02 Novembre 2026
Aleshki, la tregua riuscita – Lavrov ad Atlanta, l’Africa a Mosca
Russi e ucraini evacuano insieme i civili di Aleshki, mentre la nostra stampa raccontava un assedio russo che non c’era. Al G20 di Atlanta gli europei rifiutano la foto con Lavrov, ma il resto del tavolo tratta con lui; a Mosca 22 capi di Stato africani siedono con Putin.

Russi e ucraini evacuano insieme i civili di Aleshki, mentre la nostra stampa raccontava un assedio russo che non c’era. Al G20 di Atlanta gli europei rifiutano la foto con Lavrov, ma il resto del tavolo tratta con lui; a Mosca 22 capi di Stato africani siedono con Putin.
Aree di crisi nel mondo n. 308 del 1-11-2026
di Stefano Orsi
1 novembre 2026
Alle 22:59 ora di Mosca del 1 novembre scade la tregua di Aleshki. Sei giorni senza fuoco su un tratto del Dnepr, la più lunga sospensione dei combattimenti dal febbraio 2022 secondo l’AFP, e due difensori civici, la russa Yana Lantratova e l’ucraino Dmytro Lubinets, che hanno condotto insieme l’evacuazione dei civili.
Ai lettori italiani la storia è arrivata in un’altra forma. Una città «assediata» dai russi, affamata per scelta di Mosca; poi un’evacuazione sospettata di essere una deportazione. Quando l’esito ha smentito il copione, Aleshki è scivolata in fondo alle pagine.
Chi assedia chi
Aleshki sta sulla riva sinistra del Dnepr, di fronte a Kherson, a pochi chilometri dalla linea del fronte. È sotto controllo russo dal febbraio 2022 ed è diventata città di prima linea nel novembre di quell’anno, con il ritiro russo da Kherson. I combattimenti terrestri sul basso Dnepr si sono chiusi nel luglio 2024, quando gli ucraini hanno abbandonato la testa di ponte di Krynki. Da allora, in quel settore, la guerra si fa con artiglieria e droni.
Basta guardare la carta per capire ciò che nei titoli è sparito. La città è russa e la strada che la rifornisce viene dalle retrovie russe; un assedio russo di Aleshki non ha senso militare. Quella strada può interdirla solo chi sta sull’altra riva. Già nel gennaio 2025 l’analista filoucraino Brendan Kelley riportava le osservazioni di un blogger militare russo: i droni ucraini negavano l’accesso stradale in una fascia di 15-30 km attorno ad Aleshki e Golaya Pristan.
Le cronache più serie lo hanno scritto. The Moscow Times, testata che Mosca ha dichiarato «indesiderabile», il 9 ottobre riferiva che da giugno nessun rifornimento arrivava più per strada, da quando un autista era morto su una mina. Raccoglieva anche la voce di un abitante fuggito: «I droni ucraini non hanno pietà nemmeno dei civili». Accanto, quella opposta, di una donna che dà la colpa ai russi per aver occupato la città e averla ridotta a un deserto. Il 26 ottobre il ministero della Difesa russo registrava 18 colpi d’artiglieria e oltre 120 attacchi di droni ucraini sulla città e sulle strade d’accesso nella sola settimana precedente la tregua; Reuters precisava di non poterlo verificare.
Kiev racconta un altro quadro. Le autorità ucraine dichiarano che le mine sulle strade sono russe, che droni russi hanno colpito gli abitanti e che parte del cibo lanciato dai droni ucraini fra settembre e ottobre è stato sequestrato dai militari russi. Sono accuse da tenere presenti. Nessuna cambia però il dato di fondo: una città controllata da una parte, con l’unica via di rifornimento sotto il tiro dell’altra.
Il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiha ha parlato di «assedio» russo. Da quel momento la parola è passata in diversi titoli italiani senza più virgolette.
