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07 Settembre 2026

4 ottobre: ​​Non si sceglie soltanto un presidente; si sceglie una visione per il Brasile.

Che si torni o meno alla “mappa della fame”, che la struttura della disuguaglianza cambi o meno: tutto ciò non dipende soltanto da chi siede sulla poltrona presidenziale. Dipende da chi il popolo manda al Congresso.

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Di Marlene Madalena Pozzan Foschiera

Il 4 ottobre 2026, il Brasile si recherà alle urne per un’elezione che, ancora una volta, non riguarda singoli individui. Si tratta di due visioni per il Paese: visioni che hanno già dimostrato, nei fatti, a quali risultati conducano. Una è stata sperimentata in passato e ha portato il Brasile a rientrare nella Mappa della Fame dell’ONU tra il 2019 e il 2021, una battuta d’arresto che ha richiesto anni per essere superata. L’altra visione — quella attuale — è riuscita a far uscire nuovamente il Paese da quell’elenco nel periodo 2022-2024 grazie al piano Brasil Sem Fome (Brasile senza fame), riducendo la povertà estrema ai minimi storici e raggiungendo livelli record di reddito familiare pro capite. Non si tratta di una semplice opinione, bensì di dati forniti dalla FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura. Scegliere tra queste due visioni a ottobre significa decidere se il Paese continuerà a sottrarre le persone alla fame o se rischierà, ancora una volta, di ricacciarne milioni in quella condizione.

Cosa può ottenere un presidente da solo

Ciononostante, sarebbe ingenuo pensare che la semplice elezione del presidente giusto basti a risolvere il problema della disuguaglianza in Brasile. L’amministrazione Lula stessa è la prova vivente di questo limite. Dopo anni di trattative, il presidente è finalmente riuscito a far approvare l’esenzione dall’imposta sul reddito per chi guadagna fino a 5.000 reais al mese, una misura che va a beneficio di circa 15 milioni di brasiliani. Si tratta della prima riforma significativa della tassazione sul reddito dal 2015. Tuttavia, è necessario esaminare attentamente i dettagli: chi percepisce un reddito compreso tra 5.000,01 e 7.350 reais beneficia di una riduzione fiscale parziale e decrescente, mentre nulla cambia per chi guadagna 7.350 reais o più. La classe media — persone che non sono ricche ma che non rientrano più nella fascia di esenzione — rimane esattamente nella stessa situazione di prima. Per compensare la perdita di gettito fiscale, il governo ha introdotto un’imposta minima sui redditi annui superiori a 600.000 reais; tale misura riguarda solo 141.400 persone, ovvero lo 0,13% dei contribuenti del Paese. È stato un passo avanti concreto, che ha però anche rivelato la portata delle resistenze a spingersi oltre.

Perché il cambiamento si arena al Congresso

Questa resistenza ha un nome, un cognome e un indirizzo: il Congresso Nazionale. Uno studio di FGV Social rivela che il patrimonio netto medio dichiarato di un deputato federale è 62 volte superiore a quello del brasiliano medio. Non si tratta di un’eccezione, bensì della regola all’interno dell’aula. Il comportamento politico rispecchia gli interessi finanziari: un sondaggio di Quaest ha mostrato che il 46% dei parlamentari si oppone all’aumento delle tasse sui super-ricchi — a fronte di un 44% favorevole — e che il 53% è contrario a un disegno di legge volto a porre un tetto agli stipendi eccessivi nel settore pubblico. In altre parole, anche con un presidente disposto a perseguire la giustizia fiscale, la maggioranza di coloro che votano le leggi al Congresso ha un interesse economico diretto a garantire che tale giustizia si fermi esattamente dove si è già arenata. È inutile eleggere un presidente che vuole cambiare la struttura se la maggioranza parlamentare è composta da persone che vivono — letteralmente — all’interno di quella stessa disuguaglianza che occorre correggere.

I media che fingono di non schierarsi

In questo meccanismo esiste un terzo attore che si presenta come neutrale, pur non essendolo: i principali gruppi mediatici commerciali del Brasile. Un’indagine del Media Ownership Monitor — condotta dall’ONG Intervozes in collaborazione con Reporter Senza Frontiere — ha rivelato che cinque famiglie controllano metà dei principali organi di informazione del Paese. Quattro reti televisive — Globo, SBT, Record e Band — detengono oltre il 70% dell’audience nazionale; da sola, Globo registra una quota superiore a quella delle altre tre messe insieme. I ricercatori definiscono questo fenomeno “coronelismo elettronico” (una forma di clientelismo politico di stampo feudale), poiché riproduce nel panorama mediatico la stessa logica storica di concentrazione che ha sempre caratterizzato la proprietà terriera in Brasile. Questi gruppi non sono indipendenti dalle dinamiche di potere di cui si occupano; essi stessi occupano i vertici della piramide del reddito e della ricchezza che trae vantaggio dal mantenimento dello status quo. Una stampa che dipende dalla pubblicità statale, è legata a famiglie politicamente influenti e detiene partecipazioni incrociate in TV, radio, giornali e portali web non ha alcun incentivo strutturale a promuovere un elettorato meglio informato e più politicamente consapevole di tali meccanismi. Al contrario: un pubblico depoliticizzato — che vota basandosi su questioni sociali e sulla paura anziché su dati concreti riguardanti fame, reddito e tassazione — è un pubblico più facile da mantenere sotto controllo.

Cosa è davvero in gioco a ottobre

È vero che esiste un altro aspetto del dibattito: alcuni settori dell’economia e gran parte della stampa sostengono che il pacchetto di misure di stimolo del governo — incluse le esenzioni dall’imposta sul reddito e quelle sulla partecipazione agli utili (PLR) — comporti un costo fiscale significativo e possa lasciare un conto salato per gli anni futuri. Si tratta di un’obiezione tecnica legittima, seppur di stampo conservatore, e qualsiasi riflessione seria in materia deve riconoscere l’esistenza di economisti e analisti contrari a tale posizione. Tuttavia, questo dibattito di natura fiscale non annulla l’altro confronto, quello sulla distribuzione: perché l’onere del risanamento dei conti ricade quasi sempre sulla base della piramide e raramente sui vertici, che da soli detengono una ricchezza 62 volte superiore alla media nazionale?

Pertanto, ciò che è in gioco il 4 ottobre non è semplicemente chi governerà nei prossimi quattro anni. Si tratta di stabilire se il Brasile continuerà a sottrarre la popolazione alla fame o se rischierà di farla ripiombare in essa. Si tratta di capire se la riforma fiscale supererà la fase delle esenzioni per la base per approdare a una tassazione effettiva dei vertici, oppure se rimarrà in stallo proprio dove si trova attualmente. E tutto ciò non dipende soltanto dal nome del vincitore della corsa presidenziale. Dipende da quanti senatori e deputati impegnati in questo cambiamento strutturale il popolo brasiliano riuscirà a eleggere, garantendo così al prossimo presidente la maggioranza necessaria per approvare misure oggi bloccate in un legislativo dominato da chi ha interesse a mantenere lo status quo.