02 Novembre 2026
Il Peso dell’Italia: Quanto Era Grande l’Economia della Penisola, 1328–1861

Popolazione, produttività e geografia del prodotto totale in cinque secoli di storia preunitaria
Un’analisi delle serie di Federico, Nuvolari, Ridolfi e Vasta (ICPSR 237682)
IN SINTESI
- Nel 1328 l’economia italiana produceva circa 12,7 miliardi di dollari internazionali 1990; nel 1861 circa 28,0 miliardi. In 533 anni il prodotto totale è più che raddoppiato, mentre il prodotto per abitante è leggermente diminuito.
- Quasi tutta la crescita di lungo periodo è stata «estensiva»: è venuta dall’aumento del numero degli italiani, non dall’aumento della produttività. In cinque delle sei fasi individuate dai test statistici sul PIL pro capite, la popolazione pesa più del reddito per abitante.
- La Peste Nera ha ridotto il prodotto totale del 38%. L’economia italiana è tornata stabilmente al livello del 1347 solo nel 1541, quasi due secoli dopo.
- Le pesti del Seicento hanno avuto esiti opposti: nel Centro-Nord del 1630 il prodotto totale è tornato al livello precedente già nel 1634, nel Sud del 1656 ne sono serviti quasi venti per il primo ritorno e più di ottanta per un recupero stabile.
- Tra il primo Settecento e l’Unità il Mezzogiorno ha fornito quasi metà della crescita del prodotto italiano (49%), pur partendo da meno di un terzo della popolazione. È cresciuto per numero, non per ricchezza.
- Il prodotto agricolo è triplicato dal primo Quattrocento all’Unità, ma la popolazione è più che quadruplicata: il prodotto agricolo per abitante è sceso di un quarto, da 816 a 613 dollari.
Introduzione: dal reddito per abitante al peso dell’economia
Quando si parla di storia economica di lungo periodo, l’indicatore di riferimento è quasi sempre il PIL pro capite. È la misura giusta per chiedersi come vivessero le persone: quanto potevano mangiare, quanto spendere per vestirsi, per abitare, per pagare le tasse. Per l’Italia preunitaria le nuove stime di Giovanni Federico, Alessandro Nuvolari, Leonardo Ridolfi e Michelangelo Vasta, pubblicate sulla Economic History Review e rese disponibili nel pacchetto di replica ICPSR 237682, hanno ricostruito questa grandezza anno per anno dal 1300 al 1861, per l’Italia nel suo insieme, per il Centro-Nord e per il Mezzogiorno.
Il PIL pro capite però racconta solo metà della storia. Non dice quanto fosse grande l’economia italiana: quante risorse producesse nel complesso, quante tasse potesse sostenere, quanti eserciti potesse finanziare, quanto pesasse nei commerci del Mediterraneo e dell’Europa. Per queste domande serve un’altra misura: il prodotto totale, cioè il PIL pro capite moltiplicato per il numero degli abitanti.
Il pacchetto ICPSR contiene, accanto al PIL pro capite, la popolazione annuale delle tre aree. Moltiplicando le due serie si ottiene il PIL totale dell’Italia, del Centro-Nord e del Sud dal 1328 al 1861. La somma dei due prodotti regionali coincide con quello nazionale, a conferma della coerenza interna delle serie. È un esercizio semplice, ma il risultato cambia la prospettiva in modo sorprendente.
Questo saggio usa il prodotto totale per rispondere a quattro domande. Quanto è cresciuta l’economia italiana in cinque secoli, e da dove è venuta la crescita: dalla popolazione o dalla produttività? Come hanno colpito il prodotto le grandi catastrofi, dalla Peste Nera alle guerre napoleoniche, e in quanto tempo l’economia si è ripresa? Come si è distribuito il prodotto tra Nord e Sud, e chi ha trainato la crescita? Come si è diviso tra agricoltura e attività urbane, e quanto prodotto agricolo era disponibile per ogni abitante?
Tutti i valori sono espressi in dollari internazionali Geary-Khamis del 1990, l’unità usata dagli storici economici per i confronti di lungo periodo. Un miliardo di questi dollari non ha un significato intuitivo in sé; conta il confronto tra epoche e aree. Le serie annuali sono molto volatili, per cui nel testo si usano spesso medie di 25 anni o medie mobili.
1. Cinque secoli di prodotto totale
Il quadro generale è riassunto nel primo grafico. Nel 1328, primo anno della serie, l’Italia conta 10,5 milioni di abitanti e un PIL pro capite di 1.205 dollari: il prodotto totale è di 12,7 miliardi. Nel 1861, alla proclamazione del Regno, gli abitanti sono 24,9 milioni e il PIL pro capite è di 1.126 dollari: il prodotto totale è di 28,0 miliardi. L’economia italiana è diventata 2,2 volte più grande, mentre il reddito medio degli italiani è sceso di circa il 7%.

Il percorso tra questi due estremi non è lineare. Il prodotto totale tocca il minimo nel 1375, con 7,6 miliardi, e il massimo nel 1850, con 31,3 miliardi: una distanza di oltre quattro volte. Si possono riconoscere tre grandi movimenti. Il primo è il crollo del Trecento, provocato dalla Peste Nera e dalle epidemie successive, che riduce il prodotto di più di un terzo. Il secondo è una lunga crescita, lenta ma quasi continua, che dal primo Quattrocento porta il prodotto a circa 17 miliardi intorno al 1700, con una pausa durante il Seicento. Il terzo è la fase finale, in cui il prodotto prima ristagna e cade alla fine del Settecento, poi cresce rapidamente nel primo Ottocento.
Il grafico mostra anche una caratteristica che il PIL pro capite nasconde: la forte asimmetria tra Centro-Nord e Sud. Il Centro-Nord produce, in quasi tutto il periodo, tra i due terzi e i tre quarti del totale. Le due curve però non si muovono sempre insieme. Il Mezzogiorno cresce di più nel Cinquecento, crolla con la peste del 1656 e poi accelera nel Settecento, quando il Centro-Nord rallenta.