Sei giorni senza fuoco
Il percorso diplomatico è documentato. Il 16 ottobre Leone XIV ha telefonato a Putin chiedendo un cessate il fuoco per far entrare gli aiuti e uscire i civili; secondo il Cremlino, Putin ha sostenuto l’iniziativa vaticana e ha attribuito a Kiev la responsabilità della crisi. Il 19 il papa ha parlato con Zelensky. Il 23 la Casa Bianca ha annunciato l’accordo, attribuendone la mediazione a Melania Trump. La tregua è scattata alle 3 del 27 ottobre; prima di tutto sono state sminate le strade.
Il 30 ottobre sono partiti i pullman. Chi ha scelto la Russia è rimasto in Russia. Chi voleva l’Ucraina non ha potuto attraversare il Dnepr, che lì è la linea del fronte, e ha fatto il giro lungo: in autobus attraverso la Crimea fino ad Anapa, in aereo fino a Gomel, in Bielorussia, poi di nuovo in pullman fino al valico di Novaya Guta, nella regione di Chernigov. Gli aerei erano tre, secondo l’agenzia bielorussa BelTA ripresa da Xinhua; erano aerei militari russi, registra il ministero della Difesa di Mosca. A bordo viaggiavano Lubinets e la delegazione ucraina. Il 31 ottobre gli sfollati erano in Ucraina: il più anziano aveva 94 anni, il più giovane uno.
Prima della tregua in città restavano circa 2.000 persone, sui 24.000 abitanti d’anteguerra. Nessuna delle due parti ha ancora diffuso il conto ufficiale di chi è partito e verso dove.
Gli attriti non sono mancati. Il raggruppamento Sud delle forze ucraine dichiara che i russi hanno sfruttato la pausa per ruotare i reparti, rifornire le posizioni e ripristinare le fortificazioni. Il 31 ottobre Lantratova ha annunciato un accordo per missioni umanitarie regolari ad Aleshki; Lubinets finora non lo ha confermato. Il Cremlino, che il 26 ottobre vedeva nella tregua un possibile precedente, ora con Dmitry Peskov parla di una «situazione isolata».
La lettura di Dall’Aglio
La lettura più lucida che abbia trovato in italiano è quella dello storico Francesco Dall’Aglio, ricercatore all’Istituto di studi storici dell’Accademia bulgara delle scienze. Le autorità russe e ucraine, scrive, «hanno collaborato sinceramente e onestamente, senza fare troppi calcoli di convenienza politica e senza giocare con la pelle dei civili», come raramente era accaduto dall’inizio del conflitto.
Dall’Aglio si ferma su un dettaglio passato quasi inosservato: Kiev non ha sollevato obiezioni a che fossero i russi a organizzare anche l’evacuazione verso l’Ucraina. Lubinets e i suoi collaboratori hanno volato su aerei militari russi e sono stati ospitati su suolo russo «senza alcun problema».
Una precisazione. Lantratova e Lubinets non lavorano insieme «da più di due anni», come scrive Dall’Aglio: Lantratova è stata nominata dalla Duma il 14 maggio 2026, al posto di Tatyana Moskalkova, e ha incontrato Lubinets per la prima volta all’inizio di giugno. Il canale fra i due uffici è però più vecchio, costruito sugli scambi di prigionieri negli anni di Moskalkova; Lantratova lo ha ereditato e in cinque mesi lo ha fatto funzionare. L’argomento di Dall’Aglio, a ben vedere, ne esce rafforzato.
Il cuore del suo ragionamento è diplomatico. La Russia ha riconosciuto implicitamente che gli abitanti dei territori che considera propri, tecnicamente cittadini russi, sono liberi di andarsene in Ucraina. Kiev, dal canto suo, ha riconosciuto che chi resta non lo fa perché minacciato o tenuto come scudo umano. Nessuno ha ceduto sulla sovranità. «Sostanzialmente», conclude, «entrambi hanno riconosciuto che l’altro esiste ed è un essere umano». Per questo, a suo giudizio, l’esperimento potrebbe ripetersi in altre città di prima linea e fare da modello per un cessate il fuoco generale.
