SPD e liberali.

Le due rilevazioni sono confrontabili, e il confronto conta più di ciascuna presa da sola. La stima delle 18 poggia su interviste raccolte ai seggi durante la giornata; la proiezione delle 18.27 su schede effettivamente scrutinate. Sono metodi indipendenti, e producono questi valori: AfD 44,0 contro 44,1, CDU 18,5 in entrambe, Linke 9,0 contro 9,2, SPD 9,0 contro 8,8, Verdi 8,5 contro 8,7, FDP 2,5 contro 2,4. Sul BSW coincidono esattamente, 4,8. Lo scarto massimo fra i due metodi è di due decimi.

La divergenza più ampia dell’intero quadro non è dunque fra metodi, ma fra emittenti: le agenzie italiane hanno battuto la stima ARD delle 18, che dava l’AfD al 44,5%, quattro decimi sopra la cifra della Forschungsgruppe Wahlen. Chi legge i titoli di stasera sta leggendo quel numero.

Un limite va tenuto presente. Una prima proiezione poggia su una quota ridotta di sezioni, e l’ordine di scrutinio non è casuale: i seggi piccoli chiudono i conti prima di quelli urbani, e la composizione del campione iniziale non riproduce quella del Land. Su un valore che dista due decimi dalla soglia di sbarramento, quel margine non è trascurabile. I risultati preliminari sono attesi domattina.

Il numero che decide non è quello dell’AfD. È il 4,8% del BSW, sotto la soglia di sbarramento del 5%. Se il dato regge, il partito di Sahra Wagenknecht resta fuori dal Landtag insieme ai liberali, e con loro una quota consistente di voti che non si traduce in seggi. È il meccanismo che consente a un partito fermo al 44% dei consensi di ottenere la maggioranza assoluta dei seggi: meno liste entrano, più alto è il premio implicito per la prima. Alla festa dell’AfD Björn Höcke si è detto certo che quella soglia verrà superata nel corso della serata.

L’affluenza è stata dell’80%, la più alta mai registrata in una consultazione del Land — nel 2021 si era fermata al 60,3%. Alice Weidel ha parlato di risultato storico e di mandato di governo netto. La ministra della Cancelleria Nina Warken, della CDU, ha definito il dato una cesura per il suo partito. Dentro la CDU è già aperta la questione se accettare l’opposizione o tentare un governo di minoranza tollerato dalla Linke, ipotesi che i giovani del partito e una parte del gruppo parlamentare federale respingono.

Una distinzione geografica va tenuta ferma, perché il ragionamento la richiede. L’aeroporto di Lipsia-Halle si trova a Schkeuditz, in Sassonia, sul confine con la Sassonia-Anhalt: serve le due città, ma sta nel Land che oggi non vota.

La domanda che circola è se la vicenda di Lipsia — la data dell’attribuzione, il pacchetto di misure aperto in poche ore, l’effetto sul dibattito interno — non sia stata calibrata anche in funzione di questo voto. È una domanda legittima, e per trattarla bisogna separare tre affermazioni che vengono di solito presentate come una sola.

La prima: che il caso sia entrato nella campagna elettorale. È documentata. Nelle settimane precedenti il voto la frattura sugli atteggiamenti verso la Russia è tornata a essere tema elettorale, con l’AfD che contesta l’attribuzione dei servizi e chiede la pace con Mosca, e con Merz che ha speso l’argomento del danno agli investimenti stranieri in caso di vittoria dell’AfD. Che un governo usi politicamente un dossier di sicurezza aperto non richiede dimostrazione: è la regola, non l’eccezione.

La seconda: che la data dell’annuncio sia stata scelta in funzione del voto. È plausibile e non è dimostrata. Ha però un elemento che la deciderebbe, ed è di natura verificabile: quando si è chiuso l’accertamento del BKA e dei servizi. Se la valutazione era completa a metà agosto e l’annuncio è arrivato il 1° settembre, a 5 giorni dalle urne, la calibrazione sta nei fatti. Se si è chiusa negli ultimi giorni di agosto, non c’è nulla da spiegare. Il dato non è pubblico e sarà ricostruibile soltanto dagli atti.

La terza: che l’evento sia stato costruito. È l’ipotesi che circola sotto il nome di strategia della tensione, ed è di ordine diverso dalle prime due. Quelle riguardano l’uso di un fatto, questa la sua origine. Nessun elemento pubblico la sostiene, e su questo il quadro non è cambiato di una riga; l’argomento del rischio sproporzionato con cui era stata ridimensionata il 2 settembre regge però meno di quanto sembrasse, per le ragioni dette sopra.

