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Se esiste la pena deve esserci anche la riabilitazione

In questi giorni è tanta l’indignazione, giustificata, per le condizioni nelle carceri ungheresi di Ilaria Salis, la ragazza italiana accusata di aver picchiato dei manifestanti di estrema destra in una manifestazione a Budapest. Indipendentemente dall’innocenza o dalla colpevolezza dell’imputato, essere sottoposti a processo non significa essere privati della dignità. Magari questo caso ci porterà a riflettere anche sulle condizioni del nostro sistema penitenziario, con i suoi 18 morti solo nel primo mese di quest’anno.

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di Alessandro Andrea Argeri

In questi giorni è tanta l’indignazione, giustificata, per le condizioni nelle carceri ungheresi di Ilaria Salis, la ragazza italiana accusata di aver picchiato dei manifestanti di estrema destra in una manifestazione a Budapest. Indipendentemente dall’innocenza o dalla colpevolezza dell’imputato, essere sottoposti a processo non significa essere privati della dignità. Magari questo caso ci porterà a riflettere anche sulle condizioni del nostro sistema penitenziario, con i suoi 18 morti solo nel primo mese di quest’anno.

Secondo la Convenzione europea dei diritti dell’uomo la dignità umana è un diritto fondamentale assieme alla presunzione di innocenza. Ma nel nostro belpaese vengono veramente rispettati questi due principi? Certamente l’Italia non è l’Ungheria, tuttavia anche noi abbiamo problemi nel rispetto della dignità umana nelle carceri, tanto da essere stati condannati nel 2013 dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani.

I problemi delle carceri italiane sono tristemente noti: tasso di sovraffollamento del 117,2%, 60mila detenuti a fronte dei 50mila posti disponibili, così in molti casi non bastano 3mq a individuo; mancanza dei servizi essenziali come igiene, riscaldamento o acqua calda; il 31% di chi è in attesa di processo è in custodia cautelare, ovvero in carcere anziché ai domiciliari; i malati mentali non sono curati adeguatamente, gran parte del lavoro di assistenza viene svolto dalle associazioni per i diritti dei detenuti, tra cui Antigone Onlus. A tal proposito, nel confrontare i vari rapporti annuali sorprende notare una situazione rimasta sostanzialmente invariata nonostante le continue denunce. C’è infine il problema più grave, quello dei suicidi: solo nel primo mese di questo 2024 sono registrati 18 morti nelle carceri.

I delinquenti vanno trattati come tali, tuttavia una qualsiasi pena dovrebbe avere la finalità di rieducare l’individuo per riabilitarlo in società, magari con attività formative, possibilità di istruirsi o imparare un mestiere senza “stare lì a marcire”, altrimenti il detenuto una volta uscito di prigione sarà ancora più incattivito di quando è entrato. Non si tratta di empatizzare con chi commette crimini, bensì di creare un sistema più giusto per migliorare la stabilità, oltre che la civiltà, della nostra società.

Il carcere quindi non deve essere punitivo ma rieducativo in modo da prevenire la recidività. Se sembra un principio tanto scontato, perché non riusciamo ancora ad applicarlo? Oltre a queste riforme, bisognerebbe investire delle risorse per aiutare le famiglie economicamente più disagiate, non fosse altro perché la maggior parte dei delinquenti proviene dalle fasce sociali meno abbienti. Bisogna prendere atto di questi problemi, altrimenti è un po’ difficile fare la morale all’Ungheria quando noi alla fine non ci dimostriamo tanto diversi…

Nell’udienza Salis è apparsa incatenata a mani e piedi, tuttavia se non fossero comparse le immagini al TG3 ci sarebbe stato così tanto clamore nell’opinione pubblica italiana? Per il momento però l’esecutivo in carica, per quanto parli continuamente di giustizia, giustizialismo, certezza della pena, si è rivelato esattamente come i precedenti, cioè indifferente al problema carceri. Spero di essere smentito in futuro.

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Giornalista regolarmente tesserato all'Albo dei Giornalisti di Puglia, Elenco Pubblicisti, tessera n. 183934. Pongo domande. No, non sono un filosofo (e nemmeno radical chic).