È una deduzione dai comportamenti: Kiev non ha mai dichiarato nulla del genere. Io la condivido, perché in questa vicenda i comportamenti hanno pesato più delle parole.
Come lo abbiamo raccontato
Dall’Aglio chiude con una tesi sulla nostra stampa. Aleshki «serviva come prova ulteriore della malvagità russa e invece ha rivelato tutt’altro, da entrambe le parti»; per questo se n’è smesso di parlare proprio quando bisognava farlo. Fra gli esempi cita il Corriere della Sera, per una lettura che giudica tendenziosa fino al ridicolo, e il Post.
La frase del Post esiste. Il 31 ottobre il quotidiano online scriveva che da Anapa «chi ha voluto rientrare in Ucraina ha preso un aereo fino a Gomel». Nessuna parola sul fatto che si trattasse di un aereo militare russo, con a bordo la delegazione di Kiev. «Magari pagandosi il biglietto», chiosa Dall’Aglio. L’omissione toglie dal quadro proprio l’elemento che lo rende eccezionale.
Altrove la cornice è stata esplicita. Il 28 ottobre l’edizione italiana di Euronews titolava «Oleshky, evacuazione o deportazione forzata?»: due giorni dopo il difensore civico ucraino sarebbe partito con gli sfollati, sugli stessi aerei. Il 30 ottobre, a evacuazione iniziata, Fanpage descriveva una città «assediata dalla fame», con le strade minate dai «soldati di Putin», e spiegava perché i segnali di pace con Mosca sarebbero «solo un’illusione». In entrambi i pezzi gli unici droni ucraini che compaiono sono quelli che lanciano viveri. Il giorno dopo Blitz Quotidiano titolava «Assedio e fame».
Il paradosso è che i fatti, in italiano, c’erano. Il 31 ottobre l’ANSA scriveva che l’accesso alla città era stato «sotto il fuoco incrociato dei droni ucraini e russi» e che le strade erano minate. Su Avvenire Giovanni Maria Del Re vedeva nei 25 autobus partiti da Aleshki il segno che «qualcosa, nella guerra, sta cambiando». Il dato era nei dispacci; si è perso nel passaggio dalla notizia al titolo e al commento.
Manzoni, raccontando la peste di Milano e la caccia agli untori, annotava che «il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune». Su Aleshki è andata allo stesso modo. Le agenzie avevano il quadro giusto, ma la cornice dell’assedio russo era già pronta, e nessuno ha voluto smontarla.
La prova vera arriva adesso. Se le missioni regolari annunciate da Lantratova avranno un seguito, lo dirà la prima conferma di Lubinets; e si vedrà se la nostra stampa saprà raccontare un’evacuazione riuscita con la stessa energia che aveva messo nel raccontare un assedio.
Lavrov ad Atlanta
Il 30 e 31 ottobre i ministri degli Esteri del G20 si sono riuniti ad Atlanta sotto la presidenza del segretario di Stato Marco Rubio, ultima tappa prima del vertice dei leader di Miami del 14-16 dicembre, al quale Putin è invitato. Sergey Lavrov era al tavolo, malgrado le sanzioni americane che lo colpiscono dal 2022; i visti per la delegazione russa, ha fatto sapere la portavoce Maria Zakharova, sono arrivati all’ultimo momento.
A Washington non tutti erano d’accordo. Il deputato repubblicano Don Bacon voleva vietargli l’ingresso; 13 senatori dei due partiti, con la democratica Jeanne Shaheen, hanno chiesto a Trump per lettera di escludere dagli eventi del G20 Putin e i funzionari russi sotto sanzione. Rubio ha tenuto la linea: la presenza di Lavrov, ha detto, è un’occasione per mantenere il contatto con Mosca.
La sedia, del resto, l’ha distribuita Washington come un padrone di casa. Dentro la Polonia, che punta a diventare membro permanente; fuori il Sudafrica, membro fondatore, e l’Ucraina. La Cina ha mandato il viceministro esecutivo Ma Zhaoxu al posto di Wang Yi.