Tabella 1. L’economia italiana in dodici anni chiave
| Anno | Popolazione (milioni) | PIL pro capite ($) | PIL totale (mld $) | Centro-Nord (mld $) | Sud (mld $) | Quota Sud PIL (%) | Quota Sud popolazione (%) |
| 1328 | 10,54 | 1.205 | 12,7 | 9,4 | 3,3 | 26,1 | 31,0 |
| 1347 | 10,50 | 1.164 | 12,2 | 8,4 | 3,8 | 30,9 | 31,2 |
| 1350 | 6,16 | 1.411 | 8,7 | 6,7 | 1,9 | 22,3 | 29,1 |
| 1375 | 5,94 | 1.278 | 7,6 | 5,3 | 2,2 | 29,5 | 28,4 |
| 1400 | 5,95 | 1.408 | 8,4 | 6,3 | 2,1 | 25,1 | 26,6 |
| 1500 | 7,84 | 1.303 | 10,2 | 7,5 | 2,7 | 26,4 | 26,2 |
| 1600 | 11,28 | 1.345 | 15,2 | 10,3 | 4,9 | 32,1 | 33,8 |
| 1700 | 11,78 | 1.439 | 16,9 | 12,5 | 4,4 | 26,1 | 28,9 |
| 1770 | 15,40 | 1.354 | 20,8 | 14,6 | 6,3 | 30,2 | 34,1 |
| 1800 | 17,71 | 918 | 16,3 | 9,6 | 6,7 | 41,2 | 38,4 |
| 1850 | 23,91 | 1.310 | 31,3 | 21,0 | 10,4 | 33,1 | 39,6 |
| 1861 | 24,85 | 1.126 | 28,0 | 18,8 | 9,1 | 32,7 | 39,4 |
Nota: Dollari internazionali Geary-Khamis 1990. PIL totale = PIL pro capite × popolazione. Fonte: ICPSR 237682; elaborazione propria.
La tabella 1 riporta i valori in dodici anni chiave. Alcuni confronti sono istruttivi. Nel 1400 l’Italia produce 8,4 miliardi, appena due terzi del 1328: un secolo dopo la Peste Nera l’economia è ancora molto più piccola di prima, anche se ogni italiano è più ricco. Nel 1600 il prodotto è di 15,2 miliardi, il 20% sopra il livello del 1328, con una popolazione di poco superiore. Nel 1800 il prodotto (16,3 miliardi) è sotto il livello del 1700 (16,9), anche se gli abitanti sono cresciuti del 50%.
Il confronto per secoli, nella tabella 2, mostra la stessa storia in forma di tassi di crescita. Il Trecento (dal 1328 al 1400) è l’unico periodo con una caduta forte del prodotto: -0,58% l’anno, interamente dovuta alla popolazione. Il Quattrocento e il Cinquecento sono secoli di crescita del prodotto, rispettivamente +0,20% e +0,40% l’anno; in entrambi la popolazione spiega tutto o quasi. Il Seicento è un secolo quasi fermo, +0,11%.
Tabella 2. La crescita del PIL totale per secolo
| Periodo | PIL totale iniziale (mld $) | PIL totale finale (mld $) | Variazione complessiva | Crescita annua PIL totale (%) | di cui popolazione (%) | di cui PIL pro capite (%) |
| 1328–1400 | 12,7 | 8,4 | -34% | -0,58 | -0,79 | +0,22 |
| 1400–1500 | 8,4 | 10,2 | +22% | +0,20 | +0,28 | -0,08 |
| 1500–1600 | 10,2 | 15,2 | +48% | +0,40 | +0,36 | +0,03 |
| 1600–1700 | 15,2 | 16,9 | +12% | +0,11 | +0,04 | +0,07 |
| 1700–1800 | 16,9 | 16,3 | -4% | -0,04 | +0,41 | -0,45 |
| 1800–1861 | 16,3 | 28,0 | +72% | +0,89 | +0,56 | +0,33 |
Nota: Crescita annua logaritmica; la somma dei due contributi è uguale alla crescita del PIL totale. Valori di inizio e fine riferiti al singolo anno. Fonte: ICPSR 237682; elaborazione propria.
Il Settecento è il caso più istruttivo. È il secolo in cui la popolazione cresce di più (+0,41% l’anno) ma il prodotto totale diminuisce leggermente (-0,04%). Tutta la crescita demografica è assorbita da una caduta del reddito per abitante, che scende in media dello 0,45% l’anno. Nel primo Ottocento la tendenza si rovescia: il prodotto cresce dello 0,89% l’anno, il ritmo più rapido dell’intera serie. Una parte di questa crescita, però, è un rimbalzo: il 1800 è l’anno di minimo del PIL pro capite, nel pieno delle guerre rivoluzionarie e napoleoniche. Se si misura dal 1770, prima della crisi, il prodotto cresce fino al 1861 di circa lo 0,33% l’anno, meno della popolazione (0,53%).
In sintesi, il tasso di crescita del prodotto totale italiano dal 1328 al 1861 è di circa lo 0,15% l’anno. È un ritmo bassissimo per i nostri standard: al ritmo attuale delle economie avanzate, un raddoppio del prodotto richiede qualche decennio, non cinque secoli. Ma era normale per un’economia preindustriale, dove la crescita dipendeva dalla terra e dal numero di braccia.
2. Crescita estensiva e crescita intensiva
La crescita del prodotto totale può venire da due fonti. La prima è l’aumento del numero di persone che lavorano e consumano: gli economisti la chiamano crescita estensiva. La seconda è l’aumento di quanto ciascuno produce: la crescita intensiva, misurata dal PIL pro capite. La differenza è fondamentale. Un’economia che cresce solo in modo estensivo diventa più grande ma non più ricca; solo la crescita intensiva migliora il tenore di vita.
In termini matematici, il tasso di crescita del prodotto totale è la somma del tasso di crescita della popolazione e di quello del PIL pro capite. Questo permette di scomporre esattamente la crescita di ciascun periodo nei due contributi.
