02 Novembre 2026
La rimonta che il mondo non si aspettava: come il Brasile ha battuto l’algoritmo e riportato Lula al Planalto
Secondo al primo turno, vincitore al ballottaggio. Un esercito digitale di dieci milioni di persone, folle nelle strade, i nonni accompagnati alle urne. E una lezione che la sinistra europea sta già studiando.

Di Marlene Madalena Pozzan Foschiera
Il 4 ottobre il senatore Flávio Bolsonaro, primogenito dell’ex presidente, ha chiuso il primo turno in testa con il 47,03% dei voti validi, contro il 45,16% di Luiz Inácio Lula da Silva. I sondaggi avevano sbagliato, la destra avanzava in Parlamento e una parte della stampa internazionale scriveva già il necrologio politico del presidente.
Il 25 ottobre il Tribunale Superiore Elettorale ha proclamato Lula rieletto con 64.256.232 voti, il 51,79%. È la prima volta nella storia della Repubblica che chi chiude il primo turno al secondo posto vince il ballottaggio. Lula è il presidente più votato della storia del paese e governerà per la quarta volta, un fatto senza precedenti in Brasile.
| 45,16% → 51,79% Lula, dal primo al secondo turno | +10,3 mln voti in più per Lula (Flávio: +3,7 mln) | 4,43 mln voti di distacco finale | 4° mandato senza precedenti nella storia della Repubblica |
Come si recuperano dieci milioni di voti in 21 giorni, in un paese continentale, contro un’estrema destra sostenuta da Washington e con le piattaforme digitali che remano contro? Non con un colpo di genio. Con l’organizzazione.
L’esercito di Lula
Il nome è volutamente marziale. L’«Esercito di Lula» (Exército do Lula) è un canale WhatsApp creato dal deputato federale André Janones, dello stato di Minas Gerais, già protagonista della campagna digitale del 2022. Esisteva da aprile, ma è esploso il giorno dopo il primo turno: quasi due milioni di iscritti in due giorni, più di dieci milioni alla vigilia del ballottaggio.
Ogni giorno arrivavano «missioni»: un video da condividere, una menzogna da smontare, un audio da girare nel gruppo di famiglia e su tutte le reti sociali, il quartiere o la fascia di elettori da raggiungere. Il problema storico della sinistra brasiliana sulle reti era la dispersione: mille voci, nessuna direzione. Il comando unico ha centralizzato l’informazione e l’ha restituita ai 5.570 comuni del paese.
Il canale non ha agito da solo. Il Partito dei Lavoratori è organizzato in quasi tutte le città, e l’alleanza delle sinistre ha fatto confluire le proprie militanze nello stesso flusso. La sinistra che per anni aveva inseguito la destra sulle reti, questa volta ha imparato la lezione.
Il digitale ha dato la rotta, il partito e i movimenti hanno messo le gambe.
Contro l’algoritmo, contro i grandi media
Il terreno non era neutro. Come abbiamo scritto qui a settembre, l’account pubblicitario di Lula su Meta era già stato bloccato durante il primo turno. Nel secondo, l’organizzazione CTRL+Z ha documentato oltre 1.100 profili pro Lula limitati. Meta ha ammesso davanti alla giustizia «problemi tecnici» che avevano ridotto la portata della campagna petista, negando qualsiasi favoritismo, e il Ministero Pubblico Federale ha aperto un’indagine. La sua intelligenza artificiale, intanto, rifiutava immagini con il numero di Lula e generava senza problemi quelle dell’avversario.
Dalle reti alle strade
Per coincidenza, il 25 ottobre in Brasile è la Giornata nazionale della gioventù. Sono stati i giovani ad accendere la scintilla: cortei, fan club musicali trasformati in comitati elettorali. Ogni giorno c’era più gente. All’inizio erano studenti; alla fine erano tutti, di ogni età, dal sud al nord del paese.
Alla vigilia del voto, l’Avenida Paulista, a San Paolo, è stata occupata per 14 isolati; il Partito dei Lavoratori ha stimato oltre due milioni di persone. Lula, che negli anni Ottanta salì sui palchi delle Diretas Já, la campagna popolare per il voto diretto che contribuì a seppellire la dittatura militare, ha detto che era il corteo più grande della storia del viale.
Le strade sono entrate anche nelle case. In Brasile il voto diventa facoltativo dopo i 70 anni, e milioni di anziani non si erano presentati al primo turno. Nipoti e figli hanno spiegato cosa significava per le pensioni la proposta di sganciarle dal salario minimo, hanno organizzato i passaggi in auto, hanno accompagnato al seggio nonne in sedia a rotelle e nonni appena operati. L’astensione è calata. Nel discorso della vittoria, Lula ha ringraziato proprio questi anziani. Tre generazioni nella stessa fila, davanti alla stessa urna: forse la scena più bella di queste elezioni.
Arbitri di parte e voto sabotato
In Brasile le elezioni sono organizzate e giudicate dal Tribunale Superiore Elettorale (TSE), composto da sette magistrati, tre dei quali provenienti dal Supremo Tribunale Federale (STF, la corte costituzionale). Come avevamo avvertito a settembre, presidenza e vicepresidenza spettavano a Kassio Nunes Marques e André Mendonça, entrambi nominati da Jair Bolsonaro. Il timore si è confermato: l’11 ottobre, su richiesta di Flávio e senza ascoltare la difesa, Nunes Marques ha sospeso l’Esercito di Lula, decisione poi ribaltata da altri ministri; Mendonça ha bloccato spot elettorali di Lula. Perfino la Folha de S.Paulo e l’Estadão, quotidiani conservatori, hanno scritto in un editoriale che il tribunale era diventato uno strumento di censura.