Gli europei hanno risposto facendo saltare la foto di gruppo. «Non ci sarà alcuna foto di famiglia con i nostri partner europei insieme al signor Lavrov», ha dichiarato il ministro tedesco Johann Wadephul, che alla vigilia si era detto disposto a posare. Il polacco Radosław Sikorski ha parlato di un «momento imbarazzante»; Lavrov ha replicato che l’ingresso della Polonia rompe la regola del consenso e non aggiunge nulla al gruppo. L’alta rappresentante della UE Kaja Kallas ha portato al tavolo il tribunale speciale e la commissione per i risarcimenti.
Fuori dal perimetro europeo, la delegazione russa ha lavorato come sempre. Al ricevimento nell’acquario di Atlanta Lavrov ha parlato con Rubio, con il turco Hakan Fidan, con l’indiano Subrahmanyam Jaishankar, con il saudita Faisal bin Farhan e con il nuovo ministro indonesiano Arrmanatha Nasir, riferisce la stampa russa al seguito; il giapponese Toshimitsu Motegi ha chiesto e ottenuto un incontro formale. L’isolamento è stato un fatto europeo. Heidi Crebo-Rediker, già capo economista del Dipartimento di Stato, osserva che il G7 non arriva più al tavolo con una posizione comune.
In conferenza stampa Lavrov ha ribadito che la posizione russa sull’Ucraina non è cambiata. Le dichiarazioni di Zelensky sull’acquisto di nuove armi per colpire la Russia, ha detto, non aiutano a preparare il negoziato di Abu Dhabi, atteso fra il 6 e il 10 novembre; l’appoggio militare americano a Kiev prosegue, come mostra l’approvazione della vendita di 500 missili PAC-3. Sugli europei è stato esplicito: «Che vogliano infilarsi nel negoziato è evidente a tutti». Ha poi indicato il vertice APEC di Shenzhen, a novembre, come possibile sede di un incontro fra i leader di Russia, Stati Uniti e Cina, con Pechino incaricata dell’organizzazione. Rubio è stato più prudente: «Non abbiamo avuto un incontro. Abbiamo parlato», ha precisato, della possibilità che i leader «interagiscano» all’APEC.
La riunione si è chiusa senza comunicato congiunto, con una dichiarazione della sola presidenza. Il piano americano sui minerali critici, la «Pax Silica» pensata contro il predominio cinese sulle terre rare, è rimasto sul tavolo. È il terzo colloquio dell’anno fra Lavrov e Rubio, dopo Manila e New York: il canale russo-americano funziona anche quando gli europei voltano le spalle.
L’Africa a Mosca
Prima di volare in America, con circa 20 ore di viaggio per aggirare lo spazio aereo europeo, Lavrov era a Mosca per il terzo vertice Russia-Africa, il 28 e 29 ottobre. Le delegazioni erano 48 su 54 Paesi africani, con 22 capi di Stato secondo il consigliere presidenziale Yuri Ushakov, citato dalla TASS, 21 secondo Putin. Nel 2023, a San Pietroburgo, erano stati 17; nel 2019, a Sochi, 43. Co-presiedeva il presidente del Burundi Évariste Ndayishimiye, presidente di turno dell’Unione Africana.
Al Cremlino c’erano l’egiziano al-Sisi, l’etiope Abiy Ahmed, il ghanese Mahama, il maliano Goïta, il sud-sudanese Kiir, lo zimbabwese Mnangagwa, il mozambicano Chapo, l’eritreo Afwerki, il congolese Sassou Nguesso e l’equatoguineano Obiang. Burkina Faso, Algeria e Ruanda hanno mandato il primo ministro, l’Uganda la vicepresidente; il Sudafrica si è fermato al livello di alti funzionari, senza Ramaphosa.