Per scegliere i periodi da confrontare si possono usare le date di rottura strutturale stimate dagli autori: gli anni in cui i test statistici individuano un cambiamento di tendenza nel PIL pro capite italiano. Sono il 1407, il 1509, il 1598, il 1689 e il 1771, che dividono il periodo 1328-1861 in sei fasi di lunghezza simile, tra 79 e 102 anni. Per ridurre l’effetto delle oscillazioni annuali, gli estremi di ogni fase sono misurati come medie di cinque anni.

Il risultato, nel secondo grafico e nella tabella 3, è netto. Nella prima fase, dal 1328 al 1407, il prodotto totale cade dello 0,52% l’anno: la popolazione si riduce dello 0,76% l’anno, mentre il PIL pro capite cresce dello 0,25%. È l’unica fase in cui la crescita intensiva è forte, ed è una conseguenza diretta della catastrofe demografica: meno persone, più terra e capitale per ciascuno.
Tabella 3. Le sei fasi: crescita estensiva e intensiva
| Fase | Fase storica | PIL totale (mld $) | Crescita annua PIL totale (%) | Popolazione (%) | PIL pro capite (%) | PIL totale Centro-Nord (%) | PIL totale Sud (%) |
| 1328–1407 | Crescita post-peste | 12,9 → 8,6 | -0,52 | -0,76 | +0,25 | -0,50 | -0,56 |
| 1407–1509 | Ripresa demografica | 8,6 → 11,3 | +0,27 | +0,32 | -0,05 | +0,30 | +0,19 |
| 1509–1598 | Il lungo Cinquecento | 11,3 → 15,0 | +0,32 | +0,37 | -0,05 | +0,19 | +0,64 |
| 1598–1689 | Il Seicento | 15,0 → 16,9 | +0,13 | +0,04 | +0,09 | +0,26 | -0,20 |
| 1689–1771 | Il primo Settecento | 16,9 → 19,7 | +0,18 | +0,35 | -0,17 | +0,09 | +0,44 |
| 1771–1861 | Declino e Ottocento | 19,7 → 28,7 | +0,42 | +0,53 | -0,11 | +0,36 | +0,54 |
Nota: Fasi delimitate dalle date di rottura strutturale del PIL pro capite stimate dagli autori (1407, 1509, 1598, 1689, 1771). Valori agli estremi: medie di 5 anni centrate. Crescita annua logaritmica. Fonte: ICPSR 237682; elaborazione propria.
Nelle due fasi successive, dal 1407 al 1598, il prodotto cresce dello 0,27% e dello 0,32% l’anno. In entrambe la crescita viene interamente dalla popolazione (+0,32% e +0,37%), mentre il PIL pro capite scende leggermente (-0,05% in entrambi i casi). Il Rinascimento, dal punto di vista economico, è un’età di crescita estensiva: l’Italia diventa più popolosa e produce di più, ma ogni italiano produce un po’ meno.
La quarta fase, dal 1598 al 1689, è l’eccezione. Il prodotto cresce poco, dello 0,13% l’anno, ma per una volta il contributo del PIL pro capite (+0,09%) supera quello della popolazione (+0,04%). È il Seicento delle pesti: la popolazione ristagna e il reddito per abitante sale leggermente, secondo lo schema malthusiano già visto nel Trecento.
Le ultime due fasi, dal 1689 al 1861, riportano la crescita estensiva in primo piano, in forma ancora più marcata. Nella quinta fase la popolazione cresce dello 0,35% l’anno e il PIL pro capite cala dello 0,17%: il prodotto cresce solo dello 0,18%. Nella sesta, dal 1771 al 1861, la popolazione accelera fino allo 0,53% l’anno, il ritmo più alto di tutto il periodo, e il PIL pro capite cala dello 0,11%: il prodotto cresce dello 0,42% l’anno.
Riassumendo, in cinque fasi su sei il contributo della popolazione è il più importante. In quattro fasi su sei il contributo del PIL pro capite è negativo. Il prodotto totale italiano è cresciuto nel lungo periodo perché è cresciuto il numero degli italiani, non perché ogni italiano sia diventato più produttivo.
3. La regola dei venticinque anni
La relazione tra popolazione e prodotto si può osservare anche a una scala più fine. Il grafico successivo considera i 21 passaggi da un periodo di 25 anni al successivo, dal 1325-49 al 1850-61. Per ciascun passaggio misura la variazione della popolazione (asse orizzontale) e quella del prodotto totale (asse verticale). La linea tratteggiata indica i casi in cui le due variazioni sono uguali, cioè in cui il PIL pro capite resta invariato. I punti sopra la linea indicano un aumento del reddito per abitante, quelli sotto una diminuzione.

I punti si dispongono vicino alla linea, a conferma che popolazione e prodotto si muovono insieme. Escludendo il primo passaggio, quello della Peste Nera, la correlazione tra le due variazioni è di 0,71. In media, un aumento del 10% della popolazione si accompagna a un aumento del prodotto del 9,4%: il prodotto segue la popolazione quasi in proporzione, ma con un piccolo ritardo che si traduce in un lento calo del reddito per abitante.
La posizione dei punti rispetto alla linea è rivelatrice. Solo 8 passaggi su 21 si trovano sopra la linea. Di questi, quattro sono legati a cali o ristagni della popolazione: il passaggio dal 1325-49 al 1350-74, quello dal 1375-99 al 1400-24, quello dal 1600-24 al 1625-49 e quello successivo. Altri tre appartengono al Cinquecento, tra il 1525 e il 1600, l’unico periodo in cui popolazione e reddito per abitante crescono insieme per più di mezzo secolo. L’ultimo è il passaggio dal 1800-24 al 1825-49, che riflette in gran parte il recupero dopo il minimo napoleonico.