Il giorno del voto, la contesa è scesa alle fermate degli autobus. La legge garantisce trasporto gratuito e flotta completa perché tutti possano votare, ma il Ministero della Giustizia ha rilevato disservizi in otto stati (Bahia, San Paolo, Piauí, Sergipe, Pará, Alagoas, Rio de Janeiro e Paraíba), diversi dei quali roccaforti di Lula, dove amministrazioni comunali e aziende di trasporto hanno ostacolato l’arrivo degli elettori ai seggi. Il caso più grave è stato Salvador, con circa metà della flotta rimasta nei depositi. Il Tribunale Regionale Elettorale di Bahia ha ordinato il ritorno in servizio di tutti gli autobus, con una multa di un milione di reais l’ora, e l’arresto dell’assessore alla Mobilità, Pablo Souza, uomo del sindaco Bruno Reis (União Brasil). Souza si trovava a Parigi; l’ordine è stato revocato il giorno dopo, ma l’indagine per possibile reato elettorale prosegue. Il sindaco parla di «problemi operativi».
Per questo un giudice dell’STF ha prorogato il voto fino alle 19 (anche la campagna di Flávio aveva chiesto una proroga in alcuni comuni del Sud, a causa delle piogge). La destra ha gridato allo scandalo, ma dopo le 17 hanno votato appena 34 mila elettori, a fronte di un distacco di oltre quattro milioni. La vittoria è inattaccabile.
l mondo guarda il Brasile
Le congratulazioni sono arrivate da 107 paesi e 11 organismi internazionali: Xi Jinping, Vladimir Putin, Narendra Modi, Cyril Ramaphosa, Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Claudia Sheinbaum, Mahmoud Abbas, Ursula von der Leyen. Perfino il cileno José Antonio Kast, di destra e amico di Flávio, ha telefonato a Lula. Giorgia Meloni si è congratulata il giorno dopo, sottolineando la straordinaria partecipazione popolare, dopo ore di silenzio criticate dall’opposizione italiana.
Nel G20 tacciono soltanto due governi: gli Stati Uniti di Donald Trump, che ha messo in dubbio il voto senza prove, e l’Argentina di Javier Milei. Un silenzio eloquente alla luce di ciò che è accaduto due giorni dopo. Flávio Bolsonaro, a cui la Corte suprema aveva ordinato di consegnare i passaporti nell’ambito di un’indagine per riciclaggio, è fuggito negli Stati Uniti con un’uscita di scena cinematografica: ha attraversato di notte il ponte verso l’Argentina, si è imbarcato con un passaporto italiano, secondo documenti di volo citati dall’agenzia AFP, su un jet privato che ha fatto scalo in Ecuador per evitare lo spazio aereo brasiliano, ed è entrato negli Stati Uniti con un passaporto diplomatico. Solo il jet è costato 150 mila dollari, pagati da un intermediario attraverso un conto statunitense. Chi ha pagato? La domanda resta senza risposta. E il passaporto italiano porta l’Italia dentro questa storia: interpellato a Roma sull’episodio, il ministro degli Esteri Antonio Tajani si è limitato a dire che la fuga è stata «una sua scelta», senza una parola sull’uso di un documento del nostro paese per sottrarsi alla giustizia brasiliana.
La reazione più eloquente è arrivata dalla Spagna. Pedro Sánchez, che affronta le elezioni anticipate il 29 novembre, ha scritto che ciò che è accaduto in Brasile accadrà in Spagna e che la rimonta del progressismo globale è appena cominciata. In un comizio a Gijón ha insistito: se ce l’ha fatta il Brasile, ce la può fare la Spagna. Il PSOE ha adottato nei manifesti la «L» di Lula, fatta con pollice e indice, e lo staff di Sánchez ha invitato Janones a collaborare alla campagna: il deputato parte per Madrid per condividere l’esperienza dell’Esercito di Lula. Anche Claudia Sheinbaum lo ha invitato in Messico. Attivisti in Argentina, Francia e Spagna stanno già replicando i canali WhatsApp. In Colombia, Gustavo Petro ha parlato dell’inizio della fine del fascismo nelle Ande e nei Caraibi.
Lula, la pace e il posto del Brasile nel mondo
Nel discorso della vittoria, Lula ha detto che il Brasile vuole essere un paese centrale nelle decisioni politiche ed economiche e nella decisione per la pace. «Insegneremo al mondo come si fa politica climatica in questo paese», ha affermato, e ha ribadito il messaggio che aveva portato all’ONU: il Brasile non sta nel cortile di nessuno. Poi, sulla Paulista, in tono scherzoso ma rendendo chiara l’importanza dell’Esercito di Lula, ha aggiunto accanto a Janones: «dubito che la Russia, la Cina o gli Stati Uniti abbiano un esercito vittorioso come l’esercito della democrazia».
In un mondo di guerre, di dazi usati come armi e di una superpotenza che tratta l’America Latina come propria area di influenza, il Brasile ha confermato un leader che parla di multilateralismo, BRICS, Sud globale e pace. Lula esce da queste elezioni gigante e si accredita, ancora una volta, come una delle rare voci capaci di dialogare contemporaneamente con Washington, Pechino, Mosca e Bruxelles.
Le sfide restano enormi: il Parlamento è più conservatore che mai e il Senato può tornare a minacciare la Corte suprema. Per questo Lula ha chiesto che l’esercito non si sciolga. Ma la lezione di Brasilia vale anche per Roma, Madrid e Parigi: l’estrema destra non è una fatalità. Si può battere con l’organizzazione, una direzione chiara, il coraggio di tornare in strada e la pazienza di convincere, casa per casa, la propria nonna.

