06 Settembre 2026
Dal set di Fantozzi al delitto: il caso di Giuditta Pennino nella Roma del 1986
Il delitto irrisolto di Giuditta Pennino a Roma nel 1986

Di Pierdomenico Corte Ruggiero
Strade sicure e location di film famosi di giorno. Luogo di morte di notte. Un contrasto ancora più netto nella Roma degli anni ’80, colpita in pieno dalla piaga della droga. Migliaia di giovani si trascinavano per le strade della Capitale in cerca di soldi per comprare droga, denaro ottenuto spesso con attività illecite.
Se di giorno le strade si potevano considerare in qualche modo sicure, ma sempre con grandi rischi per la sicurezza personale, di notte erano spesso terra di nessuno.
Così via Francesco Gai, che nel 1980 era diventata il set di una delle scene più iconiche del film “Fantozzi contro tutti”.

Nella notte di domenica 14 settembre 1986 diventa invece teatro di un omicidio.
A morire è Giuditta Pennino, 29 anni.
La storia di Giuditta Pennino è una fotografia drammaticamente fedele degli anni ’80. Originaria di Rieti e brillante studentessa liceale, decide di recarsi a Roma per iscriversi alla facoltà di Medicina. Sogni e progetti che, purtroppo, si perderanno nelle strade della Roma peggiore. Quella del “buco”, della dipendenza. Dei giorni senza futuro.
Come è potuto accadere? Purtroppo è facile scivolare, più difficile rialzarsi, in una città abituata a tutto.
Giuditta Pennino, secondo gli archivi di Polizia, per procurarsi i soldi per la droga finisce a “lavorare” per strada. Inutile specificare come. Di giorno vive presso il “Residence Aurelia Antica”, di notte esercita lungo viale Pinturicchio. Giornate dolorosamente identiche. Anche nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1986.
Giuditta Pennino aveva già intrattenuto diversi “clienti”. Due sue “colleghe” la vedono salire su una macchina verso le 2 di notte del 14 settembre. Trascorre più di un’ora e le due si preoccupano. Cominciano a cercare Giuditta. La trovano in via Francesco Gai. Una strada senza illuminazione.
La vittima è a terra vicino al marciapiede, con i calzoni calati fino alle caviglie, indossa una maglietta bianca e calza un paio di scarpe Timberland. Viene immediatamente soccorsa. Viene fermata un’autovettura di passaggio e trasportata all’ospedale San Giacomo. Purtroppo nessun medico può più salvarla.
L’autopsia stabilisce che la vittima è stata uccisa per strangolamento. L’assassino ha usato le mani. Dopo averla uccisa prende la borsetta della vittima, che conteneva non meno di mezzo milione di lire in contanti, degli anelli in oro e un girocollo sempre in oro. La borsa viene poi ritrovata, senza i soldi, in un cassonetto in via Giovanni Del Monte. All’interno vi è l’agenda di Giuditta, che permette agli investigatori di risalire ai due spacciatori che la rifornivano di droga. Vengono arrestati per spaccio. Non per omicidio. Viene anche smantellata una banda che rapina le prostitute in zona Flaminio.
Non viene però individuato l’assassino di Giuditta Pennino. Gli investigatori ipotizzano la rapina di un balordo o la vendetta di uno spacciatore, tanto più che sabato 13 settembre la vittima aveva comprato sostanza stupefacente. Tutto sembra indicare una rapina.
Negli anni ’80 erano state uccise diverse donne finite ai margini, tanto da ipotizzare un serial killer https://ilsud-est.it/attualita/cronaca/2022/11/21/rosa-martucci-la-prima-vittima-di-un-serial-killer-rimasto-senza-nome/. Il caso di Giuditta Pennino è però diverso: nessun corpo contundente, uso “controllato” della violenza. L’assassino sapeva che la vittima avrebbe potuto chiedere aiuto e correre verso viale Pinturicchio. Sceglie quindi di prenderla di sorpresa e di impedirle di gridare strangolandola. Era dotato di una certa forza fisica e di determinazione. Probabilmente era già stato autore di atti violenti.
Un balordo o un tossico in cerca di denaro? Non necessariamente. Girava di notte in auto in zone abbastanza centrali con il rischio di essere fermato dalle forze dell’ordine. Forse era più insospettabile di quanto ipotizzato all’epoca, abbastanza da superare eventuali controlli.
Dopo quarant’anni è difficile dare un volto all’assassino di Giuditta Pennino.
Ricordarla è invece facile e doveroso.
Ricordarla per ricordare i mille volti della città. Per ricordare quanto è dannatamente facile finire ai margini della società. Essere dimenticati.
Come una strada, via Francesco Gai, possa raccontare emozioni così contrastanti. Comicità e terrore.
Dove goffamente Fantozzi fuggiva dal cane inferocito, Giuditta moriva sei anni dopo.
Fantozzi ci ha regalato tante amare risate.
Ci ha reso sopportabili le ingiustizie della vita.
Tranne l’omicidio. L’ingiustizia più grande.