Quando la popolazione cresce in fretta, il reddito per abitante quasi sempre scende. Dei 15 passaggi in cui la popolazione aumenta di più del 5%, 11 si trovano sotto la linea. I casi peggiori sono nel Settecento: dal 1725-49 al 1750-74 la popolazione cresce dell’11% e il prodotto solo del 2,6%; nel quarto di secolo successivo la popolazione cresce del 12% e il prodotto del 2,7%. L’ultimo passaggio, dal 1825-49 al 1850-61, è il più drammatico: con il 12% di abitanti in più, il prodotto totale resta fermo.
È questa la «regola» che governa l’economia italiana preunitaria. Il prodotto cresce quando cresce la popolazione, ma non abbastanza da mantenere costante il reddito per abitante. Ogni generazione più numerosa trova un’economia più grande ma un tenore di vita leggermente più basso.
4. Le grandi catastrofi e il tempo della ripresa
Il prodotto totale permette di misurare l’impatto delle catastrofi in un modo che il PIL pro capite non consente. Un’epidemia che uccide un terzo della popolazione può aumentare il reddito dei sopravvissuti, ma riduce sempre la dimensione dell’economia. Il prodotto totale misura la perdita di capacità produttiva del paese: meno raccolti, meno manifatture, meno tasse. La tabella 4 confronta quattro episodi.
Tabella 4. Quattro shock sul prodotto totale
| Episodio | Area | Picco (anno: mld $) | Minimo (anno: mld $) | Perdita PIL totale | Variazione popolazione | Primo ritorno al picco | Ritorno stabile al picco | Anni dal picco al ritorno stabile |
| Peste Nera | Italia | 1347: 12,2 | 1375: 7,6 | -38% | -45% | 1510 | 1541 | 194 |
| Peste del 1630 | Centro-Nord | 1628: 11,0 | 1630: 9,5 | -14% | -16% | 1634 | 1665 | 37 |
| Peste del 1656 | Sud | 1655: 4,7 | 1656: 3,5 | -26% | -23% | 1675 | 1738 | 83 |
| Crisi di fine Settecento | Italia | 1770: 20,8 | 1800: 16,3 | -22% | +15% | 1806 | 1818 | 48 |
Nota: Primo ritorno: primo anno in cui il PIL totale torna al livello di picco. Ritorno stabile: primo anno da cui il PIL totale dell’area resta sopra il livello di picco per almeno cinque anni consecutivi. Variazione della popolazione misurata tra il picco e il minimo demografico dell’episodio (per la crisi di fine Settecento, all’anno di minimo del PIL). Fonte: ICPSR 237682; elaborazione propria.
Per ciascun episodio sono indicati il picco del prodotto prima dello shock, il minimo successivo, la perdita percentuale, la variazione della popolazione e due misure di recupero: il primo anno in cui il prodotto torna al livello di picco e il primo anno da cui vi resta per almeno cinque anni consecutivi. La seconda misura è più severa, ma più significativa, perché esclude i ritorni occasionali dovuti a un buon raccolto.
La Peste Nera: due secoli per recuperare
La Peste Nera è di gran lunga lo shock più grave. Nel 1347 il prodotto italiano è di 12,2 miliardi. Nel 1350 è già sceso a 8,7 miliardi, il 29% in meno, e le epidemie successive lo spingono fino al minimo di 7,6 miliardi nel 1375: una perdita complessiva del 38%. La popolazione, che continua a diminuire per tutto il Trecento, tocca il minimo nel 1415 con 5,8 milioni di abitanti, il 45% in meno rispetto al 1347.
Il dato più impressionante riguarda i tempi della ripresa. Il prodotto italiano torna per la prima volta al livello del 1347 solo nel 1510, e vi resta stabilmente solo dal 1541: 194 anni dopo lo scoppio dell’epidemia. Se si confronta la media del decennio 1328-37, prima della crisi di sussistenza degli anni Trenta, il recupero stabile arriva addirittura nel 1562. L’economia italiana ha impiegato circa sette generazioni per tornare alle dimensioni che aveva prima della peste.
Il Mezzogiorno è stato colpito più duramente del Centro-Nord. Il suo prodotto scende da 3,8 miliardi nel 1347 a 1,7 miliardi nel 1355, una perdita del 56%, contro il 37% del Centro-Nord. Di conseguenza la quota del Sud sul prodotto italiano scende dal 31% del 1347 al 22% del 1350. Nel Sud, alla caduta demografica non si accompagna l’aumento del reddito per abitante osservato nel Centro-Nord: il PIL pro capite del Sud scende anzi da 1.154 a 935 dollari tra il 1347 e il 1355.
Le pesti del Seicento: due esiti opposti
Le due grandi epidemie del Seicento offrono un esperimento naturale. La peste del 1630, quella raccontata da Manzoni, colpisce soprattutto il Centro-Nord. La peste del 1656 colpisce soprattutto il Mezzogiorno, e in particolare Napoli. Le due epidemie hanno un impatto demografico paragonabile: la popolazione del Centro-Nord scende del 16% tra il 1628 e il 1633, quella del Sud del 23% tra il 1655 e il 1656. Ma le conseguenze sul prodotto sono molto diverse.

Nel Centro-Nord il prodotto totale cade del 14% nel 1630, ma si riprende rapidamente: nel 1634 supera già il livello del 1628, mentre la popolazione resta sotto di circa il 13%. Il motivo è l’aumento del reddito per abitante dei sopravvissuti, che passa da 1.436 dollari nel 1628 a 1.753 nel 1634, con un aumento del 22%. Il meccanismo malthusiano compensa quasi del tutto la perdita di abitanti. Il ritorno stabile al livello di picco arriva più tardi, nel 1665, ma riflette soprattutto il ristagno generale di metà secolo.
Nel Sud la storia è opposta. Il prodotto cade del 26% nel 1656, più della popolazione, e resta a lungo sotto il livello precedente. Nel 1670, quattordici anni dopo, è ancora al 90% del livello del 1655. Il primo ritorno al picco arriva nel 1675, il ritorno stabile solo nel 1738, 83 anni dopo l’epidemia. Il reddito per abitante dei sopravvissuti non aumenta: era di 1.268 dollari nel 1655 e di 1.262 nel 1660.