Il vertice ha approvato una dichiarazione finale di 101 punti, una dichiarazione sull’uso civile dell’intelligenza artificiale e un piano d’azione per il 2027-2029. La dichiarazione si oppone al blocco e al sequestro dei beni sovrani, e a Bruxelles difficilmente sarà letta come un passaggio generico; impegna le parti a coordinare le posizioni sulle sanzioni al Consiglio di sicurezza e lancia una metodologia comune per stimare i danni del colonialismo, con un laboratorio che aprirà in Uganda a novembre. Sul numero degli accordi firmati le cifre russe non coincidono: 33 documenti preparati dal Cremlino, oltre 60 firme secondo il consigliere Anton Kobyakov.
Fra le intese concrete, la più consistente riguarda il Ghana. Rusal costituirà con l’ente statale GIADEC due società miste a maggioranza russa, per estrarre fino a 5 milioni di tonnellate l’anno di bauxite e produrre 1,2 milioni di tonnellate di allumina a Nyinahin; Accra ha anche aperto i colloqui con Rosatom per la sua prima centrale nucleare. Il Togo ha firmato con Rosatom un memorandum, l’Egitto ha fatto il punto sulla centrale di El Dabaa in costruzione, e sono in trattativa avanzata centrali galleggianti con Egitto, Togo, Namibia e Tanzania.
Putin ha fornito le cifre del rapporto: 27 miliardi di dollari di interscambio nel 2025, l’85% dei pagamenti in valute nazionali, 13 milioni di tonnellate di prodotti agricoli esportati in Africa nei primi nove mesi del 2026, 2,2 milioni di tonnellate di fertilizzanti contro 1,5 nell’intero anno precedente, circa 40.000 studenti africani in Russia, accordi di cooperazione militare e tecnico-militare con 45 Paesi del continente. Il ministro delle Finanze Anton Siluanov ha presentato la piattaforma di pagamento A7, alternativa ai circuiti bancari occidentali, con una commissione dello 0,3%. In conferenza stampa Putin ha parlato soprattutto di Europa: la Russia non cerca la guerra, ma è pronta, e «se si va troppo oltre non ci sarà alcun vincitore».
Una parte della stampa occidentale ha raccontato un vertice in perdita. Semafor ha titolato sull’influenza russa in calo, Foreign Policy si è chiesta se abbia raggiunto il picco, Africa Defense Forum, la rivista del comando americano per l’Africa, ha parlato di aspettative deluse. Con 22 capi di Stato contro i 17 di tre anni fa, la tesi del vertice fallito non regge.
Regge invece la critica sui numeri. L’obiettivo di 40 miliardi di interscambio fissato da Putin nel 2019 è mancato di circa un terzo, e il volume russo resta circa 13 volte inferiore a quello cinese e 15 volte inferiore a quello europeo, secondo i dati di Chatham House. Degli accordi nucleari firmati con almeno 15 Paesi africani, nessuno è ancora diventato un impianto completato. Resta poi aperta la questione degli africani reclutati per la guerra in Ucraina: i documenti ufficiali non ne parlano, mentre famiglie camerunensi hanno protestato davanti all’ambasciata russa a Yaoundé e Amnesty International ha chiesto ai leader di sollevare il tema.
L’Unione Africana, a Mosca, sedeva accanto a Putin con il suo presidente di turno. Ad Atlanta aveva il ministro degli Esteri del Burundi, mentre il Sudafrica, unico Paese africano membro del G20, era stato lasciato fuori dalla presidenza americana. Chi in Europa parla ancora di isolare Mosca dovrebbe contare le sedie.