La serie dei sondaggi, e adesso il risultato. A metà agosto l’AfD è già primo partito in Sassonia-Anhalt con oltre il 40%. Il 1° settembre, giorno dell’attribuzione, le stime la danno fra il 40 e il 42%, con la CDU fra il 23 e il 26%. Il 5 settembre la media ponderata degli istituti la colloca al 41,7%. La proiezione della sera la dà al 44,1%.

Fra il giorno dell’attribuzione e il giorno del voto la serie non si muove, e il risultato finisce sopra la media degli istituti di oltre due punti. Nulla in questa sequenza indica che l’attribuzione abbia spostato voti verso i partiti di governo. Non ne segue che nessuno ci abbia provato: un tentativo può fallire, e il fallimento non retroagisce sull’intenzione di chi lo ha compiuto. È una constatazione sull’esito, non sul movente, e le due cose non si sostituiscono a vicenda.

Non ne segue nemmeno la lettura opposta, che pure comincerà a circolare stanotte: che l’attribuzione abbia mobilitato l’elettorato dell’AfD e prodotto lo scarto in eccesso. Lo scarto c’è, ma i moventi candidati sono molti — la campagna di Siegmund, l’immigrazione, l’impopolarità del cancelliere, l’appello al voto tattico lanciato negli ultimi giorni per sbarrare la strada all’AfD, e un’affluenza salita di venti punti rispetto al 2021. Assegnare quello scarto a Lipsia sarebbe lo stesso errore commesso nella direzione contraria. Il risultato elettorale misura un esito, e gli esiti non parlano delle intenzioni di chi li ha preceduti.

Resta invece un problema nel criterio con cui si propone di verificare l’ipotesi: se fra poco non se ne parla più, allora era una manovra. Come test non funziona. La procura federale tedesca lavora sotto segreto istruttorio; i due indagati sono ritenuti fuori dalla portata del mandato di cattura europeo, quindi non ci sarà un processo a generare notizie. Il silenzio è previsto da tutte le ipotesi in campo, comprese quelle in cui l’attribuzione è fondata. Un test che tutte le ipotesi superano non distingue nulla — e vale in entrambe le direzioni: non serve a confermare la manovra, e la sua assenza non servirebbe a escluderla.

Quello che l’analisi sostiene è più asciutto e regge meglio: i governi scelgono la data dei propri annunci. Un pacchetto articolato come quello aperto il 1° settembre — consolato, Casa Russa, controlli sui cittadini russi, flotta ombra, dossier per il consiglio dei ministri degli Esteri — non si costruisce in una mattinata. Era pronto e attendeva l’occasione istituzionale. È una constatazione sulla sequenza amministrativa, e non dice nulla sull’origine del fatto. Le due cose vanno tenute separate, perché le attribuzioni fondate producono gli stessi effetti politici di quelle infondate.

L’indicatore utile non è il silenzio. È l’atto d’accusa di Karlsruhe, quando arriverà: se conterrà la provenienza dei componenti e un canale di ingaggio ricostruito, oppure se si reggerà sulla corrispondenza con i casi precedenti.

C’è però una conseguenza del voto che riguarda direttamente il quadro esposto sopra, e non passa per la questione della manovra. Il partito arrivato primo in Sassonia-Anhalt contesta l’attribuzione dei servizi tedeschi e chiede la normalizzazione con Mosca. I governi dei Länder compongono il Bundesrat. Berlino sta dunque inasprendo la linea verso la Russia mentre la base politica interna di quella linea si assottiglia nell’est del paese — e il calendario non aiuta, perché il 20 settembre si vota anche a Berlino e in Meclemburgo-Pomerania Anteriore. È lo stesso fenomeno descritto all’inizio, visto dall’interno: l’Europa alza il registro sul piano della sicurezza mentre perde peso sul piano dove si decide la fine della guerra, e adesso anche consenso su quello dove si decide la propria politica estera.

Tre date

Il 18 settembre chiude il consolato generale russo di Bonn e si esaurisce il termine per lo sgombero della Casa Russa. Il 20 settembre si vota per il parlamento russo, ed è la data sulla quale convergono le previsioni di entrambe le parti riguardo al fronte. Lo stesso 20 settembre la Germania torna alle urne in altri due Länder.

In mezzo ci sono la tappa di Kiev degli inviati americani e la scadenza dei 3 giorni di pausa. Per capire che cosa fosse quella pausa non servono dichiarazioni: basta osservare il ritmo quotidiano dei bollettini dell’aeronautica ucraina prima, durante e dopo. Se si ferma nelle ore della visita e riprende subito, era uno strumento negoziale. Nessuna delle due parti, del resto, l’aveva presentata diversamente.