Perché la compensazione funziona al Nord e non al Sud? I dati non permettono una risposta definitiva, ma suggeriscono alcune ipotesi. La prima riguarda la struttura dell’economia. La peste del 1656 colpì con particolare violenza Napoli, allora una delle città più popolose d’Europa, il cui reddito dipendeva da servizi, amministrazione e consumi della corte e della nobiltà. La perdita di una parte rilevante della popolazione urbana riduceva la domanda e i redditi, non solo il numero dei lavoratori. La seconda ipotesi riguarda il contesto: il Regno di Napoli usciva dalla rivolta del 1647-48 e da una forte pressione fiscale legata alle guerre della monarchia spagnola. La terza è metodologica: le stime del PIL sono costruite a partire da salari e prezzi, e le fonti meridionali potrebbero registrare in modo meno preciso l’aumento dei salari dopo l’epidemia.
Qualunque sia la spiegazione, il risultato è chiaro. La peste del 1656 ha ridotto in modo duraturo il peso economico del Mezzogiorno. La sua quota sul prodotto italiano, che era tra il 30 e il 32% nella prima metà del Seicento, scende al 25-27% nella seconda metà e non torna ai livelli precedenti fino all’ultimo quarto del Settecento.
La crisi di fine Settecento: il Nord crolla, il Sud tiene
L’ultimo grande shock non è un’epidemia ma una lunga crisi economica, aggravata dalle guerre. Il prodotto italiano raggiunge un picco di 20,8 miliardi nel 1770, poi comincia a scendere e tocca il minimo nel 1800, con 16,3 miliardi: una perdita del 22%. A differenza delle crisi precedenti, la popolazione nel frattempo cresce, del 15% tra il 1770 e il 1800. La caduta del prodotto è quindi interamente dovuta al crollo del reddito per abitante, che passa da 1.354 a 918 dollari, il valore più basso dell’intera serie.
La crisi colpisce in modo molto diverso le due Italie. Il prodotto del Centro-Nord scende del 34%, da 14,6 a 9,6 miliardi: una perdita paragonabile a quella della Peste Nera. Quello del Sud perde al massimo il 9%, nel 1775, e poi riprende a crescere, fino a 6,7 miliardi nel 1800. Il risultato è che nel 1800 il Mezzogiorno produce il 41% del prodotto italiano, la quota più alta di tutta la serie. Non perché il Sud fosse diventato ricco, ma perché il Nord, teatro principale delle campagne militari, aveva subito un crollo.
La ripresa è relativamente rapida. Il prodotto italiano torna al livello del 1770 per la prima volta nel 1806 e stabilmente dal 1818. Quarantotto anni sono molti, ma sono un quarto del tempo richiesto dopo la Peste Nera. La differenza principale è demografica: dopo il 1770 la popolazione continua a crescere, e la crescita estensiva riporta rapidamente il prodotto ai livelli precedenti, anche con un reddito per abitante più basso.
5. Il peso del Mezzogiorno
Il prodotto totale permette di misurare il peso economico delle due grandi aree italiane in un modo diverso da quello usuale. Il divario Nord-Sud, di solito, si misura con il rapporto tra i PIL pro capite. Qui si guarda invece alla quota del Sud sul prodotto nazionale, confrontata con la sua quota sulla popolazione. Se le due quote sono uguali, il reddito per abitante del Sud è uguale alla media italiana; la distanza tra le due curve misura il divario.

Il grafico mostra tre fasi. Nel Trecento e nel Quattrocento il Sud ha tra il 25 e il 31% della popolazione italiana e una quota leggermente più bassa del prodotto. Dopo la Peste Nera la distanza si allarga, poi si riduce gradualmente fino quasi ad annullarsi intorno al 1500. Nel 1500 il Sud ha il 26,2% degli abitanti e il 26,4% del prodotto: il suo reddito per abitante è pari alla media nazionale.
Nel Cinquecento e nel primo Seicento il peso del Mezzogiorno cresce in modo marcato. La sua quota di popolazione sale fino al 34-36% e quella di prodotto fino al 31-32%. Il Sud cresce più in fretta del Nord, soprattutto per numero di abitanti. È l’epoca in cui Napoli diventa una delle più grandi città d’Europa e in cui le campagne meridionali si ripopolano.
La peste del 1656 interrompe questa fase in modo brusco. Entrambe le quote crollano di sei-sette punti e restano basse per quasi un secolo. Poi, dagli anni Trenta del Settecento, il Mezzogiorno riprende a crescere, più rapidamente del Nord. La sua quota di popolazione sale dal 29% del 1700 al 38% del 1800 e al 39% del 1861; la quota di prodotto passa dal 26% al 41% nel 1800, per poi tornare al 33% nel 1861.
È proprio negli ultimi due secoli che il divario si consolida. Nel 1861 il Sud ha il 39,4% degli italiani e il 32,7% del prodotto: una distanza di quasi sette punti, la più ampia dal Trecento. Ma il dato che più colpisce è un altro. In quegli stessi due secoli il Mezzogiorno è diventato una parte molto più grande dell’economia italiana. Nel primo Settecento produceva un quarto del PIL italiano; alla vigilia dell’Unità ne produceva un terzo.
Chi ha fatto crescere l’economia italiana
La tabella 5 misura il contributo di ciascuna area alla variazione del prodotto totale tra alcuni periodi chiave. Tra il primo Quattrocento e il primo Seicento il prodotto italiano cresce di 7,4 miliardi; il Centro-Nord ne fornisce il 65%, il Sud il 35%, in proporzione al loro peso. Ma il modo in cui crescono è diverso: la popolazione del Centro-Nord cresce di 1,82 volte, quella del Sud di 2,39 volte, mentre il reddito per abitante cala in entrambe le aree, di più al Sud.