Fonti
Stampa russa
TASS – «Leaders from 22 of 48 countries to attend Russia-Africa summit, says Kremlin aide», 26 ottobre 2026
TASS – «Putin arrives in Moscow’s Gostiny Dvor exhibition complex to address Russia-Africa forum», 28 ottobre 2026
TASS – «Rubio, Lavrov discuss possible Putin-Trump meeting on APEC sidelines», 31 ottobre 2026
TASS – «Lavrov’s G20 attendance offers chance to maintain contact with Russia — Rubio»
Izvestia – «In Atlanta, straighten your shoulders: Sergey Lavrov talks with Marco Rubio at G20», di Kirill Fenin
Izvestia – «Путин: декларация саммита “Россия – Африка” одобрена», 30 ottobre 2026
Vedomosti – «Главные заявления Путина по итогам саммита “Россия — Африка”», 29 ottobre 2026
Rambler – «С места событий: чем запомнилась встреча глав МИД “Большой двадцатки” в Атланте»
OSN – «Захарова сообщила о контактах Лаврова с министрами G20 в Атланте»
Stampa cinese
Xinhua – «Russia, Ukraine agree to hold regular humanitarian missions in Oleshky», 31 ottobre 2026
Xinhua – arrivo in Ucraina degli evacuati di Aleshki via Gomel e Novaya Guta, 31 ottobre 2026
Xinhua – conclusione della missione umanitaria e termine della tregua, 31 ottobre 2026
Stampa russa indipendente e in esilio
The Moscow Times – «In Russian-Occupied Oleshky, Civilians Struggle to Survive as Hunger Deepens», di James Beardsworth, 9 ottobre 2026
The Moscow Times – «Russia Accuses Ukraine of Launching Strikes Against Oleshky Ahead of Ceasefire», 26 ottobre 2026
The Insider – «Россия и Африка договорились бороться с “переписыванием истории” и санкциями»
Mediazona – nomina di Yana Lantratova a commissaria per i diritti umani, 14 maggio 2026
Agenzie e stampa internazionale
AFP – «Ukraine : dernier jour d’une trêve exceptionnelle à Olechky», 1 novembre 2026
Reuters – «Russia says Ukraine peace stance unchanged as Lavrov criticizes Zelenskiy», 31 ottobre 2026
Al Jazeera – «G20 drops group photo as Europeans refuse to stand with Lavrov», 30 ottobre 2026
Der Tagesspiegel – liveblog sull’evacuazione di Aleshki
GlobeTV – «Rubio closes Atlanta G20 talks with no communique and minerals plan unresolved»
Africa Caribbean Insights – «The Third Russia-Africa Summit Closed in Moscow With 22 African Leaders and 33 Agreements Scheduled»
Brendan Kelley – «Kherson Weekly: 18-24 January 2025»
Citati per il titolo: Semafor, Foreign Policy, Africa Defense Forum
Stampa ucraina
Liga.net – «Russian forces are making full use of the Oleshky ceasefire for military purposes»
Kyiv Post – «Lavrov Arrives in US for G20 Despite Congressional Objections Over Russia’s War in Ukraine», 30 ottobre 2026
Stampa italiana esaminata
ANSA – «Il tragico racconto degli evacuati di Oleshky: “Arrivati a mangiare cani dalla fame”», 31 ottobre 2026
Avvenire – «I 25 autobus di evacuati partiti da Oleshky dicono che qualcosa, nella guerra, sta cambiando», di Giovanni Maria Del Re, 31 ottobre 2026
Il Post – «I civili evacuati da Oleshky sono arrivati nel nord dell’Ucraina», 31 ottobre 2026
Euronews – «Oleshky, evacuazione o deportazione forzata? Dove andranno i civili intrappolati nella città ucraina», 28 ottobre 2026
Fanpage – «La tregua a Oleshky e i colloqui di Abu Dhabi: perché i segnali di pace con Mosca sono solo un’illusione», di Riccardo Amati, 30 ottobre 2026
Blitz Quotidiano – «Oleshky, “costretti a mangiare i cani”. Assedio e fame, il racconto dei sopravvissuti sulla linea del fronte»
Documenti ufficiali e altre fonti
Vatican News – «Pope Leo’s appeals help bring humanitarian ceasefire to southern Ukraine»
Casa Bianca – comunicato sulla tregua di Aleshki, 23 ottobre 2026
Istituto di studi storici dell’Accademia bulgara delle scienze – scheda di Francesco Dall’Aglio