Tabella 5. Chi ha fatto crescere l’economia: contributi territoriali
| Confronto tra periodi | Variazione PIL totale (mld $) | Contributo Centro-Nord (mld $, % del totale) | Contributo Sud (mld $, % del totale) | Popolazione Centro-Nord | Popolazione Sud | PIL pro capite Centro-Nord | PIL pro capite Sud |
| 1325-1349 → 1400-1424 | -3,6 | -2,3 (64%) | -1,3 (36%) | ×0,61 | ×0,51 | ×1,22 | ×1,25 |
| 1400-1424 → 1600-1624 | +7,4 | +4,8 (65%) | +2,6 (35%) | ×1,82 | ×2,39 | ×0,95 | ×0,88 |
| 1600-1624 → 1700-1724 | +0,9 | +1,5 (166%) | -0,6 (-66%) | ×1,12 | ×0,92 | ×1,02 | ×0,95 |
| 1700-1724 → 1850-61 | +11,2 | +5,7 (51%) | +5,5 (49%) | ×1,71 | ×2,76 | ×0,84 | ×0,83 |
| 1400-1424 → 1850-61 | +19,5 | +12,0 (62%) | +7,5 (38%) | ×3,48 | ×6,08 | ×0,81 | ×0,70 |
Nota: Medie di 25 anni. Nel 1600-1700 il PIL totale del Sud diminuisce: il contributo del Centro-Nord supera quindi il 100% della variazione nazionale. Fonte: ICPSR 237682; elaborazione propria.
Il Seicento è l’unico periodo in cui le due aree vanno in direzioni opposte. Tra il 1600-24 e il 1700-24 il prodotto del Centro-Nord cresce di 1,5 miliardi, quello del Sud diminuisce di 0,6 miliardi. In termini contabili, il Centro-Nord spiega più del 100% della crescita nazionale.
Il periodo più significativo è l’ultimo, dal primo Settecento all’Unità. Il prodotto italiano cresce di 11,2 miliardi, e il Mezzogiorno ne fornisce 5,5, cioè il 49%. Quasi metà della crescita economica italiana di quel secolo e mezzo avviene nel Sud, un’area che all’inizio del periodo aveva il 29% degli abitanti e il 25% del prodotto. Ma la crescita è tutta estensiva: la popolazione del Sud quasi triplica (×2,76), mentre il suo reddito per abitante scende del 17%. Nel Centro-Nord la popolazione cresce meno (×1,71) e il reddito per abitante scende in misura analoga (-16%).
Su un orizzonte ancora più lungo, dal primo Quattrocento al 1850-61, il quadro diventa netto. La popolazione del Sud è cresciuta di sei volte, quella del Centro-Nord di tre volte e mezzo. Il reddito per abitante è sceso del 30% al Sud e del 19% al Centro-Nord. Il Mezzogiorno che entra nell’Italia unita non è un’area economicamente marginale: è un’economia grande, in rapida crescita demografica, ma con una produttività in calo da secoli.
6. Campi e botteghe: la composizione del prodotto
Il pacchetto ICPSR contiene anche la quota del PIL prodotta fuori dall’agricoltura, cioè nella manifattura, nel commercio, nei trasporti e nei servizi, e la quota degli occupati in questi settori. Moltiplicando queste quote per il prodotto totale si ottiene la dimensione dei due grandi settori dell’economia italiana: i campi e le botteghe.

Il primo dato è la stabilità della struttura. In tutto il periodo la quota non agricola del PIL oscilla in un intervallo stretto, tra il 45 e il 50%, e la quota non agricola degli occupati tra il 32 e il 34%. Le due linee del grafico si muovono quindi quasi in parallelo. Dal 1325-49 al 1850-61 il prodotto agricolo passa da 6,5 a 15,0 miliardi, quello non agricolo da 6,1 a 13,4. In cinque secoli nessuno dei due settori prende il sopravvento.
La tabella 6 mostra un secondo dato: la produttività relativa dei due settori. Un lavoratore fuori dall’agricoltura produce, in media, tra 1,7 e 2 volte quanto un lavoratore agricolo. Il rapporto raggiunge il minimo nel 1450-74 (1,71), quando le manifatture italiane perdono valore rispetto al grano, e il massimo nel 1675-99 (2,01). Nel Centro-Nord il vantaggio delle attività urbane è sempre più ampio che nel Sud, fino all’ultimo periodo, quando i due valori si allineano intorno a 1,9.
Tabella 6. Campi e botteghe: struttura del prodotto
| Periodo | Quota non agricola del PIL (%) | Quota non agricola degli occupati (%) | Produttività relativa Italia | Produttività relativa Centro-Nord | Produttività relativa Sud | Prodotto agricolo (mld $) | Prodotto non agricolo (mld $) | Prodotto agricolo per abitante ($) |
| 1325-1349 | 48,3 | 32,0 | 1,99 | 2,05 | 1,94 | 6,5 | 6,1 | 641 |
| 1400-1424 | 46,5 | 32,1 | 1,84 | 1,90 | 1,75 | 4,8 | 4,1 | 816 |
| 1450-1474 | 45,8 | 33,0 | 1,71 | 1,77 | 1,60 | 5,1 | 4,3 | 781 |
| 1500-1524 | 48,5 | 33,9 | 1,84 | 1,93 | 1,62 | 5,7 | 5,3 | 699 |
| 1600-1624 | 48,5 | 33,8 | 1,85 | 1,95 | 1,68 | 8,4 | 7,9 | 725 |
| 1675-1699 | 50,1 | 33,3 | 2,01 | 2,09 | 1,83 | 8,1 | 8,2 | 708 |
| 1700-1724 | 49,9 | 33,3 | 2,00 | 2,11 | 1,78 | 8,6 | 8,6 | 709 |
| 1775-1799 | 48,4 | 33,1 | 1,89 | 2,00 | 1,74 | 10,2 | 9,6 | 612 |
| 1800-1824 | 47,7 | 32,8 | 1,87 | 1,96 | 1,76 | 11,2 | 10,2 | 606 |
| 1850-61 | 47,2 | 32,2 | 1,88 | 1,88 | 1,92 | 15,0 | 13,4 | 613 |
Nota: Produttività relativa: prodotto per occupato fuori dall’agricoltura diviso per prodotto per occupato in agricoltura. Medie di 25 anni. Fonte: ICPSR 237682; elaborazione propria.
Questa stabilità ha una conseguenza importante. In un’economia che si modernizza, i lavoratori si spostano dall’agricoltura verso settori più produttivi, e questo spostamento da solo fa crescere il reddito medio. In Italia questo non avviene: il vantaggio di produttività delle attività urbane è ampio, ma la quota di lavoratori che ne beneficiano resta ferma a un terzo per cinque secoli. Una fonte potenziale di crescita intensiva rimane inutilizzata.
Quanto prodotto agricolo per ogni abitante
Il dato più rilevante per il tenore di vita è il prodotto agricolo per abitante, una misura approssimativa delle risorse alimentari e delle materie prime agricole disponibili per ogni italiano. Comprende anche prodotti non alimentari come lana, lino, seta e legname, ma in un’economia preindustriale la sua dinamica è dominata dai cereali e dagli altri alimenti.
Il massimo si registra nel 1400-24, con 816 dollari per abitante: è l’Italia spopolata dopo la Peste Nera, in cui ogni contadino lavora più terra e le terre meno fertili sono abbandonate. Da allora la tendenza è al ribasso. Il prodotto agricolo per abitante scende a 699 dollari nel 1500-24, risale leggermente nel Seicento, fino a 740 dollari nel 1650-74, e poi cala di nuovo, fino a 606 dollari nel 1800-24 e 613 nel 1850-61.
Il confronto tra l’inizio e la fine di questo lungo ciclo è eloquente. Tra il 1400-24 e il 1850-61 il prodotto agricolo totale cresce di 3,1 volte, da 4,8 a 15,0 miliardi. Nello stesso periodo la popolazione cresce di 4,2 volte. Il risultato è un calo del 25% del prodotto agricolo per abitante. L’agricoltura italiana non è rimasta ferma: ha più che triplicato la produzione, mettendo a coltura nuove terre, introducendo il mais e il riso, estendendo la gelsicoltura. Ma non è riuscita a tenere il passo con il numero di bocche da sfamare.
Lo stesso vale per le attività urbane. Il prodotto non agricolo per abitante scende da 709 dollari nel 1400-24 a 548 nel 1850-61, il 23% in meno. Botteghe e manifatture producono più del triplo, in totale, ma non abbastanza da compensare la crescita della popolazione.
7. Che cosa ci dicono questi numeri
Il passaggio dal reddito per abitante al prodotto totale modifica in modo significativo il racconto della storia economica italiana preunitaria. Il PIL pro capite descrive un’Italia sostanzialmente stagnante: nel 1861 un italiano produce poco meno che nel 1328. Il prodotto totale descrive invece un’economia che è cresciuta, più che raddoppiando le sue dimensioni, e che nel complesso è stata capace di sostenere una popolazione sempre più numerosa.
Le due immagini non si contraddicono: sono le due facce della stessa storia. L’economia italiana preunitaria era capace di crescere, ma solo in modo estensivo. Quando la popolazione aumentava, il prodotto aumentava quasi nella stessa misura, grazie all’estensione delle colture, alla crescita delle città e all’aumento delle giornate di lavoro. Ma non riusciva a far crescere stabilmente la produttività. Ogni volta che la popolazione cresceva in fretta, il reddito per abitante scendeva.
Da questa lettura emergono quattro conclusioni.
La prima riguarda la fragilità dell’economia di fronte agli shock. La Peste Nera ha cancellato quasi due secoli di dimensione economica. Le pesti del Seicento e le guerre di fine Settecento hanno colpito meno a lungo, ma con effetti territoriali molto diversi. Il recupero dipendeva soprattutto dalla capacità di ricostruire la popolazione.
La seconda riguarda la geografia. Il Mezzogiorno, spesso descritto come un’area marginale, è stato invece una parte crescente dell’economia italiana: dal 25% del prodotto nel primo Settecento a un terzo alla vigilia dell’Unità, con un contributo di quasi metà alla crescita nazionale dell’ultimo secolo e mezzo. Ma questa crescita è stata esclusivamente demografica: il Sud è cresciuto per numero, non per ricchezza, e il divario di reddito con il Centro-Nord si è allargato.
La terza riguarda la struttura. Per cinque secoli un terzo dei lavoratori ha prodotto circa metà del prodotto italiano fuori dall’agricoltura, ma questa quota non è mai cresciuta. L’Italia non ha conosciuto lo spostamento di lavoratori verso settori più produttivi che altrove ha preparato l’industrializzazione.
La quarta riguarda il tenore di vita. Il prodotto agricolo per abitante, una misura approssimativa delle risorse alimentari disponibili, è sceso di un quarto dal primo Quattrocento all’Unità. L’Italia del 1861 era un’economia grande, più grande che mai, ma con meno risorse per ciascuno dei suoi abitanti.
Le cautele necessarie
Questi risultati vanno letti con alcune precauzioni. La prima riguarda le stime di popolazione. Le serie demografiche annuali sono in gran parte interpolate tra pochi anni di riferimento: per esempio, la popolazione del Sud resta costante a 3,78 milioni tra il 1627 e il 1635. Le oscillazioni annuali del prodotto totale riflettono quindi soprattutto quelle del PIL pro capite, tranne negli anni delle grandi epidemie. Le tendenze di lungo periodo sono più affidabili delle variazioni da un anno all’altro.
La seconda riguarda il metodo di stima del PIL. Le serie sono costruite a partire da salari reali, prezzi e giornate di lavoro, attraverso un modello che lega il consumo di cibo al reddito. Questo metodo tende a produrre una relazione negativa tra popolazione e reddito per abitante, perché i salari reali reagiscono alla scarsità o all’abbondanza di lavoratori. Una parte della «regola» osservata in queste pagine potrebbe quindi essere incorporata nel metodo. Altre ricostruzioni, come quelle di Paolo Malanima o di David Chilosi e Carlo Ciccarelli, propongono traiettorie in parte diverse.
La terza riguarda le quote settoriali. Il prodotto agricolo e quello non agricolo sono ottenuti moltiplicando il prodotto totale per quote stimate, a loro volta derivate da un modello. Le misure per abitante e per occupato sono quindi stime di secondo livello, utili per le tendenze più che per i livelli.
Con queste cautele, il messaggio di fondo resta solido. Per cinque secoli l’Italia ha saputo diventare più grande, ma non più ricca. Ha sostenuto un numero crescente di abitanti, ha superato catastrofi demografiche e guerre, ha mantenuto città e manifatture. Ma non ha trovato il modo di far crescere la produttività del lavoro. È questa l’eredità economica che il nuovo Regno raccoglie nel 1861: un paese grande, popoloso e diviso, il cui problema non era la dimensione dell’economia, ma la quantità di ricchezza disponibile per ciascuno dei suoi abitanti.
Appendice: nota metodologica e dati
Tutti i dati provengono dal pacchetto di replica ICPSR 237682, versione 1.1, che accompagna l’articolo di Federico, Nuvolari, Ridolfi e Vasta sulla Economic History Review. In particolare sono stati usati: il foglio «GDPpc and population» del file «GDP data.xlsx», con il PIL pro capite e la popolazione annuali di Italia, Centro-Nord e Sud dal 1328 al 1861; le figure 4, 6a e 6b del file «Figures_EcHR.xlsx», con le date di rottura strutturale, la quota non agricola del PIL e quella degli occupati.
Il PIL totale di ciascuna area è calcolato come prodotto tra PIL pro capite e popolazione; la somma dei valori di Centro-Nord e Sud coincide con quella dell’Italia. I tassi di crescita sono logaritmici, per cui il tasso di crescita del prodotto totale è esattamente uguale alla somma dei tassi di crescita della popolazione e del PIL pro capite. Le fasi della tabella 3 sono delimitate dalle date di rottura stimate dagli autori, con valori agli estremi calcolati come medie di cinque anni centrate.
Il prodotto agricolo e non agricolo è calcolato moltiplicando il PIL totale per la quota non agricola del PIL e per il suo complemento. La produttività relativa è il rapporto tra il prodotto per occupato fuori dall’agricoltura e quello in agricoltura, ottenuto dalle quote di PIL e di occupati. Le medie di 25 anni sono medie semplici dei valori annuali disponibili. La tabella A1 riporta le serie per quarti di secolo usate nel testo.
Tabella A1. Serie per quarti di secolo, 1325-1861
| Periodo | Popolazione (milioni) | PIL pro capite ($) | PIL totale (mld $) | Centro-Nord (mld $) | Sud (mld $) | Quota Sud PIL (%) | Quota Sud popolazione (%) |
| 1325-1349 | 10,12 | 1.241 | 12,56 | 8,93 | 3,63 | 28,9 | 31,0 |
| 1350-1374 | 6,07 | 1.481 | 8,99 | 6,87 | 2,11 | 23,5 | 28,7 |
| 1375-1399 | 5,90 | 1.424 | 8,41 | 6,32 | 2,09 | 24,9 | 27,7 |
| 1400-1424 | 5,85 | 1.525 | 8,92 | 6,60 | 2,31 | 26,0 | 27,4 |
| 1425-1449 | 6,10 | 1.450 | 8,84 | 6,52 | 2,32 | 26,2 | 27,3 |
| 1450-1474 | 6,55 | 1.442 | 9,44 | 7,08 | 2,36 | 25,0 | 27,4 |
| 1475-1499 | 7,20 | 1.382 | 9,96 | 7,58 | 2,38 | 23,9 | 25,7 |
| 1500-1524 | 8,11 | 1.357 | 11,02 | 8,16 | 2,86 | 25,9 | 27,2 |
| 1525-1549 | 8,95 | 1.287 | 11,54 | 8,20 | 3,34 | 28,9 | 30,2 |
| 1550-1574 | 10,16 | 1.321 | 13,43 | 9,29 | 4,14 | 30,8 | 33,3 |
| 1575-1599 | 10,84 | 1.350 | 14,62 | 10,06 | 4,57 | 31,2 | 33,9 |
| 1600-1624 | 11,57 | 1.409 | 16,31 | 11,44 | 4,87 | 29,9 | 33,1 |
| 1625-1649 | 10,72 | 1.435 | 15,37 | 10,49 | 4,88 | 31,8 | 35,4 |
| 1650-1674 | 10,54 | 1.460 | 15,39 | 11,17 | 4,22 | 27,4 | 30,5 |
| 1675-1699 | 11,47 | 1.419 | 16,27 | 12,11 | 4,16 | 25,6 | 28,8 |
| 1700-1724 | 12,17 | 1.415 | 17,23 | 12,98 | 4,26 | 24,7 | 29,0 |
| 1725-1749 | 13,39 | 1.402 | 18,76 | 13,98 | 4,78 | 25,5 | 30,1 |
| 1750-1774 | 14,88 | 1.295 | 19,24 | 13,79 | 5,46 | 28,4 | 33,1 |
| 1775-1799 | 16,67 | 1.187 | 19,76 | 13,39 | 6,37 | 32,2 | 36,5 |
| 1800-1824 | 18,36 | 1.160 | 21,35 | 14,06 | 7,29 | 34,1 | 38,7 |
| 1825-1849 | 21,90 | 1.299 | 28,42 | 18,96 | 9,46 | 33,3 | 39,5 |
| 1850-61 | 24,50 | 1.161 | 28,44 | 18,65 | 9,79 | 34,4 | 39,7 |
Nota: Medie annuali per ciascun periodo; il primo periodo comincia nel 1328, l’ultimo comprende gli anni 1850-1861. Fonte: ICPSR 237682; elaborazione propria.

